
L’aspetto più sorprendente del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump non è stato l’annuncio di convincere il Canada a diventare il cinquantunesimo Stato americano, né la promessa di acquistare la Groenlandia od occupare militarmente lo Stretto di Panama. E neppure il voler chiamare il golfo d’America quello che per secoli si è chiamato del Messico. Il mistero per gli storici del 2125 sarà capire perché tutta quella schiera di politici, media e imprenditori che nel 2016 gridò alla morte della democrazia con la presidenza Trump, ora tace placidamente.
Forse perché avendo visto il finale del primo mandato, siamo convinti che andrà così anche il secondo. In fondo, seppur logorato, il sistema di check and balances della democrazia americana ha retto lo stress test più duro: l’assalto a Capitol Hill, la sede del Parlamento americano, il 6 gennaio 2021 e il tentativo di ribaltare la vittoria di Joe Biden nelle elezioni del 2020. Perseguendo per i tre anni successivi i trumpisti con le corna e tutti gli uomini pentiti del presidente, il sistema giudiziario americano ha dimostrato di possedere ancora dei robusti anticorpi, rassicurando gli spettatori contemporanei che il sequel trumpiano non potrà mai essere peggiore del primo film. Anche se di solito è sempre così, tranne per il Padrino parte seconda, naturalmente.
In realtà secondo Steven Levitsky e Lucan A. Way, autori di un lungo approfondimento per Foreign Affairs, non è affatto così. Anzi, stiamo già percorrendo la strada verso il nuovo autoritarismo americano che rischia di essere a senso unico, se non faremo in tempo marcia indietro. «La democrazia è sopravvissuta al primo mandato di Trump perché (il presidente, ndr) non aveva esperienza, né un piano, né una squadra. Non controllava il Partito Repubblicano quando è entrato in carica nel 2017, e la maggior parte dei leader repubblicani era ancora impegnata a rispettare le regole del gioco democratico. Trump ha governato con i repubblicani dell’establishment e i tecnocrati, che lo hanno ampiamente limitato. Nessuna di queste cose è più vera», sostengono i due docenti.
In effetti nel 2017, il Partito repubblicano conteneva ancora esponenti contrari al trumpismo, ma in questi anni il Grand Old Party è stato purgato da chiunque non sostenesse ciecamente Trump. Chi è rimasto ha dovuto fare pubblica ammenda per non rimanere ai margini, come l’attuale vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance che otto anni fa aveva definito Trump «l’Hitler americano». E nelle recenti audizioni al Senato, tutti gli uomini (e qualche donna) del presidente non hanno avuto bisogno di provare la loro lealtà al Commander in Chief, perché sembrano determinati nel perseguire la sua agenda.
Non ci saranno tentennamenti o crisi di coscienza alla Casa Bianca; ma come spiegano i due docenti su Foreign Affairs non assisteremo agli errori del primo mandato. Tradotto: non ci saranno goffi colpi di Stato o partiti unici novecenteschi. Arriverà lentamente qualcosa di più subdolo e apparentemente democratico: l’autoritarismo competitivo, «un sistema in cui i partiti competono alle elezioni, ma l’abuso di potere di chi detiene il potere (incumbent) inclina il campo di gioco contro l’opposizione. Le elezioni sono spesso battaglie combattute, in cui gli attuali governanti sono costretti a sudare. E di tanto in tanto, gli attuali governanti perdono, come è successo in Malesia nel 2018 e in Polonia nel 2023. Ma il sistema non è democratico, perché gli incumbent truccano il gioco utilizzando la macchina del governo per attaccare gli avversari e cooptare i critici. La concorrenza è reale ma sleale».
Tradotto: Trump sembra aver imparato la lezione e ora sa come smontare il sistema dall’interno. La nuova autocrazia americana sarà legale, invisibile senza rumore. Nessuno verrà arrestato per motivi politici, ma verranno imposti costi enormi per chi si oppone al nuovo corso. Le istituzioni statali saranno sistematicamente politicizzate per favorire il governo e reprimere l’opposizione. Imprenditori vicini ai candidati del Partito democratico potrebbero subire indagini fiscali per evitare donazioni generose. Le aziende critiche verso la Casa Bianca potrebbero essere altrettanto colpite con multe, controlli e restrizioni economiche. E lo stesso vale per le ong sgradite. I media saranno sotto pressione attraverso querele e controlli sui principali inserzionisti.
