Ucraina, difesa comune, ma non solo. Nell’ultima sessione plenaria a Strasburgo, il Parlamento europeo ha celebrato la Giornata internazionale della Donna accogliendo la testimonianza di due attiviste provenienti dal Belarus. Sviatlana Tsikhanouskaya, leader delle forze democratiche di Minsk, e la connazionale Palina Sharenda Panasiuk, rappresentante della campagna civile “Europa Belarus” in prima linea per l’integrazione all’interno dell’Unione europea.
Ad accomunarle, la lotta contro il regime di Alexander Lukashenko e il desiderio di libertà, lo stesso che costituisce le fondamenta dell’Europa unita: «Il Belarus fa parte dell’Europa, la nostra battaglia per la libertà è la stessa che combattete anche voi», afferma Tsikhanouskaya dal cuore dell’emiciclo. «Belarus, Ucraina, Georgia, Moldova e Armenia vivono oggi in una zona di incertezza, di fianco a un gigante che non riconosce il nostro ruolo nella famiglia delle libere nazioni europee». Una creatura mostruosa che ha un nome, un cognome e una precisa collocazione geografica: la Federazione russa di Vladimir Putin.
Per la guida dell’opposizione non ci sono dubbi: «Putin non vuole davvero la pace, è come un vicino ubriaco che reagisce con violenza quando le cose non funzionano come vuole lui, senza mostrare alcun rispetto».
Nelle parole di Tsikhanouskaya, però, non c’è spazio per la paura. L’emozione dominante è una lucida rabbia politica, che si traduce nel desiderio di sovvertire uno status quo che stronca sul nascere ogni voce dissonante rispetto alla melodia imposta dal regime. «Non vogliamo vivere nell’ombra revanscista della Russia, ma per la libertà, la sicurezza e la prosperità, gli stessi valori a fondamento dell’Europa unita. Se cadranno l’Ucraina o il Belarus, chi sarà il prossimo? Ecco perché la nostra battaglia per la libertà è una battaglia anche per l’Europa».
A rincarare la dose è Panasiuk, che ha parlato in aula stringendo a sé una bandiera europea con al centro la scritta “Belarus”. Un simbolo di lotta, equità e giustizia, in nome del quale lei e tanti suoi colleghi sono stati perseguitati e incarcerati dal regime: «Ho trascorso quattro anni in carcere da prigioniera politica, ho vissuto l’inferno delle carceri di Lukashenko, con metodi di distruzione fisica e psicologica tipici dei gulag staliniani. Quattro anni di completo isolamento dal mondo esterno, dai miei figli e dai miei familiari», racconta. Poi, rivolgendosi agli eurodeputati presenti in emiciclo, afferma: «Avete una grande responsabilità: aiutare l’Europa a liberarsi dai criminali che hanno scatenato la sanguinosa guerra contro l’Ucraina, Lukashenko e Putin».
Periodicamente l’osservatorio Viasna diffonde report aggiornati sulle condizioni dei diritti umani nel Belarus. Gli ultimi dati mostrano quasi seimila processi amministrativi intentati nel corso del 2024 per la diffusione di materiali estremisti. O almeno, così vengono definite le idee di coloro che si oppongono a Lukashenko. Niente di nuovo, in un regime antidemocratico. I numeri, però, non possono e non devono lasciare indifferenti ed è la stessa Sviatlana Tsikhanouskaya a gridarli dal cuore del Parlamento europeo: oltre milleduecento i prigionieri politici attualmente presenti nelle carceri del Belarus, tra cui più di centocinquanta donne.
Uomini o donne, per Lukashenko non fa nessuna differenza quando si parla di oppositori politici. Uno degli ultimi nomi ad essere finito nelle liste di proscrizione del dittatore è il giornalista Ihar Ilyash, autore del libro “Belarusian Donbas” ritenuto – neanche a dirlo – estremista dalle autorità di Minsk. Arrestato lo scorso ottobre e processato il 21 febbraio, la sua colpa (se di colpa si può parlare) è aver espresso disaccordo in merito alle posizioni di Minsk sulla guerra di invasione della Russia contro l’Ucraina.
«Il diritto alla libertà di parola e di opinione deve essere rispettato», ha affermato l’ambasciata tedesca nel Belarus con una nota in segno di vicinanza al giornalista. Le persecuzioni contro gli operatori dei media non rappresentano che un altro tassello nel drammatico mosaico che racconta di diritti umani calpestati nel Belarus: secondo Reporter Senza Frontiere, sarebbero almeno trentacinque gli organi di stampa indipendenti contrassegnati come estremisti, a cui si aggiungono i dodici giornalisti segnalati come terroristi, a riprova del triste primato storicamente appartenuto al Belarus come uno dei Paesi con le maggiori pressioni al mondo nei confronti della libertà di stampa.
E l’Europa? Mentre Minsk continua a scorrazzare indisciplinatamente nel giardino del gigante cattivo – riprendendo la metafora della numero uno dell’opposizione – i Ventisette alternano richiami formali a sanzioni economiche, nell’ambito dei pacchetti approvati contro la Russia dall’invasione su larga scala dell’Ucraina.
Tra le misure più recenti introdotte dal Consiglio, le restrizioni alla JSC Integral: si tratta di un’azienda di componenti microelettroniche specializzata nella produzione di semiconduttori che vengono impiegati dall’esercito del Cremlino per realizzare numerose versioni di missili, tra cui l’S-300, l’R-37 e l’Iskaner, come emerso dalle analisi condotte sui rottami rinvenuti sui terreni ucraini colpiti dall’artiglieria russa. Foraggiata dalla Russia con un investimento pari a trecentocinquanta milioni di dollari, l’azienda ha incrementati i suoi profitti fino a quaranta volte rispetto al 2021, segnando un utile di cinquanta milioni nel 2023.
All’interno del sedicesimo e ultimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, Bruxelles ha introdotto anche una serie di limitazionivolte a impedire ai cittadini del Belarus l’accesso alle piattaforme europee di cripto-asset, in modo da scongiurare eventuali tentativi di elusione delle sanzioni economiche. Addio cripto, dunque, ma non per tutti: chi non è in possesso di un valido permesso di soggiorno europeo, infatti, non potrà più detenere portafogli di criptovalute e né gestire alcuna posizione all’interno delle piattaforme di cripto-exchange.
Sanzioni, denunce, e il tentativo di stringere il regime vassallo di Putin con le spalle al muro. Il tutto mentre lo spirito democratico del Belarus grida forte «libertà!» dal cuore delle istituzioni europee. Perché la lotta di Sviatlana, Palina, Ihar e di tutti coloro che, donne o uomini, si oppongono al regime di Lukasheko è una lotta senza quartiere per la democrazia, che da Kyjiv si sta allargando a macchia d’olio. Una sfida ai totalitarismi liberticidi, una battaglia contro il buio delle dittature.