L’unica cosa chiara sono gli sconfitti. Achille Lauro e Giorgia, dati dai saperlalunghisti sicuramente in cinquina per tutto il giorno, e poi a notte fonda finiti appena fuori, tra i fischi dell’Ariston e la disperazione mia che alle due passate sono qui a riscrivere un articolo che avevo previsto fosse su Fedez e Lauro finalisti e si abbracceranno o no e altri interrogativi da immaginario deprezzato in un paese senza star system.
Altri sconfitti. Tony Effe, che è arrivato a Sanremo a pari notiziabilità con Fedez, e ne esce come quello famoso per il problema dei gioielli sponsorizzati, e la fama della cui canzone è dimenticata in fondo alla classifica. (Io comunque non riesco più a citare nessuno di questi senza pensare alla battuta di Geppi Cucciari: tutta gente senza onomastico).
E sconfittissimi i Coma Cose, con la loro canzone moschicidissima ma anche grande trattato su questo tempo sbandato, «Cuoricini, cuoricini, persino sotto alla notizia “crolla il mondo”», i loro cuoricini che perdono come sempre a Sanremo hanno perso le canzoni che poi ci siamo trovate appiccicate addosso, da “Sarà perché ti amo” a “L’italiano”, da “Non voglio mica la luna” a “Anni ruggenti”.
La vittoria conta meno, perché, appunto, sappiamo dalle canzoni che ricordiamo benché sconfitte e da quelle dimenticate un attimo dopo la vittoria che vincere a Sanremo non serve a niente. Non serve alla canzone, forse serve a quelli abbastanza giovani da essere fan e turbarsi se non vince il poster che hanno in cameretta.
A noialtri normali, serve solo a fare il gioco di fine festival: cosa ci dice del mondo che abitiamo la vittoria di questo Sanremo, cosa ci dice questo televoto, cosa ci dice questa sala stampa convinta di dover arginare i guasti del paese reale?
Quest’anno, poi, che il paese reale era così mirabilmente rappresentato da Carlo Conti che anche i social erano convinti di doverlo arginare, convinti che esistesse un mondo fuori dai social impegnato a indignarsi se dici «guerriera» a una col cancro, convinti che il mondo reale non sia fermo al 1946 nonostante ogni dettaglio confermasse il congelamento temporale.
A Giorgia giorni fa hanno chiesto delle somiglianze della canzone che aveva portato in gara con “La sera dei miracoli”, una canzone del 1980, che viene da quello che forse è il più bel disco di Lucio Dalla (di cui è forse la più scarsa canzone, ma questo bisticcio lo avviamo un’altra volta). Giorgia ha risposto che anche lei l’ha fatto notare a Blanco che l’ha scritta, ma lui è cascato dalle nuvole, avendo compiuto ventidue anni da una settimana.
Conoscerà Blanco, nato a Torri Gemelle abbondantemente cadute, un disco di quarantacinque anni fa? Certo che no, e Giorgia ha detto che probabilmente la somiglianza è perché la musica ce l’hai dentro anche se non la conosci, ma io ho una tesi diversa: Blanco “La sera dei miracoli” l’ha orecchiata guardando il film della Cortellesi, quello ambientato nel 1946.
Quello che somiglia così tanto al paese reale del 2025 che Carlo Conti – così splendidamente antiquato, così splendidamente democristiano – l’unica buona causa cara al postmodernismo che ha preso a cuore e perorato su quel palco è quella che va bene tutto ma non ci potete violentare, non ci potete menare, se lei non vuole tu non puoi. Perché è ancora il 1946, e quindi al pubblico maschile di Sanremo glielo devi ricordare.
Per l’Italia del ’46, le vittorie più adatte, tra i nomi in cinquina, erano o Brunori Sas o Olly (anche loro senza onomastico). Un cantautore vecchio stile, e uno che sembra l’unico là in mezzo che si è vestito con qualcosa che ha trovato in casa. Poi c’erano, in cinquina, altri due cantautori. I cantautori erano tre su cinque finalisti, nel festival in cui in media le canzoni avevano più autori che versi. Se al Sanremo vero va così, il Club Tenco con chi lo fanno: trapper e diplomati di “Amici”?
C’era, in cinquina, Simone Cristicchi, coi suoi ricatti: della malattia, della mamma vecchia, della dolenza, del tema importante. E in più con quella canzone che neppure era cantata, pareva Corrado Guzzanti che «ora diche un poèsia».
E poi Lucio Corsi, anche lui mica scarso quanto a ricatto della dolenza: quello che lo fa strano, quello con la faccia pittata, quello che a scuola lo bullizzavano sicuro. E in più con la carta “Anima mia” del duetto con Topo Gigio, perfetto nel secolo che ha rimosso la memoria e l’ha sostituita con la nostalgia.
E poi c’era Fedez, del quale non c’è bisogno di precisare molto, e io ho passato i minuti tra l’annuncio della cinquina e quello del vincitore a chiedermi quanto avrebbe influito la precisazione fatta da Carlo Conti in levare, come niente, mentre leggeva la classifica degli ultimi ventiquattro: i voti non sarebbero stati azzerati. Era una scelta fatta per impedire ai giornalisti di ribaltare il risultato come già fecero l’anno scorso?
Forse no: per ora si sanno i risultati totali, in cui Fedez è quarto, e quelli del televoto, in cui era terzo, quindi più di tanto la stizza dei giornalisti da cui Fedez non si è fatto intervistare sul suo assortimento di guai non pare aver influito.
E quindi siamo rimasti lì ad aspettare ci dicessero chi vinceva tra i primi due, ad ascoltare il sindaco come sempre avvincentissimo (non so quante volte ho già scritto «ma te li vedi gli Oscar che fanno parlare l’assessore sul palco», ma lo ribadisco), mentre io mi chiedevo se avrebbe vinto Olly, senza fotogenia ma con una canzone invero squarciagolabile, o Lucio Corsi, perché Topo Gigio, perché la quota freak, perché se dobbiamo avere un David Bowie in sessantaquattresimo meglio lui di Achille Lauro. Avrei dovuto sapere che non poteva vincere uno con nome e cognome. Che Olly senza onomastico sia.