C’è a Roma un ponte, pedonale e ciclabile, dall’aspetto molto moderno, realizzato una quindicina di anni fa, sicuramente bello a vedersi anche se di dubbia utilità pratica, in una città in cui si prende l’automobile pure per fare il giro del palazzo e in bicicletta circolano solo i rider, che in famiglia ci siamo abituati a chiamare affettuosamente «il ponte sul niente».
Mi è tornato in mente ieri, mentre ascoltavo la conferenza stampa congiunta di Emmanuel Macron e Donald Trump alla Casa Bianca, e ripensavo ai tanti articoli letti in questi mesi sul fondamentale ruolo di Giorgia Meloni come ponte tra l’Unione europea e la nuova amministrazione americana. Dopo essere rimasta in silenzio, al contrario di Macron e degli altri leader europei, dinanzi alle ingiurie di Trump contro Volodymyr Zelensky; dopo avere prestato omaggio all’adunata trumpiana di sabato con un intervento in cui ha dedicato appena un inciso all’elogio della resistenza ucraina, preceduto e seguito da quindici minuti di esaltazione del trumpismo; dopo avere persino tentato di marinare la riunione del G7, nel giorno del terzo anniversario dell’invasione russa, accampando risibili problemi di agenda che alla fine si è dovuta rimangiare; dopo tutto questo e molto altro ancora, Meloni raccoglie una simpatica dichiarazione in cui Trump le fa molti complimenti, seduto accanto a Macron, al termine dell’incontro bilaterale in cui il presidente francese ha parlato di fatto a nome dell’Europa, nel tentativo, vedremo quanto realistico o invece velleitario, di ricucire il rapporto con gli Stati Uniti ed evitare il tradimento dell’Ucraina
Il triste esito dell’ambizioso doppiogiochismo di Meloni era del resto inevitabile dinanzi alla brutalità della svolta impressa da Trump alla politica americana sull’Ucraina, confermata dal suo rifiuto di sottoscrivere una condanna dell’aggressione russa da parte del G7 e anche delle Nazioni Unite. Proprio qui, anzi, nel voto contro il documento ucraino, si è manifestato platealmente il nuovo asse illiberale, che unisce ormai gli Stati Uniti alla Russia, accompagnata dallo storico alleato cinese e dai soliti vassalli ungheresi e bielorussi, cui si è significativamente aggiunto anche l’Israele di Benjamin Netanyahu.
Anche per questo il suo invito a Berlino da parte del vincitore delle elezioni tedesche, Friedrich Merz, secondo il quale «è assurdo che Netanyahu non possa visitare la Germania», in evidente polemica con la Corte penale internazionale, è un pessimo segnale, che mi induce a prendere con qualche cautela anche i motivi di ottimismo elencati da Carlo Panella su Linkiesta, per quanto riguarda la possibilità che Merz guidi la riscossa dell’Europa nel difficile confronto con la nuova amministrazione americana. Ma per quanto riguarda noi italiani, nulla mi pare più significativo del fatto che alla fine, dopo tanti silenzi, calcoli ed esitazioni, sabato Meloni abbia scelto di parlare all’adunata trumpiana, dove è arrivata persino a difendere l’attacco di J.D. Vance all’Unione europea, proprio mentre il leader dei popolari tedeschi prendeva le mosse da quell’attacco per annunciare la necessità di una svolta nella politica europea, con la presa d’atto della crisi del rapporto transatlantico. Ennesima conferma di come Meloni, al momento della stretta decisiva, quando sono in gioco le scelte strategiche e i valori fondamentali, si schiererà sempre dalla parte sbagliata della storia. Semplicemente perché è la sua.
Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo tema.
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