La prossima sarà la prima settimana senza didattica da inizio anno. L’occasione per fare una pausa mentale e tracciare un bilancio parziale di questo 2025 cominciato tra vorticose, inafferrabili novità planetarie.
Questa notte, prima di prendere sonno, pensavo a quanto le cose siano mutate negli anni. Grazie a Porthos e a Sandro Sangiorgi iniziai a fare didattica sul vino a inizio secolo. Da quel 2003, molto più lontano di soli ventidue anni fa, è cambiato il mondo. Anche quello della divulgazione enoica.
All’epoca al light lunch di un convegno sul vino lasciavano Monfortino e Dal Forno in libero servizio sui tavoli del buffet. All’epoca si trovava con una discreta facilità qualunque bottiglia si decidesse di impiegare in un corso. I miei primi acquisti per eventi e master li feci in enoteca. Giuro. Ritiravo le bottiglie in enoteche di Milano allora assai quotate, inclusa una bottiglia di scorta per eventuali problemi di tappo, concessa sulla fiducia, che restituivo a fine corso, se non era stata utilizzata. All’epoca si compravano tranquillamente i vini di Anselme Selosse, di Armand Rousseau, di René Engel, del domaine Leflaive, Bonneau du Martray, Château Rayas, i grandi château di Bordeaux, i Barolo di Beppe Rinaldi e Bartolo Mascarello o i Brunello di Soldera. Senza indebitarsi a vita.
All’epoca eravamo in pochi a fare didattica e divulgazione. Eravamo coloro per cui quest’attività era una professione. E, più che per master iperspecialistici sui singoli climat borgognoni o sui vari terroir della Champagne, erano richiesti i corsi “base” di avvicinamento alla degustazione, popolati da numerose/i partecipanti ansiose/i di scoprire, comprendere, imparare, sedimentare le informazioni, educare i propri sensi.
Però la cosa che è più cambiata credo sia un’altra. Ovvero: all’epoca i vini erano uno strumento. Erano il mezzo attraverso il quale costruire la propria conoscenza e la propria consapevolezza, gli attrezzi con cui ci si apriva ai territori, ai vitigni, alle tipologie, alla lettura delle annate, degli stili produttivi. Ma soprattutto alle sensazioni.
Oggi in molti casi i vini – anzi, le bottiglie – non sono più il mezzo, bensì il fine. Molte persone valutano se iscriversi o meno a un evento o a un corso in base ai vini previsti, e spesso preventivamente sbandierati per attrarre partecipanti.
È tutto molto logico e coerente con un processo di spettacolarizzazione e “starificazione” del vino e di chi lo fa. Come in un MasterChef di Bacco su scala personalizzata, in “self-broadcasting”.
Le corsiste e i corsisti che seguono le attività didattiche sono mediamente molto più preparate/i ed esperte/i di un tempo. Informate/i su tutto: annate, tecniche di vinificazione, vicende personali delle/i vignaiole/i.
Non sono del tutto sicuro che siano più curiose/i e aperte/i di vent’anni fa. Né sono del tutto sicuro che la cultura del vino ci abbia davvero guadagnato.
