No limitsCome si sta preparando l’Italia alle prossime Paralimpiadi

A un anno da Milano-Cortina 2026, abbiamo intervistato l’uomo dietro le medaglie che verranno, Paolo Tavian, Presidente della Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici: «Vorrei che gli atleti pensassero prima di tutto a migliorare le loro prestazioni, piuttosto che a calcolare strategie per vincere più premi economici», dice a Linkiesta

Fisip

Lo sport paralimpico è molto più di una competizione: è il simbolo del superamento dei limiti, dell’inclusione e della volontà di eccellere. A un anno da Milano Cortina 2026, il movimento paralimpico italiano sta crescendo, sia in termini di visibilità che di strutture, con l’obiettivo di garantire agli atleti non solo il giusto riconoscimento, ma anche una carriera sportiva solida e sostenibile. La parola d’ordine è qualità nella crescita, con un’attenzione particolare al valore della squadra e alla sinergia tra atleti e atleti guida, figure insostituibili per chi gareggia nelle discipline riservate agli atleti con disabilità visiva.

A guidare questa trasformazione c’è Paolo Tavian, Presidente della Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici (Fisip) dal 2022, che insieme ad altri protagonisti del movimento – tra cui Luca Pancalli, ex nuotatore paralimpico e pentatleta, oggi Presidente del Comitato Italiano Paralimpico (Cip) – sta contribuendo a rafforzare il settore e a preparare la squadra italiana per le Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026. Tavian non parla mai di “staff”, ma di squadra: per lui il concetto di team è fondamentale, perché senza un sistema coeso e collaborativo non si costruiscono né atleti né risultati. Spesso lavorare con lui è faticoso ma se si condividono gli obiettivi diventa bello.

È lui stesso una sintesi vivente della storia e dei valori del mettersi al servizio degli altri, principio che ha portato avanti sin da quando, nel 1986, è stato tra i primi atleti guida nello sci paralimpico. Un ruolo che non è mai stato solo tecnico, ma anche umano: essere una guida significa essere compagno, riferimento e punto d’equilibrio, perché nello sport paralimpico la fiducia tra atleta e guida è il cuore di ogni vittoria.

Lo abbiamo incontrato a Tesero, in occasione della presentazione dell’opera Sipario di Stelle di Fulvio Morella, un tributo all’alfabeto Braille trasformato in corpi celesti, parte della mostra diffusa in Val di Fiemme Le stelle che non ti ho detto per celebrare il bicentenario del Braille. Un evento significativo, ospitato durante i Test Event Para Nordic, tappa chiave della Coppa del Mondo FIS di sci di fondo paralimpico, che segna l’avvicinamento ai prossimi Giochi Paralimpici.

Tavian, con la sua esperienza e visione, è uno dei protagonisti di questa crescita. Per lui, lo sport paralimpico non è solo una competizione, ma un potente strumento di cambiamento, di inclusione e di affermazione del talento oltre ogni barriera. E gli atleti guida, sempre più riconosciuti anche a livello internazionale, rappresentano un tassello fondamentale di questo sviluppo. La loro trasformazione da volontari appassionati a professionisti dello sport era un passaggio necessario, che garantisce qualità e continuità, ma apre anche una riflessione più ampia: quanto il denaro sta cambiando lo spirito originario dello sport paralimpico? E come mantenere un equilibrio tra professione, valori e passione autentica? Una sfida che il movimento paralimpico dovrà affrontare con la stessa determinazione che porta in pista.

Prima di cominciare con tutte le domande, sei per tutti l’uomo che dovrà portare tante medaglie alle prossime Paralimpiadi Invernali. Come lo vivi?
Innanzitutto, non sono da solo e non sono io lo sportivo: il mio è un lavoro di regia e soprattutto di squadra e ho la fortuna di avere un grande team, non solo sugli sci, ma in tutta la Federazione. Siamo una famiglia, e questo è ciò che fa davvero la differenza. Inoltre, bisogna capire che lo sport paralimpico è un mix di valori, competizione e strategia. Stiamo costruendo una struttura sempre più professionale, ma alla base di tutto rimane lo sport puro, con i suoi principi fondamentali. Prima di tutta la sovrastruttura che stiamo creando ora, lo sci paralimpico era — e deve rimanere — semplicemente una grande sfida atletica e umana.

Quando è nato il tuo amore per lo sport?
Iniziamo col dire che non ho mai vissuto di sport, men che meno di sport paralimpico, anche quando sono stato prima guida e poi come allenatore. Per me la competizione è sempre stata una sfida, ovvero un’opportunità per migliorarsi. Vengo da una famiglia legata alla marina e, dal 1993, gestisco un’azienda che ho fondato che progetta e costruisce macchine per lo scarico merci nei porti. Ma lo sport per me è sempre stato altro: un mondo di passione e valori sani, che la mia famiglia mi ha trasmesso senza mai ostacolarmi.

