L’ora più buiaSostenere l’Ucraina significa difendere i valori fondamentali dell’Unione europea

Venerdì 21 febbraio nello spazio Esperienza Europa-David Sassoli di Roma, Carlo Corazza, direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia ed Elena Grech, vice direttrice della Rappresentanza in Italia della Commissione Ue hanno discusso con gli ambasciatori di Ucraina ed Estonia nel nostro Paese, l’impegno continuo dei ventisette Stati membri nel sostenere il popolo ucraino

Parlamento europeo in Italia

Tre anni fa, il 24 febbraio del 2022, la Russia ha invaso su larga scala un paese libero, indipendente ed europeo: l’Ucraina. E in questi tre anni l’Unione europea ha sostenuto Kyjiv nella sua eroica resistenza. Un impegno concreto che dovrebbero ricordare tutti coloro che in queste settimane hanno accusato l’Europa di non avere centralità nei negoziati di pace in Ucraina, dimenticando forse che in queste fasi iniziali l’accordo Trump-Putin sembra più una resa. La storia della Russia dimostra che non si fermerà in Ucraina, ma proverà a estendere la sua influenza in altri paesi dell’ex Unione sovietica, dal Mar Baltico al Mar Nero. Per questo motivo a tre anni dall’invasione, Il Parlamento europeo in Italia in collaborazione con Linkiesta e le ambasciate ucraine ed estoni in Italia ha organizzato un evento a Roma nello spazio “Esperienza Europa-David Sassoli” di Piazza Venezia. Un modo per mandare un messaggio di solidarietà a Kyjiv, e non solo.

Il primo a intervenire nell’evento moderato dal direttore de Linkiesta Christian Rocca è Carlo Corazza, direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia: «L’Europa continua a essere a fianco dell’Ucraina perché Kyjiv sta difendendo con enormi sacrifici i valori su cui abbiamo fondato la nostra Unione: la libertà e la dignità della persona. Quindi sostenere l’Ucraina, come hanno detto tutti i leader europei negli ultimi tre anni, significa difendere la nostra libertà e il nostro modo di vivere. E continueremo a farlo, non c’è alcuna stanchezza europea». Certo, tutti gli europei sperano di arrivare presto alla fine delle ostilità e alla pace, ma «gli europei sanno distinguere chiaramente una pace giusta, che non mette in discussione l’ordine e il diritto internazionale da una resa che sarebbe l’inizio di una fase di enorme insicurezza. Vorrebbe dire trasformare il mondo una giungla dove vale la legge del più forte. Non so quanti di noi si sentirebbero sicuri in un mondo dove il bullo di turno può fare quello che vuole, semplicemente perché ha più armi».

Il motivo per cui i vertici europei saranno a Kyjiv il 24 febbraio sarà ribadire la vicinanza dei ventisette Stati membri all’Ucraina. L’invasione russa ha reso palese la contrapposizione tra autocrazie e democrazie liberali. Uno scontro ben descritto nel libro Autocrazie Spadella giornalista premio Pulitzer Anna Applebaum in cui si spiega in maniera chiara come le autocrazie dal Venezuela alla Cina, dalla Corea del Nord all’Iran collaborano tra loro per minare alla radice le democrazie liberali. E lo fanno prima di tutto con la disinformazione. Vedere il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo vice JD Vance ripetere nei loro discorsi i principi cardine della propaganda russa fa un certo effetto negativo.

Carlo Corazza, direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia

«Questo momento di smarrimento non deve essere un segno di una Europa che scappa o che si arrende. Sono profondamente fiducioso che l’Europa reagirà nell’unico modo in cui può reagire oggi: dandosi la forza nell’investire di più nella propria sicurezza e difesa, rafforzando la propria capacità di collegamento. Lo abbiamo visto nel summit di Parigi e ce lo ha ricordato l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi nella recente audizione al Parlamento europeo. Non possiamo rimanere in mezzo al guado. Dobbiamo attraversare il fiume o la piena ci travolgerà», spiega Corazza. Non è solo una questione di declino o di marginalità del nostro Continente. A questo punto parliamo di un serio problema di sicurezza della nostra libertà e per i diritti di cui tutti godiamo dopo settanta anni di integrazione. Non partiamo dal nulla, abbiamo costruito tante cose insieme, abbiamo istituzioni comuni: è arrivato il momento di rafforzarle e di agire insieme».

Sul palco dello spazio “Esperienza Europa-David Sassoli” è intervenuta anche Elena Grech, vice direttrice della Rappresentanza in Italia della Commissione europea: «Per le istituzioni Ue non esiste sicurezza in Europa senza sicurezza in Ucraina. Questo principio non è mai stato così chiaro da quando è cambiata la situazione geopolitica. Tutto quello che è stato già fatto finora e continuerà a essere fatto non cambierà solo perché è cambiata la posizione di uno degli alleati. Tutti vogliamo la pace, ma non si ottiene forzando le due parti a sedersi attorno a un tavolo e dire “firmate e basta”. Questo creerebbe risentimento e sarebbe la porta per causare maggiori conflitti in futuro. L’Unione europea, prendendo una posizione forte, cerca di rassicurare che la costanza del suo impegno verso l’Ucraina resta. L’Ucraina appartiene all’Unione europea e questa situazione non farà altro che velocizzare l’apertura dei negoziati per l’adesione».

