(Dis)Unione militareL’esercito Ue resta un’utopia, e ancora non esistono alternative concrete

Il ritorno di Trump ha riacceso il dibattito sulla difesa comune, ma gli strumenti di cooperazione militare esistenti hanno dato risultati limitati. Dai fondi comuni ai progetti congiunti, ecco cosa funziona e cosa no

LaPresse

Quando si parla di esercito europeo c’è un ostacolo fondamentale che viene spesso sottovalutato: la Costituzione di ogni Paese membro dell’Unione europea assegna il controllo delle forze armate al proprio governo nazionale. Non è una questione di volontà politica o di coordinamento tecnico, ma di sovranità nazionale. Significa che solo il governo italiano può decidere dove e come impiegare i suoi soldati, solo quello francese può disporre delle sue forze, e così via per tutti i ventisette Stati membri.

Nessun trattato europeo ha mai modificato questo principio cardine, nemmeno il Trattato di Lisbona che pure ha introdotto innovazioni significative nella difesa comune, come la Cooperazione strutturata permanente (Permanent Structured Cooperation, Pesco) che permette a gruppi di Stati membri di cooperare più strettamente in materia militare, o la clausola di mutua assistenza in caso di aggressione armata. Ma queste novità, per quanto importanti sulla carta, non hanno modificato il principio fondamentale del controllo nazionale sulle forze armate: la Cooperazione strutturata permanente resta uno strumento di cooperazione volontaria, mentre la clausola di assistenza mutua è un impegno politico che non corrisponde a una vera struttura militare integrata come quella della Nato. È questa realtà, tanto semplice quanto fondamentale, a spiegare perché l’idea di un esercito europeo rimane nel campo delle utopie.

L’invasione su vasta scala dell’Ucraina e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca hanno riacceso il dibattito sulla difesa europea, evidenziando nuove esigenze e nuove risposte. Ma la realtà operativa è molto distante dalle aspirazioni di un esercito comune. «L’Unione europea oggi ha uno strumento operativo che è tarato per teatri di conflitto a bassa intensità su piccola scala», spiega Alessandro Marrone, responsabile del programma Difesa dell’Istituto Affari Internazionali (Iai). «Stiamo parlando di missioni nell’ordine delle centinaia di unità, non delle centinaia di migliaia come in Ucraina». Le capacità attuali dell’Unione si limitano a operazioni come «l’addestramento delle forze armate somale, le missioni in Repubblica Centrafricana, il controllo dei confini in Libia, o la missione navale che difende il traffico mercantile nel Mar Rosso». Missioni importanti, certo, ma ben lontane dalla scala necessaria per una vera difesa territoriale del continente. Come sottolinea Marrone, «difendono il traffico mercantile da gruppi che sono in grado di lanciare decine di droni e missili, ma non migliaia come potrebbero fare le forze armate russe».

Intanto il nuovo Segretario americano alla Difesa, Pete Hegseth, è stato brutalmente chiaro nel suo messaggio agli europei: non basta più il due per cento del Pil per la difesa, e da sempre Trump chiede un impossibile cinque per cento. Un ultimatum che mette l’Europa di fronte a un bivio: investire massicciamente nella propria difesa o accettare una drammatica riduzione della propria sicurezza. L’alternativa dell’esercito comune europeo, per quanto seducente sulla carta, si scontra con ostacoli apparentemente insormontabili. La realtà però è che le percezioni della minaccia variano drasticamente tra i Paesi. Provate a chiedere cos’è la difesa europea a Varsavia e a Roma, a Parigi e a Berlino: otterrete risposte che sembrano venire da pianeti diversi. Per la Polonia è il 4,7 per cento del Pil speso nell’incubo ricorrente di svegliarsi col russo alle porte, per l’Italia è il pattugliamento del Mediterraneo in tempesta. La Francia sogna una grandeur nucleare tutta sua, mentre la Germania post-pacifista ora corre a riarmarsi. Nel frattempo i baltici tremano al confine con Mosca e gli scandinavi si rifugiano sotto l’ombrello Nato perché si fidano più degli americani che degli europei.