Uomo di mare che scia?
Uomo di porto, nel quale bazzico da quando ho dieci anni. Ma, nonostante le radici friulane, meglio “bisiache”, sul mare, ogni occasione era buona per scappare sulle piste da sci. Alla mia famiglia devo tanto, anche il fatto di aver assecondato le mie inclinazioni e aspirazioni. La passione mi ha portato a competere per dieci anni nello sci alpino agonistico e, nel 1985, ho coronato il mio percorso diventando guida. Nel frattempo, lavoravo e frequentavo la facoltà di ingegneria all’università di Trieste, una esperienza tosta, lo sport è anche questo: metodo, disciplina e voglia di eccellere. Non per gli altri, ma perché senti che puoi farcela e sai che è giusto provarci.

Sei un testimone vivente della storia dello sport paralimpico e dell’inclusione. Come dice l’artista Fulvio Morella: «I limiti non esistono». Da dove è iniziata la tua storia?
È iniziata quasi per caso. Nel 1986, da poco diventato maestro di sci, mi chiama il mio amico Sergio Cechet e mi chiede di accompagnarlo sulle piste. Piccolo dettaglio: due anni prima, a vent’anni, aveva perso la vista a causa di un ordigno mentre prestava servizio militare. Sergio voleva sciare di nuovo e aveva scelto Passo Pramollo, in Austria. Lui aveva già esperienza sugli sci e quando siamo arrivati mi ha semplicemente detto: «Accompagnami». Così, con una mano sulla mia spalla, abbiamo iniziato a muoverci verso l’impianto. Non avevamo un metodo, nessuna tecnica codificata, ma lui mi ha insegnato tutto: non bisogna essere cavalieri con una persona cieca, ma anticiparne i movimenti, percepirne la direzione. In seggiovia, Sergio ha detto: «Vai avanti e io seguo la tua voce». Andavamo piano, mi fermavo spesso per evitare la folla.

E poi il passaggio all’agonismo paralimpico. Ci racconti come si è sviluppato?
L’anno successivo, dopo una stagione passata a sciare insieme, siamo finiti ai Campionati Italiani Tirolesi Paralimpici. C’erano venti atleti, uomini e donne, supportati dal Collegio per Ciechi di Bolzano. Sergio, influenzato, non poteva gareggiare, così mi sono aggregato a un gruppo di atleti che sciavano con la stessa guida: un disastro di improvvisazione e simpatia. Io, da maestro di sci, non potevo accettarlo. La guida Hans Erlacher con il fratello Josef, seguito da Manfred Perfler e Bruno Oberhammer, tutti ipovedenti. Così mi sono proposto per impostare un vero tracciato e allenare gli atleti. E i risultati si sono visti subito. Nel 1988, c’è stato il primo tentativo di Paralimpiadi Invernali a Innsbruck, ma si svolgevano ancora lontano dai Giochi Olimpici. Solo nel 1992, ad Albertville, si sono finalmente tenute nella stessa località, a due settimane di distanza dalle Olimpiadi. A quel punto, il movimento cresceva e le guide aumentavano: da due, siamo diventati cinque in tutta Italia. Nel 1998, dopo le Paralimpiadi di Nagano, ho chiuso la carriera da guida e ho iniziato quella da allenatore. E nel 2003, con la nascita del Comitato Paralimpico Italiano, sono entrato ufficialmente nel settore degli sport invernali paralimpici, il “Dipartimento 5”.

Da oltre vent’anni, nella tua seconda vita post-agonistica, ti occupi non solo di disabilità visiva ma di tutte le disabilità. Com’è stato questo passaggio? Sei stato d’accordo con la fusione?
Assolutamente sì. All’inizio non è stato semplice: non c’erano risorse sufficienti per allenarsi tutti insieme con continuità; quindi, ci si vedeva solo in occasione delle competizioni. Oggi è diverso: gli atleti, tutti, condividono gli stessi hotel, vivono insieme. È un sistema più complesso da gestire, soprattutto nelle dinamiche personali, ma è l’unico modo per creare una squadra coesa. E per me la coesione è la chiave del successo. Alla fine, siamo come una grande famiglia: si litiga, si gioisce, ci si vuole bene. Questo è lo spirito paralimpico. Quando ho iniziato, ho affrontato la transizione con umiltà, imparando da altri allenatori, non solo italiani. Mi sono messo a servizio del movimento, perché questa è la lezione più importante: lo spirito paralimpico autentico è proprio questo.

