Fratelli di LibiaLa poltrona vuota di Meloni in Parlamento, e l’ipocrisia del governo sul caso Almasri

La premier ha mandato avanti i suoi ministri per rispondere sul torturatore libico. Hanno detto varie bugie, e pure che c’è un complotto della Corte di giustizia internazionale, della sinistra e della magistratura

Lapresse

In diretta televisiva, nelle aule di Montecitorio e Palazzo Madama, è andata in onda la più stucchevole delle commedie degli equivoci e dell’ipocrisia. Anzi dell’indicibile. Pienone nel banco dei ministri e dei sottosegretari, con una vistosa assenza: la poltrona della premier, al centro della fila ministeriale, era vuota. Giorgia Meloni ha mandato i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi di fronte al fuoco di fila delle opposizioni che da quasi due settimane chiedono al governo di venire in Parlamento a spiegare perché il torturatore Almasri non è stato consegnato alla Corte internazionale di giustizia ma è stato accompagnato a Tripoli con un Falcon dei servizi segreti. Ieri, in quelle aule surriscaldate, i due ministri si sono palesemente contraddetti.

È stata detta una bugia dal Guardasigilli: non era possibile trattenere nelle patrie galere il libico perché il mandato d’arresto del tribunale dell’Aja era di fatto nullo, contraddittorio, incomprensibile, irrazionale. La verità è che lui se l’è presa comoda nel leggere le carte della Corte («erano tante e pure scritte in inglese»), e mentre leggeva e traduceva un aereo dei servizi era già partito da Ciampino per prelevare il libico a Torino. Dopo la bugia e i cavilli giuridici di Nordio, emulo del magistrato della Cassazione Corrado Carnevale soprannominato «l’ammazzasentenze» per l’annullamento di numerose condanne di mafiosi, è arrivata l’ammissione di Piantedosi.

Contraddicendo il collega, il responsabile del Viminale ha spiegato che Almasri doveva essere mandato a casa perché soggetto pericoloso, per salvaguardare l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale. Il prefetto dei prefetti non ha spiegato però in che senso è pericoloso: lo era per l’Italia perché poteva commettere reati sul nostro territorio? Oppure è pericoloso perché è in grado di far partire dalla Libia flotte di barchini con dentro i poveri cristi e di danneggiare interessi italiani in Libia? Ecco l’indicibile ricatto cui lo Stato italiano è sottomesso. Almasri è uno dei tanti signori della guerra che ha le mani sporche di sangue e pieni di soldi, anche nostri, con le quali apre e chiude i rubinetti dell’immigrazione.

Ma i due ministri, iscritti nel registro degli indagati insieme alla premier e al sottosegretario con delega ai servizi Alfredo Mantovano, non hanno avuto il coraggio di dire apertamente che il boia serve alla causa italica, che è funzionale alla politica anti-immigrazione della destra al governo.

Avrebbero potuto e dovuto dire che era meglio mettere il sigillo della ragion di Stato invece che zigzagare tra cavilli giuridici e accusare il Partito democratico di avere firmato un memorandum anti-immigrazione con i libici. Firmato nel 2017 dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti, durante il governo di Paolo Gentiloni, negli anni successivi alla caduta di Gheddafi e al caos in cui era precipitata la Libia (la media degli arrivi dei migranti era di centocinquantamila all’anno). Per cui, hanno detto Giovanni Donzelli e gli altri in Parlamento, ora le anime belle della sinistra non possono venire a fare le pulci a Giorgia Meloni sui diritti civili e umanitari dei migranti chiusi, torturati, stuprati e uccisi nel carcere di Almasri. Come se il memorandum fosse eterno e non ci fosse mai un sussulto di dignità “nazionale” a proposito di destra sovranista.

E invece tutto è giustificato, tutto deve continuare come se nulla fosse successo in questi anni. Come se intanto non avessimo visto le condizioni disumane di quelle prigioni. E non avessimo sentito le testimonianze dei torturati, dei soldi che vengono estorti alle famiglie per liberare i loro figli, le accuse della Corte dell’Aja sullo stupro di un bambino.

Cos’altro dobbiamo sapere di più per dire che quel memorandum è una vergogna e un fallimento. Prevedeva investimenti per lo sviluppo e la sorveglianza delle Nazioni Unite sulle condizioni nei centri detentivi libici: nulla di tutto questo è stato fatto. E bene ha fatto il Partito democratico a non votare più il rifinanziamento della guardia costiera. Sarà pure vero, ma non è ammissibile, che tutti gli Stati fanno «cose sporchissime», come ha detto Bruno Vespa nella sua migliore performance meloniana. Ma non sarà ora il caso di dire che non vogliamo più essere ricattati da assassini a piede libero? Che dobbiamo difendere i nostri interessi energetici e controllare le partenze anche in maniera energica? Pie illusioni? Forse. Un po’ di realismo sulle estreme debolezze dell’Italia di sempre.

Il governo però non ci venga a dire in Parlamento che c’è un complotto della Corte di giustizia internazionale, che il procuratore Francesco Lo Voi è una toga rossa e va cacciato da Roma per incompatibilità ambientale, che i tipi pericolosi meglio toglierli dai piedi in fretta. Che grazie a Meloni e al suo Piano Mattei stiamo risolvendo il problema delle migrazioni africane. Che l’asino vola, e noi a guardarlo a bocca aperta.

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