Quelli che fanno i meme metterebbero la didascalia «Quando lo ordini/Quando ti arriva a casa», e «Quando lo ordini», cioè come pensavi andasse, è il trionfo femminista della vegliarda in gran forma Demi Moore, e «Quando ti arriva a casa», cioè com’è andata davvero, è: gli Oscar del 2025 li ha vinti Harvey Weinstein – non li aveva vinti così tanto neanche nel 1999, l’anno in cui “Shakespeare in love” scippò “Salvate il soldato Ryan”.
Io che detesto i meme dico che quella di domenica sera è una storia di rivalsa femminista sui cancelletti che feticizzavano la fragilità e che per un attimo è parso fossero il futuro, e invece erano un presente friabile com’è il presente di questo secolo, un presente deperibile, che un po’ alla volta ci arrendiamo a buttare nell’umido, e uno di questi giorni dimenticheremo le Elisabeth Sparkle e ricorderemo le Tea Guerrazzi.
Che era la sera in cui il MeToo andava a morire si è capito quando sul tappeto rosso degli arrivi delle star è apparsa Halle Berry, ha scansato scusandosi una bionda, e ha baciato Adrien Brody. Seguono i miei generosi appunti per gli studenti che oggi dovessero vedersi affidare da qualche professore un’analisi della semiotica di quel gesto.
Il precedente risale a ventidue anni fa, quando Adrien Brody aveva vinto il suo primo Oscar. Per “Il pianista”, film che quella sera oltre a quello per l’attore protagonista ricevette un premio per la sceneggiatura e uno per la regia, d’un certo Roman Polanski, che ventisei anni prima era stato arrestato per stupro, e quindici anni dopo sarebbe stato radiato dall’Academy. Radiato per quello stupro di quarantuno anni prima che non era sembrato un ostacolo a premiarlo quindici anni prima. Lo so, ci si perde, ci vuole uno schema con le andate e i ritorni della morale pubblica.
Dunque nel 2003 Brody vince, e il premio al migliore attore lo dà la vincitrice del premio come migliore attrice l’anno prima, cioè Halle Berry, prima nera ad aver vinto come protagonista. Lui la bacia. Non lo crocifiggono in sala mensa perché la morale collettiva non è ancora uscita di testa, le donne col cazzo si chiamano ancora “travestiti” e nessuno pensa siano donne, le donne senza ulteriori specifiche non sono ancora state ridotte a creaturine fragili che sono comunque e sempre vittime, e i tempi non sono ancora maturi per spacciare una star in abito da sera su un palco per una poverina che il bruto (perdipiù bianco) ha baciato senza consenso.
Quella sera di ventidue anni fa, sul palco, Adrien disse a Halle «Non t’avevano avvisato che c’era questo nella gift bag?», cioè nella borsa con gli omaggi che viene consegnata a ogni candidato. Tenetela a mente, poi alla gift bag ci torniamo.
Ventidue anni dopo quella sera, e sette e mezzo dopo l’inizio del MeToo, Halle arriva e bacia l’attore che sta per vincere di nuovo, e che è lì con la bionda che dicevo, e quella bionda è colei che dal palco Brody ringrazierà, lei e i suoi figli, grazie di avermi accolto nella vostra vita, «il babbo torna vincitore» («il babbo» è la mia traduzione di «pop», ché «paparino» mi pare avere una sfumatura troppo ammiccante per le circostanze).
La figlia della bionda Adrien l’ha pure abbracciata, quando hanno annunciato che l’Oscar era suo, sono lì seduti in prima fila come la famiglia importante della serata, e la bionda si chiama Georgina Chapman, e quei figli lì li ha fatti con un certo Harvey Weinstein, con cui è stata sposata finché scandalo non li ha separati, e invece di andare a nascondersi e morire di vergogna come le vedove dalla reputazione rovinata è lì, in prima fila e accavallo e bionditudine e gomma da masticare presa al volo (mettete da parte anche le gomme da masticare, poi tornano anche loro).
Naturalmente non voglio fare come quelli che, siccome Trump legifera che nei bagni per le femmine ci vadano le femmine, pensano che l’ubriachezza da identità di genere sia archiviata: diversamente dal Mastroianni della “Terrazza”, non credo che «le epoche si chiudono così, all’improvviso». Tanto più un’epoca di scemenza: più facile che attecchisca, che liberarsene.
E infatti ieri i social erano un consesso di cervelli: di là i pro-pal che «che schifo, quell’israeliana di Gal Gadot si è rifiutata di presentare il premio al documentario» (ma dove, ma quando), di là i pro-isr che «che schifo, Kieran Culkin ha vinto per un film sulla Shoah e non ha detto niente dell’antisemitismo» (ma meno male, pensa se invece del discorso stupendo sulla moglie che gli ha promesso il terzo e quarto figlio ci avesse fatto due coglioni coi contenuti seri). L’assemblea d’istituto non la sciogli col trionfo della nuova famiglia della moglie dello stupratore né con la sconfitta di “The substance”, ovvero le sessantenni come le immaginano le tredicenni (e quindi le donne di tutte le età, visto che ormai i tredici durano fino ai settanta).