Qual è la situazione degli atleti guida in Italia oggi?
Vorrei fare di più e credo che ci riusciremo. Stiamo lavorando all’idea di una scuola di alto livello per formare nuove guide, un programma federale che non sia una struttura fisica, ma un percorso di abbinamento e formazione per coppie atleta-guida. Per me una chiave di reclutamento potrebbero essere gli atleti che comprendono di non aver sbocchi o aver completato la carriera agonistica. Ma ci sono pro e contro, perché la vera difficoltà non è mai stata trovare una guida tecnicamente preparata, ma creare un legame solido tra atleta e guida. Spesso la guida migliore è un amico, un ex compagno di scuola, qualcuno con cui esiste già un rapporto umano forte a prescindere. Anche per questo molte coppie di atleta e guida si formano naturalmente e durano nel tempo, mentre altre si separano. È un percorso che va oltre la preparazione tecnica, ma la psiche è parte dell’agonismo in ogni campo dello sport.

Quanti sono oggi gli atleti con disabilità visiva in nazionale e come funziona il loro allenamento?
Attualmente abbiamo tre atleti – due donne e un uomo – con altrettante guide. L’allenamento è complesso perché non si lavora solo sul singolo atleta, ma sulla coppia. Il rapporto tra atleta e guida deve essere solido, perché si allenano e gareggiano insieme per anni. Come Federazione, come detto, non interferiamo nelle dinamiche personali delle coppie, ma se una si scioglie, come talvolta accade, bisogna gestire le conseguenze anche dal punto di vista psicologico e umano.

Come mai ci sono così pochi atleti di punta in nazionale?
Perché puntiamo alla qualità e alle medaglie. Preferiamo avere pochi atleti, ma iperselezionati e seguiti con cura. Abbiamo poi una “serie B”, un gruppo di giovani e una squadra di osservati, per garantire il ricambio generazionale. Questo approccio vale non solo per la disabilità visiva, ma per tutto il mondo paralimpico: selezione rigorosa, attenzione ai dettagli e visione a lungo termine.

Eppure, ai Test Event di Tesero, Paesi come la Cina avevano tantissimi atleti. Il budget non c’entra?
Forse troppi. Ma ogni Paese ha una strategia diversa, che spesso travalica le logiche prettamente sportive. La nostra è anche una scelta dettata anche dal budget: non possiamo permetterci di portare troppe seconde e terze linee, anche se lavoriamo per farle crescere. Negli ultimi anni, però, abbiamo fatto un grande passo avanti: per la prima volta, agli atleti paralimpici della nazionale – incluse le guide – viene garantito un assegno mensile, variabile in base ai risultati nazionali e internazionali. Questo permette loro di dedicarsi con più tranquillità alla carriera sportiva. Inoltre, stiamo lavorando per far entrare questi atleti nei corpi militari e civili, garantendo loro una stabilità economica essenziale.

Come è avvenuto il passaggio dal mondo paralimpico, fatto di passione e volontariato, alla professione di atleta paralimpico?
È stato un percorso lungo trent’anni, che ho vissuto in prima persona. Ho sempre cercato di anticipare i tempi: ho vinto molte medaglie quando le guide non ricevevano ancora nulla, sono diventato allenatore prima che fosse previsto un compenso. Ho sempre avuto un’attività parallela, vivendo lo sport con idealismo. Oggi la situazione è cambiata: nel 2002 sono arrivati i primi premi in denaro per gli atleti paralimpici, nel 2006 anche per le guide. Oggi in Italia, grazie alle Olimpiadi di Parigi, una medaglia paralimpica vale centomila euro, mentre prima era settantacinquemila. E questo vale sia per l’atleta che per la guida. Ogni Paese ha le sue regole: le Olimpiadi riconoscono lo stesso valore a tutti gli atleti, ma poi ogni nazione decide quanto premiare economicamente. L’Italia, da Parigi in poi, ha aumentato in modo significativo i riconoscimenti per i suoi atleti paralimpici.

Come vedi le nuove generazioni di guide e atleti paralimpici? Il fatto di crescere con più risorse a disposizione sarà la chiave per ottenere grandi risultati?
Ti dico la verità, senza troppi filtri: vorrei vedere più idealismo. Vorrei che gli atleti pensassero prima di tutto a migliorare le loro prestazioni, piuttosto che a calcolare strategie per vincere più premi economici. A volte penso che avremmo dovuto seguire il modello sloveno: invece di garantire premi elevati e concentrati nel tempo come facciamo noi, offrono agli atleti un ottimo stipendio a vita quando vincono una medaglia. Un atleta deve avere la sicurezza economica per concentrarsi sulla performance, ma deve farlo per la passione, per la sfida personale, per lo sport stesso – non solo per il successo economico o sociale. Ma lavoreremo anche su questo, sapendo che tutti gli atleti anche guide e paralimpici non possono che essere figli del loro tempo.

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