L’Italia chiamòDa Tony Effe a Serena Brancale, la vittoria (a metà) del dialetto a Sanremo

Grazie all’influenza di social e rap, i dialetti sono usciti dalla nicchia locale e dominano la scena musicale, ma il regolamento del Festival impone ancora un limite: le parole dialettali sì, ma senza perdere l’italiano come lingua principale

LaPresse

Quando Eros Ramazzotti cantava le sue origini ai bordi di periferia, quella di Lamaro-Cinecittà, nel brano vincitore di Sanremo edizione ’86 “Adesso tu, lo faceva in italiano, in una versione linguisticamente “filtrata” dei sobborghi della capitale. Anche Franco Califano, ormai iconico pure  per gli adolescenti, come fosse un Tupac de noantri, raccontava nei suoi testi la vita truce della metropoli e una fedina penale non esattamente immacolata (riscattata dall’arrivo dell’amore romantico). Ma, ugualmente, nella sua “Io per le strade di quartierepresentata a Sanremo nel 1988, non faceva concessioni al gergo romanesco più colorito. Bisogna aspettare una cinquantina d’anni per ascoltare il dialetto definitivamente sdoganato sul podio dell’Ariston, grazie al napoletano Geolier con “I p’ me, tu p’ te”. Per arrivare infine all’edizione 2025, dove il dialetto viene sbandierato nei testi di Serena Brancale e Tony Effe.

L’uso del dialetto nella musica italiana mainstream è stato per lungo tempo appannaggio soprattutto del napoletano che, comunque, nelle case italiane in prima serata c’era entrato molto poco, grazie a Nino D’Angelo, a “ ’O sole mio nella versione di Pavarotti e a pochi altri intrattenitori dello spettacolo come Renzo Arbore. Fino a qualche decennio fa, un artista che nel parlare era, magari, inequivocabilmente nato ad Ariano Irpino, nel cantare si trasformava in italiano standard ai limiti del fiorentino trecentesco. Come fa notare la sociolinguista Vera Gheno, specializzata in comunicazione digitale e linguaggi giovanili, «in Italia siamo stati educati a considerare il dialetto come sporco e inferiore quando in realtà ha degli elementi linguistici irripetibili, parole che non esistono in italiano. Andrebbero usati entrambi, scegliendo il contesto appropriato per l’uno e per l’altro». Adesso, con la rivoluzione social viviamo l’illusione che le differenze sociali si siano accorciate. E, sospendendo il giudizio sui contenuti, abbiamo tutti hanno l’opportunità di dire la nostra, anche chi si esprime abitualmente e prevalentemente in dialetto.

L’uso del dialetto nella canzone italiana ha una storia di lungo corso legata alla militanza sociale e alla musica popolare. Gli Anni Novanta sono stati prolifici in questo senso, se pensiamo per esempio ai napoletani 99 Posse che nascono come espressione del centro sociale occupato autogestito “Officina 99, in zona Poggioreale. Secondo un sondaggio del 2009 fatto dal Meeting etichette indipendenti (Mei)  è “Curre Curre Guagliòdei 99 Posse la più bella canzone indipendente in dialetto degli – allora – ultimi vent’anni.

Per restare in ambito sanremese, anzi a una sua occasione mancata, prendiamo Rosa Balistreri, voce perforante della miseria dell’Italia del sud da cui lei stessa proveniva, siciliana di Licata che più che cantautrice si autodefiniva “un’attivista con la chitarra”. La sua canzone “Terra ca nun senti nel 1973 è stata esclusa dal Festival di Sanremo (pare che non fosse inedita). «Terra ca nun senti, ca nun voi capiri, ca nun dici nenti vidennumi muriri» (Terra che non senti, che non vuoi capire, che non dici niente vedendomi morire). La denuncia della condizione degli emigrati dalla Sicilia, la sua terra amata e al tempo stesso disgraziata, abbandonata in povertà come gran parte del sud dell’Italia. È una tematica ricorrente nei testi di Balistreri, insieme alla condizione disumana dei braccianti, degli operai, delle donne ridotte a schiave dell’Italia degli Anni Sessanta e Settanta.

Tra il 2017 e il 2020 scoppiano due fenomeni partenopei: prima l’esordio di Liberato con la pubblicazione del singolo “9 maggio, che in lingua italiana ha solo il titolo, e poi la serie tv “Mare fuori. Il dialetto sta oltrepassando i confini delle banlieue della penisola e sta diventato virale. La colonna sonora della serie ambientata nell’Istituto penitenziario minorile di Napoli, la cantano a Secondigliano come ai Parioli.

L’edizione di Sanremo 2025 conferma questa tendenza e la porta nelle case delle famiglie con due artisti in gara che negli ultimi anni hanno spopolato con i loro tormentoni, Tony Effe e Serena Brancale. Lui è cresciuto nella Roma bene dei quartieri del centro. Dopo avere fatto parte del collettivo Dark Polo Gang fino al 2021, e avere sollevato polemiche per i testi sessisti (sai che novità nella scena rap…) esordisce all’Ariston con la canzone “Damme ’na mano che dedica alla sua città, riecheggiando la “Roma nun fa’ la stupida stasera di Armando Trovajoli, oltre che omaggiare il supereroe Califfo. Pezzo dal titolo e refrain in romanesco ma per il resto in italiano, come vuole il regolamento sanremese, ovvero sì al dialetto ma non per il testo integrale. «Ma di noi cosa direbbe Califano / Che è durato troppo poco / Cammino sui sanpietrini / Fino a quando non te trovo / Damme ‘na mano / Che c’ho ner core / Solo ‘na donna e ‘na canzone».

Stesso codice vale per “Anema e core di Serena Brancale che alle parti in italiano alterna ben due dialetti, il pugliese delle sue origini e il napoletano del titolo, che alla fine è un po’ la lingua dell’anima della canzone italiana. Anche Serena Brancale, come Tony Effe, non viene dalla strada ma dagli studi al conservatorio e una famiglia di artisti. La strada però l’ha fatta guadagnandosi una certa notorietà in campo soul-jazz a livello internazionale. È andata diversamente in Italia dove, invece, ha fatto il boom con il pezzo virale del 2024 “Baccalà, scritto in barese stretto («Pinz a tutt’ l mgghier / Stonn a cosc’ u baccalà», «Pensa a tutte le mogli che stanno cucinando il baccalà»).

Il prossimo passo sarà la partecipazione in gara di testi in tre lingue? Il regolamento del Festival lo prevede. All’articolo 4 recita: «Tutte le canzoni dovranno essere in lingua italiana; si considerano appartenenti alla lingua italiana, quali espressione di cultura popolare, anche canzoni in lingua dialettale italiana e non fa venir meno il requisito dell’appartenenza alla lingua italiana la presenza di parole e/o locuzioni in lingua straniera […]». Lo sapevano già Ghali e Mahmood che hanno inserito nei testi l’arabo delle loro origini ma a questo punto non resta che aspettare di vedere all’Ariston Lina Simons. Nata a Pozzuoli da padre napoletano e madre nigeriana, la rapper canta in italiano, napoletano e inglese (del 2024 “Nun Sparti’ A Furtun”) e ha già rilasciato su TikTok la canzone idealmente avrebbe portato quest’anno a Sanremo.

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