Nella gift bag dei candidati quest’anno c’erano le solite vacanze alle Maldive, consulenze omaggio di arredatori (con l’opzione di devolverle in beneficenza a qualche vittima degli incendi californiani), ma anche un buono da venticinquemila dollari presso Artlipo, un posto che fa, ebbene sì, liposuzioni. Perché un’intera stagione dei premi a parlare di com’era importante non essere schiave della bellezza come c’insegnava “The substance”, Conan O’Brien che usa la scena dello sdoppiamento del personaggio di Elisabeth Sparkle – ma al posto di Margaret Qualley esce lui dalla schiena di Demi Moore – come apertura della serata, tutta questa finzione collettiva sul film che c’insegna a stare al mondo piacendoci così come siamo, tutto approda lì: alla liposuzione, perché ogni corpo è bello a modo suo ma a quelli magri cascan meglio i vestiti, che in una serata così è piuttosto importante (lipoaspiratevi in tempo per le premiazioni del 2026).
Non poteva che andare così: che, proprio come in “The substance”, la vecchia viene dimenticata in favore del trionfo della giovane. Solo che il compimento perfetto dell’opera, cioè Margaret Qualley – interprete di Demi ringiovanita – che arrubba il premio alla vegliarda, non era possibile. Ha dovuto vincere la men che ventiseienne Mikey Madison, la squillo di “Anora” (una che chiama le mignotte “sex worker” convinta che così diventi un lavoro rispettabile: lei ha la scusa dell’età, le adulte che scusa hanno?): Margaret Qualley non era candidata. Perché? Perché il numero di candidature femminili era esaurito grazie alla presenza della protagonista di “Emilia Pérez”: Karla Sofía Gascón, un uomo che si fa chiamare «lei» e che quindi, non essendo gli Oscar come i gabinetti trumpiani, ha diritto alla sua brava candidatura femminile. Ve l’avevo detto che le epoche non le archivi in fretta e furia.
Quando ieri è arrivata la notizia della morte di Eleonora Giorgi, ho pensato alla scena più significativa della serata di domenica, quella in cui Adrien Brody sta salendo sul palco a ringraziare, si accorge che ha la gomma in bocca, se la sputa in mano, non sa dove metterla, la lancia a Georgina che la prende al volo. Di Eleonora Giorgi tutti ricordiamo la Nadia di “Borotalco”, in collant azzurri e cingomma sfrontata, perché quando ti accade d’essere in un capolavoro poi sei legata a quello a vita.
Ma a me pare che, se non vogliamo che le luci in fondo al tunnel diventino abbaglianti d’un autobus che c’investe, sia il caso di ricordare la Tea Guerrazzi, il suo personaggio in “Sapore di mare 2” (che lui sì è meglio dell’1, altro che “Il padrino”). La Tea Guerrazzi non era vittima mai, neanche quando sospirava «pizza fredda e birra calda: tutto a rovescio, come nella vita». La Tea Guerrazzi, per la sfrontatezza, non aveva bisogno della cingomma. La Tea Guerrazzi era scaltra come lo erano le belle di quando la bellezza era un ascensore sociale solo se sapevi che dovevi usarla e non fartene usare. La Tea Guerrazzi sapeva mettersi d’accordo col gioielliere e far chiamare il commendatore quand’era lì con la moglie, così lui non poteva dire di no e doveva pagarle quel gioiello con cui lei si sarebbe ripagata la vacanza.
La Tea Guerrazzi era bellissima, e lo so che c’è tutta una scuola di pensiero secondo cui non bisogna temere la vecchiaia e pubblicare foto dello splendore di gioventù di chi muore non più splendidamente giovane, ma le preferirei alle immagini dell’ultimo anno, in cui giornali e tv facevano a gara a chi più ci faceva vedere Eleonora Giorgi calva di chemio.
Nel suo ultimo spettacolo teatrale, Checco Zalone diceva che non si potevano fare foto, «sennò poi lo so che le pubblicate quando muoio». Ci pensavo ogni volta che qualcuno pubblicava o mandava in onda Eleonora Giorgi, e in trasparenza si vedeva la smania di quel qualcuno di prossimamente poter dire le ho fatto l’ultima intervista, l’ultima copertina, l’ho invitata nell’ultima trasmissione.
Il banchetto sul quasi cadavere, figlio naturale del tempo ipocrita del piacersi come si è, dell’essere belle ognuna a modo suo, dell’essere donne sebbene col cazzo. Il tempo ipocrita in cui vuoi una donna forte, ordini la Tea Guerrazzi, e ti ritrovi Elisabeth Sparkle con la crisi di panico davanti allo specchio perché ha l’aspetto della Demi Moore sessantenne, incidentalmente più sottile e gradevole e costoso di quello della Demi Moore ventenne.