Orrore selettivoL’aritmetica del dolore, e la falsa equidistanza tra vittime del terrorismo e della guerra

I bambini sono tutti uguali, ma non sono tutti uguali quelli che li crescono, e non sono tutti uguali quelli che li uccidono

LaPresse

Non che fosse imprevedibile, figurarsi, ma nemmeno la notizia della restituzione dei corpi di Ariel e Kfir Bibas, pestati e mutilati previo strangolamento per simularne la morte durante un improbabile attacco israeliano, si è sottratta al solito trattamento alternativo: la fine in trafiletto, oppure l’onore del commento contestualizzante che accosta a quelle due bare nere la moltitudine innominata dei bambini palestinesi uccisi nella guerra di Gaza. 

Era già successo quando l’immagine del corpo senza testa di un bambino palestinese ucciso da un bombardamento israeliano – un bombardamento contro terroristi acquartierati ai margini di un accampamento – era contrapposta alle finte decapitazioni dei bambini ebrei raccontate dalla propaganda sionista, il tutto con il conforto del sapiente giornalismo di inchiesta che indugiava sulla differenza universale tra un corpo compiutamente decollato o invece solo sgozzato.

Ma quelle raccapriccianti contestazioni comparative – sono gli israeliani a decapitare i bambini, altro che balle – risultano meno detestabili del commento umanitario che, mentre deplora la morte dei due bambini coi capelli rossi – possibilmente chiamandola morte, appunto, non assassinio, e possibilmente attribuendola a Israele che non li ha salvati, non ai macellai che li hanno rapiti – ricorda che tanti più bambini palestinesi sono stati uccisi.  Una retorica tanto più detestabile perché, mentre affetta interessamento umanitario per tutti i bambini, accomuna la bomba della guerra – non sganciata per uccidere bambini – alle mani strette intorno alla gola di un lattante.  

I bambini sono tutti uguali, ma non sono tutti uguali quelli che li crescono e non sono tutti uguali quelli che li uccidono. Non è uguale Yarden Bibas – il padre di Ariel, che compra e infila a suo figlio il vestito di Batman – al padre palestinese che traveste da guerrigliero il figlio e gli spiega che deve uccidere gli ebrei per andare in paradiso. 

Il soldato israeliano che, per difendere la propria casa e la propria famiglia, uccide – non volendolo fare – un bambino palestinese, non è uguale alla belva che rapisce Kfir e Ariel, dopo aver ucciso i loro nonni, e poi li restituisce maciullati al padre che non avrebbe insegnato loro la bellezza di farsi martiri.  

Due volte sono usati i bambini di Gaza. Dai macellai che se ne fanno scudo e rivendicano di usarli come attrezzi, e poi da questo pacifismo bastardo che se ne cura quando si tratta di ammucchiarli per dimostrare che Israele ne ha ammazzati di più.

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