Una tale varietà rende ardua ogni ipotesi di coordinamento: la difesa europea oggi è un puzzle di priorità nazionali ancora da comporre. In attesa che il dibattito sull’esercito comune europeo trovi una sua evoluzione, vale la pena esaminare pragmaticamente gli strumenti di cooperazione già esistenti, per capire cosa offrono oggi e quali possibilità concrete aprono per il futuro.

Gli strumenti a disposizione
L’Europa della difesa è un cantiere in perenne costruzione, fatto di tre ambizioni parallele. La prima è creare un vero mercato comune degli armamenti, dove le industrie possano competere oltre i confini nazionali e i governi possano acquistare liberamente in altri Paesi europei. La seconda è investire insieme in ricerca e sviluppo militare, mettendo risorse comuni per progetti che nessun paese può permettersi da solo. La terza, forse la più ambiziosa, è coordinare le scelte militari nazionali, per evitare che ventisette eserciti continuino a procedere in ordine sparso.

Il mercato comune degli armamenti ha mosso i primi passi nel 2009, con due direttive che dovevano aprire gli appalti militari alla concorrenza europea e semplificare il trasferimento di equipaggiamenti tra stati membri. La realtà è stata più complicata: i paesi hanno continuato a proteggere le proprie industrie nazionali, invocando spesso la sicurezza nazionale per aggirare le nuove regole. Risultato: ancora oggi il mercato europeo della difesa resta frammentato in compartimenti nazionali.

Sul fronte degli investimenti comuni, l’Unione ha fatto passi più decisi negli ultimi anni. Il più importante si chiama Fondo europeo per la difesa (Edf) che con una dotazione di quasi otto miliardi di euro per il periodo 2021-2027 finanzia progetti di ricerca e sviluppo congiunti. «È il terzo investitore in tecnologie militari in Unione europea, dopo Francia e Germania», spiega Marrone. «Ma la dotazione rimane limitata se confrontata con la voce investimenti dei bilanci nazionali della difesa dei principali Stati Ue o degli Stati Uniti». A questo si sono aggiunti, sull’onda dell’emergenza ucraina, due strumenti più recenti: l’Asap (Act in Support of Ammunition Production) e l’Edirpa (European Defence Industry Reinforcement through common Procurement Act). Il primo, con 500 milioni di euro, punta ad aumentare la produzione europea di munizioni. Il secondo, con trecento milioni, dovrebbe incentivare gli acquisti congiunti di equipaggiamenti militari. «Cifre ancora troppo basse», sottolinea Marrone, «che mostrano come l’Ue proceda gradualmente per definire le normative, testare i meccanismi e preparare il terreno ad interventi più ambiziosi». L’ultimo nato è il piano Edis (European Defence Industrial Strategy), presentato a marzo 2024, che stanzia altri 1,5 miliardi per acquisti congiunti entro il 2027. «Una cifra modesta», commenta Marrone, «ma che segna un cambio di passo: per la prima volta il bilancio comune finanzierà direttamente l’acquisto di armamenti, superando un tabù storico».

Resta il nodo più difficile: coordinare le scelte strategiche nazionali. Qui gli strumenti ci sono – dal Piano di sviluppo delle capacità alla Revisione annuale coordinata della difesa – ma manca spesso la volontà politica di usarli. Il cantiere Europa, insomma, è ancora ben lontano dal completamento.