Grech cita un recente sondaggio Eurobarometro, secondo cui il sostegno dei cittadini europei verso i loro vicini ucraini è costante: l’ottantasette per cento resta a favore degli aiuti umanitari per il popolo ucraino; il settantuno per cento è a favore delle sanzioni contro la Russia malgrado le difficoltà che queste apportano al costo della vita in Europa. Un’altra prova concreta della vicinanza Ue all’Ucraina è la decisione di tenere il Collegio dei commissari (la riunione dei ventisette membri della Commissione Ue), a Kyjiv il 25 febbraio.

«Sarebbe un’opportunità mancata permettere che la guerra finisca solo perché non sarebbe mai dovuta iniziare. Il fatto che sia avvenuta ha già cambiato la storia, e la posizione da assumere deve essere quella di impedire che si ripeta. Se chiudessimo gli occhi per ottenere una pace rapida accettando qualsiasi soluzione, tutte le vite perse finora non avrebbero avuto alcun significato», conclude Grech. 

Yaroslav Melnyk, ambasciatore d’Ucraina in Italia

A chiudere questa prima parte dell’evento allo spazio “Esperienza Europa-David Sassoli” è la proiezione del documentario “After the Rain: Putin’s Stolen Children Come Home”, che denuncia la deportazione illegale di minori ucraini nei territori occupati dalla Russia. Il documentario è stato introdotto da Yaroslav Melnyk, ambasciatore d’Ucraina in Italia: «Da quasi millecento giorni l’Ucraina è sotto il costante barbarico terrore aereo russo. Negli ultimi mesi la Russia ha intensificato i suoi attacchi aerei mirati principalmente alle infrastrutture energetiche causando l’interruzione di corrente in diverse regioni. Nessun altro paese nel mondo ha affrontato un attacco quotidiano di questo tipo per così tanto tempo. Non è accettabile, in particolare per i nostri bambini che rappresentano il nostro futuro».

A prescindere da come finirà la guerra in Ucraina c’è qualcosa che non cambierà mai: la Russia non potrà mai cancellare la responsabilità delle atrocità commesse in Ucraina. I soldati russi hanno «scritto i futuri libri di testo per gli storici, per gli avvocati, per gli attivisti per i diritti umani di tutto il mondo che studieranno il male nella sua manifestazione moderna. Uno dei capitoli di questi libri sarà rappresentato dai crimini russi contro i bambini ucraini. Ci troviamo di fronte a immense sofferenze e gravi violazioni dei diritti dei bambini. Non si tratta solo di omicidi. Sono torture, violenze sessuali, distruzioni delle vite familiari, delle case, delle scuole, della sicurezza. Al posto delle ninne nanne, i nostri bambini sentono gli allarmi aerei». L’aspetto più agghiacciante di questa tragedia è che non ne conosciamo l’intera portata. Centinaia di migliaia di bambini rimangono nelle zone controllate dalla Russia, fuori dalla possibilità di intervento del governo ucraino e delle organizzazioni umanitarie.

«Finora sono stati identificati trecentoquattordici bambini ucraini presi dalle regioni di Donetsk e Luhanks e deportati in ventuno regioni della Russia. Alcuni di loro sono stati già trasferiti in famiglie russe e inseriti nei database russi per le pratiche di adozione. Attualmente l’Ucraina è alla ricerca di ventimila bambini vittime di deportazioni illegali e trasferimenti forzati. Ma il numero reale potrebbe essere molto più alto, fino a settecentomila. Per questi bambini la Russia sta preparando un percorso per spezzare definitivamente la loro identità: a loro è vietato chiamarsi ucraini e parlare la nostra lingua. Sono addirittura costretti a cantare l’inno russo. Il nostro paese è determinato a portare a casa ogni singolo bambino preso con la forza dalla Russia», conclude Melnyk. 

A concludere la prima parte di questa giornata è Lauri Bambus, ambasciatore d’Estonia in Italia: «Gli ultimi tre anni sono trascorsi in un mondo che nessuno di noi avrebbe potuto immaginare nemmeno nei peggiori incubi. Ma noi crediamo che il tempo non sia dalla parte dell’aggressore. Sappiamo che l’aggressore non è debole, ma siamo convinti che possa essere sconfitto. Questa vittoria può arrivare solo grazie allo sforzo e ai contributi congiunti. Il tempo è dalla parte di chi agisce. Oggi ricordiamo e rendiamo omaggio agli eroici combattenti che hanno combattuto e continuano a combattere per il futuro del mondo libero. Guardiamo avanti al futuro: insieme abbiamo già iniziato a costruire il futuro dell’Ucraina. Gli sforzi in tal senso aumentano ogni giorno, ma il futuro dipende anche dai bambini. Hanno bisogno del nostro sostegno per affrontare questo grande trauma. Il nostro dovere è non dimenticare le loro storie e aiutarli a tornare nelle loro famiglie».

 

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