Green is the new redIl Chianti Classico ha lanciato il manifesto per la sostenibilità, ma partiva già molto bene

Trascorso l’anno del centenario, il consorzio toscano ha messo insieme i dati relativi alla responsabilità ambientale dei propri associati. Ne emerge una denominazione già molto attenta alle pratiche in vigna e in cantina, oltre che alla cura del paesaggio

I paesaggi del Chianti Classico (credits Consorzio Chianti Classico)
I paesaggi del Chianti Classico (credits Consorzio Chianti Classico)

Un Manifesto di Sostenibilità per stabilire una serie di regole d’indirizzo a cui i soci possono adeguarsi secondo i loro ritmi e possibilità. È il documento che il Consorzio Chianti Classico aveva presentato nel giugno scorso, in occasione dell’anniversario dei propri cento anni (ne avevamo scritto in questo articolo). Un’iniziativa importante, riassunta in 57 principi e pensata per impostare il futuro della denominazione.

Ecco quindi che, dopo la fase di annuncio, devono seguire i fatti e l’ente di tutela ha approfittato dell’appuntamento della Chianti Classico Collection per tornare a battere sul tema della responsabilità ambientale. Con la vendemmia 2024 ormai alle spalle, è stata l’occasione per analizzare l’impegno fin qui assunto dalle cantine in fatto di sostenibilità ambientale, grazie a un’indagine tra le aziende associate a cui ha risposto il 48 per cento di quelle che operano su tutta la filiera, dalla vigna alla bottiglia, pari al 53 per cento dell’intero vigneto Chianti Classico.

Quello che emerge è un impegno già molto ben avviato sul fronte delle buone pratiche vitivinicole, con un elevata percentuale di aziende certificate bio o in conversione. Non ultima, un’attenzione importante per la cura del territorio, che i produttori identificano direttamente con il carattere sostenibile del vino.

Bottiglie di Chianti Classico (credits Consorzio Chianti Classico)
Bottiglie di Chianti Classico (credits Consorzio Chianti Classico)

Aziende bio e attente all’ambiente
Considerato che i dati arrivano a pochi mesi dal lancio del manifesto e che si riferiscono, verosimilmente, anche a prima del lancio, va detto che le basi su cui il Consorzio ha deciso di costruire erano già molto buone.

Partendo dalle certificazioni (e quindi dalle pratiche soggette a controlli di autorità terze), nei prossimi anni il 70 per cento delle aziende del Chianti Classico saranno certificate bio. Ad oggi infatti, il 61 per cento delle cantine è già in possesso della certificazione biologica, e un ulteriore nove per cento sta intraprendendo il percorso di conversione. L’impegno non si limita però alle certificazioni: tre aziende su quattro si impegnano a preservare l’ecosistema in vigna, riducendo l’utilizzo di diserbanti e di concimi chimici, preferendo a questi ultimi compost naturali (37 per cento) oppure i sottoprodotti del processo di vinificazione (52 per cento), e sono già due terzi le aziende che praticano l’inerbimento tra i filari, azione fondamentale per combattere l’erosione del suolo e l’impoverimento dello stesso. Un particolare attenzione è riservata inoltre alla presenza delle piante mellifere, favorite in circa un’azienda su tre, dato che corrisponde al 27 per cento degli ettari censiti. In caso aveste dubbi sull’importanza degli impollinatori in vigna e, in generale, nell’ecosistema, qui c’è una lettura per approfondire il tema.

Passando alle attività di cantina, dall’indagine emerge che quasi la metà delle aziende (45 per cento) utilizza fonti energetiche alternative, il 65 per cento si impegna nella riduzione del peso delle bottiglie e il 54 per cento nel riuso di materiali quali vetro e carta.

Il Gallo Nero, simbolo della denominazione (credits Consorzio Chianti Classico)
Il Gallo Nero, simbolo della denominazione (credits Consorzio Chianti Classico)

Il vino è anche il suo paesaggio
C’è un ruolo poi che la vitivinicoltura riveste, come gran parte dell’agricoltura, ovvero quello di prendersi cura del territorio e del paesaggio. Un punto ben chiaro, soprattutto in una zona come quella del Chianti Classico, dotata di un fascino ben noto anche al di fuori dei confini nazionali, che ogni anno attrae migliaia di turisti. La ricerca consortile ha indagato anche questo, rilevando che il 44 per cento degli associati si dedica al recupero e al mantenimento di antiche tradizioni come i muretti a secco, il 38 per cento delle aziende si occupa anche dei terrazzamenti e il 74 per cento si prende cura delle strade bianche. Un impegno che supera i confini dei vigneti, ma che è fondamentale in un territorio in cui il bosco prevale per due terzi rispetto alle altre colture, come vite, olivo e seminativi.

In questo contesto, la presenza dell’uomo si esprime in una complessa rete di edifici storici, parchi, viali, reti interpoderali e giardini, il cui alternarsi racconta la storia della Toscana rurale degli ultimi seicento anni. La manutenzione e il restauro di questo patrimonio sono messi in atto dalla quasi totalità delle aziende (79 per cento) e oggi molti poderi vivono una seconda vita, spesso utilizzati come dimora per i lavoratori delle aziende vitivinicole (nel 38 per cento dei casi).

Non è un caso quindi, se nell’immaginario dei vignaioli il prodotto si lega proprio all’ambiente in cui nasce. Quando infatti viene chiesto loro di dare una possibile definizione di “vino sostenibile”, il 60 per cento delle risposte lo identificazione con la protezione della biodiversità e del paesaggio.

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