La questione degli standard tecnici e dell’interoperabilità resta ancora un nodo irrisolto. «La difesa dello spazio aereo europeo, che per natura è uno spazio integrato, non è possibile difendere solo la Repubblica Ceca o solo l’Italia», sottolinea l’esperto. Ma costruire un sistema integrato richiede anni: «Basta pensare che ci sono dei radar missile intercettori in Polonia piuttosto che in Spagna, un centro di integrazione dei dati in Germania e tanti altri assetti federati che operano insieme». Un sistema che la Nato ha impiegato decenni a costruire e che l’Unione non può replicare dall’oggi al domani. Attualmente l’Unione utilizza diciassette diversi tipi di carri armati contro l’unico modello americano, tredici tipi differenti di aerei da combattimento e ventinove diverse fregate navali. Secondo uno studio della Commissione Europea di qualche anno fa, questa frammentazione causa una perdita di efficienza stimata tra i venticinque e i cento miliardi di euro annui. Inoltre, l’Europa importa inoltre il sessanta per cento dei suoi sistemi d’arma avanzati, principalmente dagli Stati Uniti, creando una dipendenza tecnologica e industriale che limita l’autonomia strategica

Infine c’è la questione dei costi. I ventisette paesi dell’Unione Europea spendono complessivamente circa trecentoventisei miliardi di euro annui per la difesa, pari all’1,9 per cento del Pil combinato, contro gli ottocento miliardi degli Stati Uniti (3,5 per cento del Pil). «Nel giro di alcuni anni dovremo compensare il fatto che gli Stati Uniti al momento hanno circa cento mila soldati americani in Europa e possono scendere a ottanta mila, settanta mila, cinquanta mila per impiegarli nell’Indo-Pacifico», avverte Marrone. Un ritiro che imporrebbe agli europei di colmare il vuoto con forze proprie. Ma a che prezzo? «L’Italia è pronta a passare dall’1,5 al tre per cento di Pil nella difesa per contribuire alla difesa europea in grado di difenderci dalla Russia senza gli Stati Uniti?».

Un’utopia concreta
La strada per una difesa europea più integrata esiste, ma passa per un approccio pragmatico e graduale. Negli scorsi giorni il Commissario Valdis Dombrovskis, ha annunciato che le regole del Patto di stabilità e crescita saranno sospese per «diversi anni» per permettere agli Stati membri di aumentare la spesa per la difesa «Una cosa forse intermedia che è più raggiungibile», suggerisce Alessandro Marrone, «è dire che quando i paesi europei investono per cofinanziare progetti sostenuti dalla Commissione, questi potrebbero essere messi fuori dal patto di stabilità». Una proposta che potrebbe trovare «più eco, più ascolto anche in quei paesi che sono più attenti alle regole di bilancio».

L’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che i progetti di successo nascono da convergenze di interessi concreti. È il caso dell’ambito spaziale, dove «c’è una collaborazione molto forte tra Francia e Italia per i sistemi di osservazione della terra e di comunicazione militare». Un esempio virtuoso è Galileo, il sistema di posizionamento satellitare europeo che garantisce un’autonomia strategica rispetto al gps americano: «Se gli americani dovessero avere problemi col gps o doverlo spegnere, i paesi europei hanno una costellazione che permette di sapere alle forze armate e alle istituzioni dove si trovano».

Il futuro della cooperazione europea potrebbe passare per quello che si definisce “formato PESCO4”: un coordinamento rafforzato tra Francia, Germania, Italia e Spagna che «proceda rapidamente a livelli maggiori di cooperazione e integrazione». Non è un caso che questi quattro paesi rappresentino i maggiori bilanci militari dell’Unione europea e ospitino le principali industrie del settore.

Ma la vera chiave di volta sarà la capacità di aumentare gli investimenti congiunti. La nuova Strategia Industriale per la Difesa (Edis) punta esplicitamente a «un finanziamento molto più corposo nel prossimo bilancio UE 2028-2035». Una necessità non più rinviabile se l’Europa vuole davvero essere pronta ad affrontare le sfide di sicurezza dei prossimi anni senza dipendere esclusivamente dalla protezione americana. «L’importante», conclude Marrone, «è non perdere di vista il quadro Nato». La nuova difesa europea non può nascere in contrapposizione all’Alleanza Atlantica, ma deve svilupparsi come suo pilastro europeo. Una lezione che la guerra in Ucraina ha reso ancora più evidente.

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