ForzalavoroLe prime call su Zoom di cinque anni fa

I medici non sono più eroi. Siamo tornati a baciarci e ad abbracciarci come prima. Non ci salutiamo più con un tocco di gomito. Ma non siamo mai tornati a lavorare come prima della pandemia. Eppure continuiamo a litigare sulla efficacia dello smart working. Ma solo perché in tanti non sanno usarlo, scrive Lidia Baratta nella sua newsletter. Arriva ogni lunedì, più o meno all’ora di pranzo

(Unsplash)

«Mi vedi?».

«Mi senti?».

«Aspe, esco e rientro».

«Niente, non mi fa entrare».

Ve le ricordate le prime call di lavoro a distanza di cinque anni fa? Mentre la pandemia entrava nelle nostre vite, a Linkiesta era arrivato da poco un nuovo collega, che nessuno aveva mai incontrato di persona. Si collegava sempre da una stanza con una mappa del planisfero e le bandierine di tutti gli Stati. Sarebbe stato così per molti mesi.

Quel collega poi l’abbiamo conosciuto di persona. La redazione è tornata a incontrarsi dal vivo. Ma le call a distanza sono rimaste un’abitudine consolidata. In tutti gli uffici. Spesso sono un mix tra chi è in sede e chi no. E anche molti convegni e corsi, che un tempo sarebbero stati organizzati solo per i presenti, prevedono la partecipazione di relatori e utenti da remoto. Ormai non ci si fa neanche più caso.

Cinque anni fa, (quasi) tutti muovevamo i primi passi nel mondo del lavoro da remoto. Lo chiamavamo smart working, ma poi abbiamo scoperto che quella roba lì, stare seduti al tavolo della cucina per ore davanti al computer, era tutt’altro che smart. Si arrivò a parlare di «Zoom fatigue», affaticamento da Zoom – la piattaforma più usata nel periodo pandemico – perché passavamo troppo tempo gestendo solo interazioni virtuali davanti a uno schermo.

Eppure, nella retorica da pandemia del «mondo non sarà più lo stesso», l’unica cosa che davvero non è tornata più quella di prima è proprio il lavoro. I medici non sono più eroi. Siamo tornati a baciarci e ad abbracciarci come prima. Non ci salutiamo più con un tocco di gomito. Ma non siamo mai tornati a lavorare come prima. Almeno non tutti.

Le piattaforme per le videochiamate si sono moltiplicate. Abbiamo imparato a usarle. E in molti casi ne facciamo pure un uso eccessivo (a volte, basterebbe una email al posto di venti minuti di call).

Quello che in Italia chiamiamo smart working, in realtà, esisteva già prima della pandemia – la legge italiana è del 2017 – ma era confinato a pochissime riserve indiane di aziende virtuose che finivano nei titoli di giornale. Negli anni del Covid è diventato prima obbligatorio, poi si sono susseguiti svariati decreti e regolamentazioni. Oggi sono aziende e uffici che stabiliscono le regole e le geometrie della flessibilità lavorativa.

Ma, cinque anni dopo, il mondo è ancora diviso tra chi vede di buon occhio il lavoro da remoto e chi vorrebbe tornare al mondo pre-Covid. Da subito ci sono stati quelli che, finita l’emergenza, hanno imposto il rientro in ufficio con una semplice email. Non solo gli imprenditori vecchio stile, ma anche grandi aziende e manager che si professano progressisti e innovativi.

Periodicamente, se ne discute ancora quando arrivano gli annunci di grandi passi indietro. JPMorgan, Amazon e Goldman Sachs hanno ordinato di recente a migliaia di dipendenti di tornare in ufficio cinque giorni alla settimana. E Donald Trump, subito dopo aver giurato come presidente, ha stabilito con un ordine esecutivo di eliminare il lavoro da remoto per tutti i dipendenti pubblici statunitensi.

