La dinastiaIl documentario che smaschera il sistema di potere di Orbán

Un’inchiesta di Direkt36 ha mostrato come la famiglia e gli amici del premier ungherese abbiano costruito un impero con appalti pilotati e commesse pubbliche. Il governo ha risposto con minacce e campagne di discredito, provando quanto il giornalismo indipendente sia pericoloso per gli autocrati

Un documentario pubblicato un paio di settimane fa sta mettendo in crisi il regime autoritario di Viktor Orbán in Ungheria. È stato prodotto dal media investigativo Direkt36, si intitola “La dinastia”(A dinasztia, in ungherese) ed è disponibile su Youtube, sottotitolato in inglese. In meno di un’ora racconta nel dettaglio come persone vicine a Orbán – il genero, il padre e amici d’infanzia – si siano arricchite nei quattordici anni di dittatura orbaniana, soprattutto grazie a commesse pubbliche e appalti pilotati.

Al momento della stesura di questo pezzo, le visualizzazioni del documentario hanno superato i tre milioni, circa un terzo dell’intera popolazione dell’Ungheria. Le autorità magiare hanno reagito alla divulgazione del documentario accusando Direkt36 di essere al soldo del governo ucraino e promettendo di «farla finita con i media di Soros».

Direkt36 è uno dei pochi media indipendenti rimasti in Ungheria. Gli ultimi mesi sono stati particolarmente sconfortanti per lo scampolo di stampa libera che ancora resiste nello Stato magiaro. La legge sulla sovranità di fine 2023, ricalcata sul modello ormai rodato delle leggi contro gli agenti stranieri approvate in paesi in piena deriva autoritaria come Russia e Georgia, è servita al governo ungherese per attaccare Atlatszo, il secondo giornale investigativo rimasto attivo in Ungheria assieme a Direkt36. Un secondo colpo è arrivato con l’interruzione dei fondi di Usaid che finanziava molti media indipendenti ungheresi, tra cui lo stesso Atlatszo.

Il successo dell’inchiesta video di Direkt36 permette di sottolineare tre elementi importanti in quella che si profila sempre più come una battaglia esistenziale per il diritto a informare, in Ungheria ma anche nel resto di ciò che fino a tempi recenti si considerava l’Occidente.

Primo, il giornalismo ungherese, pur agonizzante da almeno un decennio, è ancora vivo. La reazione infamante dell’entourage orbaniano, le campagne denigratorie lanciate subito dopo la pubblicazione del documentario, suggeriscono che questa inchiesta ha colpito dove fa male. Secondo i politologi russi Daniel Treisman e Sergei  Guriev, la maggior parte dei regimi autoritari attuali si qualificano come definiscono autocrazie informative. In questo tipo di regimi, i leader tendono a ricorrere meno alla violenza e al terrore rispetto ai propri omologhi novecenteschi. Si sentono invece tenuti a dimostrarsi leader capaci, competenti, animati da uno spirito di servizio pubblico.

Per questo lavori giornalistici come “La dinastia” o la celebre inchiesta sul “palazzo di Putin” prodotto da Aleksej Naval’nyj nel 2020 sono così temuti da autocrati come Orbán e Putin. Perché ricordano cosa siano le autocrazie dietro le narrazioni xenofobe, le guerre culturali e le retoriche sovraniste: cleptocrazie, ovvero regimi dove una minoranza vicina al potere si arricchisce alle spese della collettività, appropriandosi dei fondi pubblici ed escludendo chiunque non sia parte del giro giusto. Alla sua essenza, un regime autocratico è una banda di ladri, uno «Stato mafioso», come i politologi ungheresi Bálint Magyar e Júlia Vásárhelyi hanno definito l’Ungheria orbaniana. E, come tutti i ladri, anche gli autocrati vivono con la costante paura di essere scoperti.

Secondo, il sostegno dei consorzi giornalistici europei è fondamentale per i media sotto attacco in patria. La resistenza giornalistica si sta europeizzando. E Direkt36 è un pioniere delle collaborazioni transnazionali. È infatti membro di Vsquare, unione di media investigativi dell’Europa Centrale, di Birn, una rete di giornali investigativi attiva tra Balcani ed Europa centrale e dell’Occrp, il principale network di media investigativi europeo. Seppur non quantificabile direttamente, il sostegno di questi partner ha probabilmente giocato un ruolo importante nell’enorme diffusione de “La dinastia” anche fuori dall’Ungheria.

Oltre alla solidarietà ideale tra media amici, un altro motivo dell’europeizzazione della resistenza giornalistica deriva dal fatto che la dimensione europea è oggi centrale per una completa spiegazione delle dinamiche politiche interne. Il regime orbaniano, per esempio, campa di sussidi e finanziamenti Ue: “La dinastia” deve il suo tenore di vita aristocratico ai contribuenti europei.

Terzo, per garantire la sopravvivenza di un giornalismo critico capace di impensierire gli autocrati, le persone devono essere disposte a pagare. Al momento, secondo l’ultimo report del Reuters Institute, in Ungheria solo il dieci per cento delle persone sostiene di pagare per le notizie che legge – stessa percentuale dell’Italia. In regimi dove la differenza tra Stato e partito al governo è saltata, i fondi pubblici vengono attribuiti quasi interamente ai media filo-governativi e, sempre più, a quella galassia para-giornalistica formata da influencer, podcaster, media alternativi che hanno la capacità di inondare le proprie nicchie con contributi propagandistici trasmessi dal governo, come sta accadendo proprio in questi giorni negli Stati Uniti.

Oltre all’Ungheria, questa politicizzazione dei fondi pubblici a favore di testate affini si è osservata anche in Polonia durante gli otto anni di governo del partito ultranazionalista PiS. Un fenomeno simile sta avvenendo adesso in Slovacchia sotto il governo di Robert Fico.

Il regime ungherese ha già compiuto il passo successivo: finanziare media europei, che pubblicano in inglese e si rivolgono a una platea internazionale. Sembra adesso probabile che l’amministrazione Trump possa presto seguire l’esempio, potendo disporre tuttavia di molte più risorse rispetto agli ispiratori ungheresi. Senza contare che il governo americano già controlla un network di media molto ramificato a livello mondiale, ovvero Voice of America, già oggetto del tentativo di trasformarla in un megafono della propaganda sovranista durante il primo mandato di Donald Trump (2016-2020).

Con l’eliminazione del sostegno pubblico e il crescente ritiro degli inserzionisti per paura di ritorsioni, i giornali indipendenti non potranno che dipendere sempre di più dalla scelta attiva di lettori e lettrici di sottoscrivere un abbonamento. Saranno loro a decidere quanto vale la democrazia liberale.

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