Il libro di Mario DesiatiCosa si nasconde dietro un nome, nelle profondità delle radici familiari

In “Malbianco” (Einaudi), lo scrittore esplora il percorso intimo e doloroso alla ricerca della verità sulla famiglia, tra silenzi, segreti e il peso della Storia

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Alberi dentro il bosco tarantino che si para fitto davanti agli occhi. Alberi genealogici che contengono, nella propria ramificazione, un mistero. Rami ancora intatti, e rami spezzati. E dentro a questa selva, sia letterale che figurata: Marco Petrovici, il protagonista del nuovo romanzo di Mario Desiati, “Malbianco” (Einaudi), in cerca di una verità sia intima che familiare.

Il Malbianco, scrive Desiati verso la fine del libro, è «un fungo, un parassita, assomiglia a una nebbia che scende sulle foglie, sui germogli e sui frutti, riveste l’albero con un feltro bianco e ne fa sparire i colori. Il malbianco è come un velo sotto cui spariscono gli alberi». Ci si può sentire tutti interi se intera non è la nostra storia familiare, e se al contrario questa è una storia dove le intermittenze della memoria o lo spazio cavo dei non detti tracciano una linea discontinua? Marco Petrovici parte da qui: dalle intermittenze che resistono nei racconti di chi lo ha preceduto. Sente di essere il frutto maturo di tali intermittenze, e allora chiede ai propri genitori, e forza, e indaga. Scrive: «A loro devo la cosa più significativa che ho: il mio nome, Marco. Per tutta la vita reggiamo un nome che è stato scelto da altri, ma le conseguenze e le implicazioni sono nostre. Ho sempre creduto che in un nome si nascondano le emozioni, le speranze e a volte anche le frustrazioni di chi l’ha scelto. Nel nome c’è il desiderio consapevole o inconsapevole di chi quel bambino si desidera che diventi».

I desideri degli altri abbracciano e condizionano la propria espressione di sé, come accade in “Spatriati”, il romanzo con cui Desiati ha vinto il Premio Strega 2022. E tuttavia, se in “Spatriati” la ricerca dell’identità avviene in una dimensione estroflessa, attraverso il passaggio obbligato dell’allontanamento dalla provincia – seppure Francesco, il protagonista del romanzo, compia alla fine una traiettoria opposta a quella di Claudia, meno remissiva di lui e più definitiva –, in “Malbianco” l’indagine su di sé si realizza a partire dalle radici, risalendo poi la linea del tempo verso chi ha preceduto la propria storia, genitori e nonni, chi silenziosamente ha finito per influenzarla. 

All’affrancamento giovanile dai precetti opprimenti della società in cui si è nati e cresciuti segue, con questo romanzo, l’asservimento alla legge incontrovertibile del sangue: conoscere sé stessi è un moto che parte da chi è venuto prima di noi, chi ci ha gettato nel mondo, lungo una spirale che si sviluppa in gran parte nel passato. Un percorso non meno accidentato del primo, che pone al centro i temi da sempre cari a Desiati: non solo la natura della propria identità, ma anche quella dei desideri. Si può desiderare davvero qualcosa se la nostra storia familiare è fasciata dal silenzio, e dai segreti, e se i traumi che quella famiglia porta con sé restano avvolti nella reticenza o nel mistero? Dopo il desiderio perverso ma innocente che Desiati indaga in “Candore”, o quello sradicato e fluido narrato in “Spatriati”, abbiamo a che fare ora con una forma di desiderio più adulta e matura, quasi crepuscolare, nella misura in cui la mancanza di possesso del protagonista non riguarda solo il Sé, e non si esaurisce in una parabola individuale, ma si apre agli altri, è in ascolto degli altri, consapevole di quanto nella vita siamo ciò che siamo anche per via di ciò che furono coloro che ci hanno preceduto. E allora il quadro si allarga e i piani narrativi e temporali si moltiplicano. 

Le estensioni tematiche del romanzo ci restituiscono insieme allo stile, tipico di Desiati, impeccabile, elegante, laborioso, la cifra esatta di questo libro: la complessità, insieme anche a una certa dichiarata e ben centrata ambizione autoriale. È un romanzo meno verticale dei precedenti, “Malbianco”, e più temerario. C’è la Storia, nei capitoli dedicati a Demetrio e Vladimiro Petrovici, la Seconda guerra mondiale e lo sterminio degli ebrei. Ci sono le sedute di psicoterapia a cui Marco Petrovici si sottopone da dieci anni nel tentativo di far luce sui suoi capogiri, gli svenimenti, la claustrofobia, l’agorafobia e la paura di guidare. C’è la famiglia, con il proprio bagaglio mitologico e la consueta ressa di verità messe a tacere. Ci sono i folti boschi della campagna tarantina, le rarefatte distese di neve della Russia, e ancora Berlino e Roma. Accanto ai legami biologici, ci sono quelli affettivi. E infine c’è la religione, l’appartenenza a un popolo.

Uno dei rami spezzati dell’albero genealogico che Petrovici è intento a ricostruire è infatti quello dell’ebraismo. Le note di una ninna nanna yiddish scandiscono quest’ultima parte del romanzo che ha luogo durante la guerra, e in cui a primeggiare fra i vari possibili desideri ce n’è uno imprescindibile e atavico: sopravvivere. Alla pluralità dei personaggi conosciuti sin qui, nel ventaglio di percorsi individuali che Desiati intreccia fra presente e passato, si aggiunge ora la coralità di un destino comune: la persecuzione degli ebrei, prima e durante l’Olocausto. L’atrocità della guerra cade nelle pagine di un romanzo, che come sempre accade nelle opere di Desiati, riesce a declinare perfettamente il contemporaneo senza mai restare imbrigliato nella contingenza. La guerra, la brutalità a cui la guerra obbliga, impone il silenzio a chi l’ha combattuta e subìta. Il velo bianco sotto cui spariscono gli alberi inizia da qui, e conferisce una nuova dimensione alla parola “segreto”. 

Non c’è solo la paura di non essere all’altezza degli altri, delle altrui aspettative o dei desideri ereditati, ma quella di non essere all’altezza del sé stesso che s’intendeva diventare. Tacere non solo come atto di vigliaccheria rispetto al percorso d’emancipazione che ci porta a scoprire noi stessi, dunque, ma pure come atto di sopravvivenza rispetto a quello che noi stessi siamo stati costretti a fare. Il desiderio di uno spatriato d’incontrare la propria identità, sembra ricordarci Desiati, è un desiderio reso possibile in fondo dal progresso e dalla pace: è un previlegio, anche se spesso non ce ne rendiamo conto. Ora che lo spatriato torna a casa, nella sua Puglia, e dismette i panni giovanili della rivolta, adesso che ha sedato quel bisogno di fuggire alla ricerca del mondo, può permettersi di scoprire l’Io attraverso gli altri, e così le proprie radici familiari e la Storia.

Marco Petrovici ha il medesimo sguardo incantato e romantico, lo stesso piglio indolente e tenero, dei protagonisti a cui Desiati ha dato voce in passato. Ma il suo viaggio alla ricerca della felicità è ora più tragico. Irresistibile, vorticoso, commovente e toccante.

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