Avvertenza: questo è un articolo a lieto fine. Ve lo dico perché non vorrei lo scambiaste per il pezzo che scrivo almeno tre volte a settimana su quanto sia scarsa la classe dirigente in questo secolo sbandato. Certo che è il solito articolo, ma con un barlume di speranza.
A un certo punto delle conferenze stampa sanremesi di ieri, che ogni anno mi offrono l’occasione di farmi nuovi amici nei giornali sottolineando quant’io stimi gli inviati a Sanremo, a un certo punto prende la parola Claudio Fasulo, tardivo dirigente Rai (fino a dodici anni fa faceva l’autore), che dice: «Sono molto contento di essere qua: non ci siamo mai lasciati però è veramente bello ritornare». Ohibò, come mai tanto pathos? A che allontanamento allude?
Dice la leggenda che sia andata così. Fasulo, che da responsabile dell’intrattenimento di Rai1 aveva in carico il festival, sarebbe stato fatto fuori dalle ultime due annate sanremesi (rimpiazzato da Federica Lentini) perché – è la commedia all’italiana, e quindi c’è sempre un «ha lasciato la moglie per una che» di mezzo – la sua compagna, giornalista, aveva scoop sul festival che coloro che lo gestivano ritenevano fossero frutto di chiacchiere di coppia.
Naturalmente questa versione è impossibile sia vera: non perché io creda nella discrezione all’interno della coppia; non perché io pensi che nessuna sia così poco furba da pubblicare notizie che si capisce subito chi le abbia passato; ma perché accreditati a Sanremo ci sono tanti di quei giornalisti che, orsù, non è possibile che ci sia una così ghiotta notizia e nessuno la dia per due anni.
Accantonata quest’impossibilità, accantoniamo pure i giornalisti, e passiamo a occuparci di chi conta qualcosa, in giorni le cui cronache ci dicono che l’imprenditoria italiana la puoi chiamare con l’intelligenza artificiale fingendoti un po’ chiunque e quei milionari boccaloni ci credono. Passiamo agli industriali sponsor di questa settimana televisiva.
La conferenza stampa del lunedì non serve a niente, giusto a far andare lì i giornalisti a pie’ di lista un giorno prima (un giorno prima per scovare i retroscena sugli allontanamenti dei dirigenti, un giorno prima per chiedere a Carlo Conti se si dichiari antifascista e fargli fare la figura del gigante del pensiero e dell’azione con la risposta «Personalmente la trovo anche un po’ anacronistica, questa domanda: mi preoccupa di più l’intelligenza artificiale»).
Non serve a niente, non c’è ancora niente da raccontare, per le anticipazioni della prima serata basterebbe e avanzerebbe quella del martedì, e allora nella conferenza del lunedì si fanno parlare tutti quelli che sono la versione ricca di chi saluta a casa agitando la mano dietro all’inviato del tg: sindaco, assessore, e soprattutto sponsor.
Gli industriali italiani, scopro guardando la conferenza stampa di Sanremo, parlano come le femministe di Instagram, quelle che non hanno imparato l’inglese disimparando però l’italiano. Dicono «La nostra tagline», dicono «il payoff che utilizziamo», dicono «abbiamo veramente fatto un qualcosa che possiamo definire una bellissima case history», «siamo appena usciti con un film di brand», «abbiamo rielaborato una canzone iconica», ma lo dicono con l’accento con cui Carlo Verdone diceva «sempre tesi al rinnovamento».
È l’uso del gergo la ragione per cui puoi far imitare un ministro dall’intelligenza artificiale e con quell’imitazione arrubbare miliardi alla classe dirigente? Non solo, ma anche. Specie quando il gergo, che gli utilizzatori non riconoscono come tale, compenetra ignoranze multisettoriali: i tesisti del Dams parlano come i partecipanti a “Temptation Island”, che parlano come la classe dirigente, che parla come i cronisti sanremesi, e quindi se qualcuno dice «Le navi di Costa sono entrate ormai nell’immaginario collettivo» non c’è mai un Michele Apicella pronto con due schiaffi (quattro, gli schiaffi auspicati, in caso di utilizzo di «iconico», ormai più automatico e quindi più grave di «immaginario collettivo»).
Tutto è uguale a tutto, e tutti vendono qualcosa, mica solo il tizio che per venderci le bollette dell’elettricità delira di paragoni dietetici dicendo che il mezzofondista mica è un nuotatore e gli bastano duemila calorie al giorno. Tutti vendono qualcosa che non siano le canzoni (con cui ormai non si guadagna più abbastanza): mentre io guardo la conferenza stampa tesa al rinnovamento, Tony Effe – chiunque egli sia – inaugura uno spaccio di maritozzi. Poi dice la commedia all’italiana è morta.
A un certo punto della conferenza, Carlo Conti – che di lì a poco dovrà insegnare il mestiere ai giornalisti spiegando loro che la domanda da fare non è quando una donna condurrà Sanremo, ma quando prenderà le decisioni, cioè quando una donna sarà direttore artistico – omaggia «il più grande», ricordando che «perché Sanremo è Sanremo» l’ha inventato Baudo, e io finalmente trovo la mia chiusa ottimista.
Dice la leggenda che Francesco Gabbani debba la sua carriera a Giancarlo Leone, che risponde sempre al telefono. La sera del Sanremo 2016 in cui a passare tra le Nuove Proposte non era stata “Amen”, Leone – al suo ultimo festival da direttore di Rai 1 – avrebbe ricevuto una telefonata dalla sala stampa: non erano riusciti a votare. Dice la leggenda che la votazione venne rifatta, e Gabbani passò il turno, e poi vinse nella categoria giovanile.
Quel Sanremo lo conduceva Carlo Conti. Che, al suo ritorno al festival, ha voluto Leone tra gli autori di quest’edizione. Perché non c’è nessun altro che risponda sempre al telefono, in caso ci stessimo per distrazione perdendo una canzone moschicida? Anche, ma secondo me non principalmente.
Credo l’abbia voluto per la stessa ragione per cui ieri ha reso omaggio a Pippo Baudo. Perché Bette Davis diceva che se vuoi un lavoro ben fatto devi rivolgerti alle vecchie stronze, e qui, lontano da Hollywood, potremmo riadattarla nell’unica verità che riguardi la classe dirigente di questo derelitto paese: se vuoi trovare quel che ne rimane, devi rivolgerti ai vecchi democristiani.