L’Ucraina e noiLa politica estera è l’unità di misura della civiltà di un governo

I partiti italiani e le alleanze si misurano in queste ore con la capacità di difendere quei valori democratici che per la prima volta sono messi in discussione dall’America, oltre che dal solito Putin. Dopo giorni di silenzio, Elly Schlein dovrebbe aver capito che non può allearsi con il trumpiano Giuseppe Conte

(La Presse)

La politica estera domina il dibattito a livello planetario, perché siamo a un tornante della storia paragonabile a quello della seconda metà degli anni Trenta o del 1989. La svolta trumpiana già modifica gli orientamenti degli europei, come si vede in Germania: oggi moltissimi cittadini dell’Occidente contestano le acquisizioni politiche e morali dello stesso Occidente e questo ha molto a che fare con i valori.

In particolare, è stato fatto il parallelo tra la Resistenza ucraina e la guerra civile spagnola. Ne ha parlato ieri Paolo Mieli sul Corriere della Sera. Ma lo aveva fatto già tre anni fa il direttore de Linkiesta Christian Rocca che, sul nostro magazine del luglio 2002, citando “Omaggio alla Catalogna” di George Orwell («Barcellona era uno spettacolo irresistibile, ho compreso subito che era qualcosa per cui valeva la pena combattere»), scriveva: «A Kijiv nei villaggi aggrediti dai russi si respira la stessa febbricitante attesa antifascista che allora aveva influenzato Orwell».

Tre anni durò l’epica battaglia repubblicana spagnola finita nel sangue e nella dittatura di Franco. Tre anni sono passati dal quel 24 febbraio 2022 quando i carri armati di Putin tentarono di prendere Kijiv e Volodymir Zelensky disse quella frase – non si sa se effettivamente pronunciata – riferita all’idea di poter abbandonare l’Ucraina: «La battaglia è qui, mi servono munizioni, non un passaggio».

Mille e passa giorni dopo, l’Ucraina è ancora lì in piedi a respingere l’assalto imperialista di Mosca. E forse non ha torto lo storico Andrea Graziosi quando afferma che «Putin sa di non aver vinto ma spera di trasformare quella invasione, se non in una vittoria, in una simil-vittoria grazie alla rottura tra Trump e l’Unione europea».

Come la guerra dei repubblicani spagnoli animò milioni di persone che vi videro l’emblema della lotta per la libertà contro la tirannia, la causa ucraina ha assunto lo stesso significato ideale. L’imbelle politica estera della Francia, allora, fu un colpo per gli antifranchisti. Un’altrettanto imbelle politica estera dei Paesi democratici verso Kijiv sarebbe stata un tradimento degli ideali di libertà, e senza le politiche estere dei democratici americani ed europei – ciò che Giuseppe Conte, con Trump, chiama «la furia bellicista» – oggi l’Ucraina non esisterebbe e il suo popolo sarebbe schiavo.

Tutto questo per dire che soprattutto in questa fase di enormi sconvolgimenti nei quali il «trumputinismo» mette in discussione i grandi valori che promanano addirittura dalla Rivoluzione francese, la politica estera è la principale unità di misura della civiltà di un governo, di una coalizione politica, di un partito. La politica estera non può che essere valutata sulla sua capacità di difendere quei valori che per la prima volta nella storia sono messi in discussione dalle tre grandi potenze congiuntamente.

La democrazia europea è in pericolo: solo un governo che lo abbia chiaro potrà provare a impedire il peggio. In Italia se non lo fa il centrosinistra chi lo fa? Giorgia Meloni oscilla paurosamente e verrà valutata anche su questo, o per meglio dire bisognerà che si faccia una grande operazione per aprire gli occhi agli elettori di destra sul rischio di azzerare oggi la dignità del popolo ucraino e domani quella di altri popoli. E facendo capire che l’aggressività mercantile di Donald Trump sarà presto o tardi un problema anche per l’economia europee e per quella italiana. Dunque il nesso tra politica estera e interesse nazionale è evidente. Dopo giorni di incomprensibile silenzio lo ha capito la segretaria del Pd Elly Schlein escludendo, rivolta al succube trumpiano Giuseppe Conte, che un governo di centrosinistra potrà mai stare dalla parte di Trump. È ovvio, ma è stato giusto dirlo. Conte dovrebbe aver capito che un’alleanza non può prescindere dalla politica estera.

Perché questa oggi riguarda la difesa di valori come la democrazia, i diritti dei popoli, la libertà europea.

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