The bad fight Lo spirito del tempo a casaccio, e la peggiore generazione di genitori di tutti i tempi

L’identità di genere è religione o spauracchio a seconda dei cicli elettorali. Ci rivediamo tra quattro anni, quando l’ideologia queer sarà ancora più radicalizzata

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«C’è un presidente donna, come può lo spirito del tempo essere contro le donne?»: è una battuta del 2021, poi vi dico da dove viene, intanto mettetevela da parte, ci tornerà poi utile per commentare questi giorni in cui ci si divide tra chi non vede l’ora di strappare la parrucca ai trans dicendogli che l’ha sempre saputo che non erano vere donne o veri uomini, e chi si dispera perché l’identità di genere non è più religione di Stato.

«Non credo che gli analisti politici abbiano idea di quanto sono incazzate le militanti del femminismo essenzialista»: è una riga d’un articolo con cui, lo scorso luglio, vi spiegavo che, se la scelta era tra un esercito guidato da generali maschi ma con la gonna, e l’idea astratta che Trump impedirà l’aborto, le donne non era affatto detto che sarebbero state con la Harris. (Una non vorrebbe sempre essere così inelegante da dire «avevo ragione», ma ce la costringete).

L’inverno del 2021, “The Good Fight” aprì la sua quarta stagione con una puntata distopica. Diane – l’avvocato protagonista, una molto femminista, molto vecchia guardia, molto incazzosa – si svegliava e scopriva che gli ultimi anni erano stati un sogno: le elezioni le aveva vinte Hillary, mica Trump. L’ambiente stava meglio, i ricchi erano più tassati, tutte le cose al loro posto – ma.

L’avversativa Diane la scopriva quando, nel suo studio legale, le dicevano che quel giorno aveva appuntamento col cliente che era più importante assicurarsi: Harvey Weinstein. Gli anni dal 2016 al 2020 non erano esistiti, e quindi neanche il MeToo. Weinstein era un pilastro della sinistra e la presidente Clinton gli aveva da poco dato un’onorificenza.

La puntata faceva molto ridere (la trovate su Sky e su Now) perché usava tutte le assurdità che avevano finito per sembrarci normali, leggendole da anni sui giornali, per mostrarci l’effetto che avrebbero su chi non avesse mai vissuto quel periodo. Ma Weinstein si masturba nelle piante, trasecolava Diane, mentre la giovane assistente si chiedeva di cosa stesse cianciando e se si drogasse.

A un certo punto, in un’udienza che si tiene in un’America parallela in cui nessuno sa che Weinstein è un vecchio porco, a tre donne che lo accusano viene negata la possibilità di pretendere foto delle sue innominabilità. È allora che Lucca, giovane avvocatessa ambiziosa, fa a Diane la domanda che dicevo all’inizio, e gliela fa perché Diane le spiega che le sentenze non sono figlie solo della legge, ma del suo incrocio con lo spirito del tempo.

Non avendo vinto Trump, non c’era stato il MeToo né il resto. Non essendoci un nemico al potere, non c’è bisogno di coltivare uno spirito rivoluzionario. Quando Diane chiede se ci sia stata la marcia delle donne, che ne sia dei cappellini rosa a forma di passera (o comunque vogliamo chiamare quelle robe che si mettevano in testa le donne di sinistra americane, pussy hat), l’assistente si preoccupa: erano quasi più credibili le seghe nelle piante.

La tesi della puntata era che, senza il nemico di destra al governo, il femminismo non si consolida, e io credo che varrà anche nei prossimi quattro anni. Credo che – mentre noi siamo qui a dire che certo che i maschi non devono gareggiare negli sport femminili, certo che se una è così disgraziata da dover usare un bagno pubblico non ci dev’essere qualcuno che si tira fuori l’uccello da sotto la gonna, certo che è assurdo che per ristabilire la logica debba essere arrivato un fascista – ci siano due questioni che il dibattito pubblico sta sottovalutando.

Una sono i ragazzini e le ragazzine che, come in ogni epoca, sono preda d’un qualche contagio sociale. Quarant’anni fa le adolescenti diventavano tutte bulimiche perché le riviste femminili parlavano di bulimia, adesso si convincono tutte d’essere d’un altro sesso perché «trans» è la parola del decennio. Certo, la differenza è che i genitori di allora non ti dicevano quant’erano fieri di te se vomitavi dopo cena, ma accantoniamo per un attimo il problema del nostro essere la peggior generazione di genitori di tutti i tempi.

A questa gente troppo giovane perché le si sia finito di formare il cervello hanno detto per anni che il genere è un costrutto sociale, che quel che hai nelle mutande non determina nulla, che probabilmente sei nato in un corpo sbagliato, che chi non asseconda le tue percezioni ti vuole morto. Che ne facciamo, della psiche devastata di questi vostri eredi? Ve lo chiedo io che neppure credo nell’esistenza della psiche, forse è una domanda che dovreste farvi anche voialtri in una pausa tra un’esultanza e l’altra perché ha vinto la vostra squadra di calcio, quella che sa che il sesso biologico esiste.

L’altra questione riguarda un mondo speculare a quello di quella puntata di “The Good Fight” in cui senza Trump non sarebbe esistita quell’ondata di femminismo. Con Trump, non è forse inevitabile che le istanze di chi crede di poter cambiare genere sessuale prima e dopo i pasti si radicalizzino?

L’apparente vittoria per cui per ministro della salute avrai pure uno coi vermi nel cervello ma non hai un maschio con l’ombretto e i tacchi, l’apparente vittoria della logica non farà sentire questa gente con la testa già piena di puttanate pure perseguitata? Voglio dire: cianciavano di genocidio trans se un barista li chiamava per sbaglio al maschile o al femminile, cosa può mai succedere ora che c’è un’ordinanza presidenziale perché a Caitlyn Jenner, con tutti quei tacchi e quelle unghie e quelle chiome, ci si rivolga col nome di Bruce?

Poi certo, a margine c’è una terza questione, e la annoto qui solo per ritrovarla se tra tre anni vorrò dire «ve l’avevo detto»: niente è definitivo. Non è affatto detto che i cicli non siano ormai di quattro anni. La Title IX, la legge che tutela lo sport femminile nelle scuole, nel 2017 era stata limitata al sesso biologico da Trump, nel 2021 era stata allargata alla femminilità percepita da Biden, ora è stata di nuovo ristretta da Trump, e chissà se nel 2029 non tornerà tutto com’era durante la presidenza Biden.

Care amiche che ritenevate inaccettabile l’idea che la definizione di donna fosse «chiunque metta i tacchi»: non avete vinto, a meno che non vi accontentiate d’una vittoria a tempo determinato. Lo spirito del tempo è talmente a casaccio che una donna potrebbe essere un esemplare adulto di femmina della razza umana per altri quattr’anni scarsi, e poi tornare l’indefinibile astratto e sensibile concetto di qualcuno coi baffi ma cui piacciano molto i lucidalabbra.

Magari tra tre anni i democratici americani si procurano una candidata decente, le elezioni le vince infine una donna, e sarà allora che lo spirito del tempo sarà davvero contrario alle mammifere adulte inspiegabilmente diffidenti nei confronti delle donne col cazzo. (Qui, dove governa già una donna, la battuta di Lucca fa ancora più ridere).

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