Questo nuovo clima intimidatorio potrebbe creare le premesse per clima di una omertà condivisa. Diversi imprenditori, giornalisti e accademici potrebbero scegliere di non esporsi per evitare problemi. Non stiamo parlando quindi di una censura novecentesca, ma una moderna autocensura per convenienza. Insomma, ciò che in Europa abbiamo visto accadere in Ungheria sotto il nome di democrazia illiberale, per usare l’espressione coniata dal premier magiaro Viktor Orbán. In Ungheria però lo smantellamento del sistema liberale è sembrato fin troppo semplice; parliamo di un paese che ha sperimentato pochi decenni di vera democrazia, seppur caotica.
Come potrà farlo davvero Trump in una repubblica che esiste da duecentotrentasei anni, disegnata costituzionalmente per difendersi da derive tiranniche? Il primo passo sarà quello di smantellare il settore tradizionalmente immune a qualsiasi passaggio di potere alla Casa Bianca: la pubblica amministrazione. Un colosso da sette trilioni di dollari con oltre due milioni di dipendenti, in gran parte selezionati per merito e non per appartenenza politica, grazie al Pendleton Act del 1883.
Per sfoltire questa giungla a lui ostile, Trump ha nominato Elon Musk a capo del Dipartimento per l’efficienza governativa (Department of Government Efficiency, abbreviato in Doge perché gli americani non hanno colto l’ironia veneziana della storia). Con la scusa di ridurre la burocrazia, eliminare regolamentazioni superflue e ristrutturare le agenzie federali per migliorare l’efficienza del governo, in realtà la Casa Bianca vuole smantellare la rete del Deep State creata dalle amministrazioni precedenti. Il pubblico finora ha notato i fuochi d’artificio, la decisione di congelare i fondi dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (Usaid) e la cancellazione di tutti i suoi programmi di aiuto nei paesi esteri. Questo è solo il primo passo più appariscente, ma sotto traccia si sta già attuando il vero piano.
Nel marasma degli ordini esecutivi firmati da Trump nello Studio ovale, bisogna fare attenzione a quello più subdolo: la reintroduzione dello “Schedule F”, una classificazione del personale federale che facilita il licenziamento di dipendenti pubblici in posizioni influenti. Una mossa per rimuovere funzionari considerati “scomodi” e sostituirli con individui leali all’amministrazione.
Fino a qui le cattive notizie e le pessime premesse. Ma non tutto è perduto. Il condizionale è d’obbligo perché non viviamo ancora in una distopia. L’America ha ancora istituzioni forti: giudici indipendenti, un federalismo fieramente dispersivo, e media liberi. «Trump sarà vulnerabile, il limitato sostegno pubblico e gli inevitabili errori dell’amministrazione creeranno opportunità per le forze democratiche – al Congresso, nei tribunali e alle urne. Anche nel peggiore dei casi, Trump non sarà in grado di riscrivere la Costituzione o di rovesciare l’ordine costituzionale. Sarà limitato dai giudici indipendenti, dal federalismo, dall’esercito professionalizzato del Paese e dalle alte barriere alla riforma costituzionale. Nel 2028 ci saranno le elezioni, e i repubblicani potrebbero perderle», spiegano Levitsky e Way.
I pilastri della democrazia non crolleranno con le cannonate, ma potrebbero con la lenta e inesorabile corrosione. La vera battaglia quindi sarà resistere al lento logoramento della democrazia. E, in questo, il ruolo del Partito democratico americano sarà decisivo. I dem devono capire che Trump non è onnipotente, ma può fare molti danni. E anche minimi cedimenti possono avere conseguenze irreversibili.
Se anche l’ultimo baluardo politico, seppur ammaccato, lavorerà male in questi due anni fallendo nell’impresa di riconquistare il Congresso nelle elezioni di metà mandato, la trasformazione autoritaria rischia di diventare inevitabile. La democrazia non crolla in un giorno, si spegne nel tempo o come riassunto magistralmente nel motto del Washington Post Democracy dies in darkness, la democrazia muore nell’oscurità. Peccato che Jeff Bezos, proprietario del quotidiano che è stato uno simbolo del giornalismo d’inchiesta, sia uno dei milionari tech che ha cancellato quel motto dalla testata del giornale e ora assiste in prima fila al nuovo autoritarismo americano.