Ma nonostante le spinte contrarie, nel 2025 ormai il lavoro ibrido, da remoto o smart sembra un fenomeno consolidato. Si trova negli annunci, si negozia durante le assunzioni, si richiede nei colloqui di lavoro.

In Europa, secondo l’ultima ricerca di Eurofound “Living and Working in the Eu”, i ruoli solo in presenza sono al 41 per cento, con una crescita del cinque per cento nell’ultimo anno. Ma le soluzioni di lavoro ibrido rimangono l’alternativa più comune (44 per cento) tra i dipendenti che ricoprono ruoli che possono essere svolti anche da remoto. Le posizioni completamente da remoto, invece, sono in costante discesa, con un calo dal 24 al 14 per cento tra il 2022 e il 2024.

Nei Paesi Bassi, Irlanda, Finlandia e Germania, la maggior parte dei lavoratori è autorizzata a lavorare da casa in tutto o in parte, con percentuali vicine o superiori al 70 per cento. Sul fronte opposto, Cipro, Grecia, Croazia, Portogallo e Italia sono tra i Paesi meno flessibili, dove la maggior parte delle persone non lavora mai da casa.

In Italia, rispetto ai 6,5 milioni di lavoratori da remoto del 2020, oggi il numero si è dimezzato. Nell’ultimo anno si è registrata una minima variazione, con numeri quasi identici rispetto al 2023, che fanno pensare però a una normalizzazione. Ma restano forti differenze. Il novantasei per cento delle grandi aziende ha consolidato al suo interno modalità di lavoro agile per alcuni giorni della settimana. Nelle piccole e medie imprese, invece, lo smart working è ancora visto come uno strumento occasionale. Ancora meno diffuso è il lavoro ibrido nella pubblica amministrazione, anche se dipende molto dall’ente di appartenenza.

Il punto è che il lavoro da remoto avrebbe dovuto rappresentare soprattutto un cambio di paradigma nell’organizzazione – e non il semplice spostamento della scrivania dall’ufficio a casa – permettendo al dipendente una gestione più autonoma del proprio tempo.

In molte aziende, però, si è rimasti fermi alla fase pandemica. Con un semplice trasloco di orario e mansioni dalla sede fisica alle case. Più telelavoro che lavoro smart. Con l’aggiunta della cattiva abitudine, da parte dei datori di lavoro, di inviare messaggi Whatsapp e email in qualunque giorno della settimana e a qualunque ora. Come se l’emergenza fosse ancora in corso.

Senza un ripensamento del modelli organizzativi, come hanno scritto Francesco Seghezzi e Michele Tiraboschi, il rischio è che il lavoro da remoto si trasformi però in una forma ibrida inefficace.

Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, i modelli organizzativi adottati dai datori di lavoro italiani per disciplinare l’attività lavorativa in modalità agile sono spesso uguali per tutti i dipendenti. Soltanto il ventiquattro per cento degli enti pubblici e il quaranta per cento delle grandi imprese hanno implementato modelli diversi che tengono in considerazione le attività da eseguire da remoto e l’inquadramento del personale.

E in un contesto economico incerto, chi non ha saputo o voluto organizzarsi bene finisce ora – dopo cinque anni – per vedere ancora il lavoro a distanza come un pericolo per la produttività e l’identità aziendale. La mancanza di controllo «a vista» mette in crisi chi non ha una buona gestione dell’organizzazione del lavoro.

Quello che colpisce, però, è che la retorica sullo smart working è rimasta la stessa. Ci sono ancora quelli che sognano di lavorare guardando i monti della Sila. Le imprese tech super innovative in cui non esistono orari. E poi il movimento anti-smart dei padroncini, che se la prendono con i fannulloni, predicano il controllo e il romanticismo delle interazioni alla macchinetta del caffè. Come se non avessimo imparato nulla.

Ma, come cinque anni fa, il problema non è lo smart working. Il problema è di chi lo smart working non lo sa fare.

 

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