Se l’industria del podcast italiana è un club esclusivo in cui uomini parlano ad altri uomini di cose da uomini, Giada Biaggi è l’infiltrata che ha deciso di incendiare il salotto. Lo ha fatto con “Daddy Issue”, il vodcast firmato Feltrinelli che è molto più di un semplice show di interviste, è un’operazione chirurgica sulla mascolinità contemporanea.
L’idea è semplice, almeno sulla carta: invitare uomini over cinquanta, archetipi viventi della virilità italiana, e sottoporli a un interrogatorio travestito da chiacchierata brillante. La struttura è impeccabile: monologhi iniziali da stand-up ricercata, montaggio serrato, riferimenti che spaziano da SNL, Fleabag e Heidegger, e un’estetica che strizza l’occhio alle serie HBO di culto, quelle che entusiasmano la critica ma poi vengono cancellate per “scarso budget”. Il tutto condito da un’ironia affilata e pericolosa, quella vera, non il sarcasmo paternalistico a cui siamo abituati. Nell’intervista che segue, Giada Biaggi ci racconta come smonta il patriarcato, con la precisione di chi sa dove colpire e il gusto di chi si diverte a farlo. Parliamo di “etero basici”, della finta ossessione per il loro gradimento, di femminismo destrutturato e di come, alla fine, il destino di ogni Daddy sia sempre lo stesso: diventare un argomento di conversazione post-funerale.

“Daddy Issue” è un ibrido tra satira, talk show e performance concettuale. Quando hai capito che l’Italia aveva bisogno di «una macchina da guerra glitterata contro il patriarcato»? E perché proprio ora?
“Daddy Issue” nasce dalla consapevolezza che in Italia c’era un vuoto comunicativo tra il discorso femminista più accademico e la cultura pop che fosse davvero innovativo. Il momento giusto è ora perché stiamo vivendo un’epoca di forte polarizzazione: da un lato il progresso del femminismo e delle lotte per i diritti civili, dall’altro un backlash conservatore sempre più evidente. Il patriarcato non si difende mai in modo esplicito, ma si maschera anche parlando univocamente di femminicidio come se le donne avessero cittadinanza mediatica solo come vittime; e per smascherarlo serviva un linguaggio nuovo, capace di sovvertire i codici tradizionali dell’intrattenimento e dell’informazione. Con “Daddy Issue” voglio far ridere, riflettere e soprattutto scardinare, con leggerezza e spietatezza, le narrazioni tossiche che ancora dominano il discorso pubblico.
Il tuo vodcast pesca a piene mani da riferimenti di un certo calibro: SNL, Call Her Daddy, ma anche Hegel e Heidegger. Le tue battute e la costruzione dei tuoi statement, però, potrebbero risultare difficili per chi non ha un forte background culturale. Per te è importante che le tue reference vengano colte o lo consideri un “premio” per un pubblico attento e sofisticato?
Le reference in “Daddy Issue” non sono lì per fare i fenomeni, ma perché sono parte del mio modo di pensare e costruire un discorso. Mischiare SNL, Call Her Daddy, Hegel e Heidegger non è un esercizio di stile, è proprio il mio modo di vedere il mondo: un grande minestrone di cultura alta, bassa e trash che ci plasma più di quanto vogliamo ammettere. Non mi interessa fare contenuti “facili” nel senso di semplificati all’osso. Preferisco alzare l’asticella e fidarmi del pubblico. Non devi capire ogni riferimento per goderti “Daddy Issue”, ma se ne becchi qualcuna in più, ti godi il doppio senso, il layer nascosto, il sottotesto. È un po’ come quando un comico cita una scena di un film anni Novanta e chi la riconosce ha quel momento di gioia nerd. È un premio? Forse. Ma più che altro è un invito: se non l’hai colta, cercala. Se ti fa ridere anche senza, vuol dire che funziona lo stesso.
L’industria del podcast in Italia è dominata da uomini che parlano di cose da uomini, tra chiacchiere da spogliatoio e testosterone in HD. Com’è stato ritagliarsi uno spazio in questo ambiente e quanto è stato difficile far passare l’idea che una donna potesse essere tagliente, pop, brillante e ugualmente esilarante?
Entrare nell’industria del podcast in Italia è un po’ come entrare in un club privato di uomini che parlano di altre cose da uomini, mentre altri uomini annuiscono e ridono. Il problema non è solo il monopolio maschile, ma il fatto che certi format e certi toni siano considerati “normali” e universali, mentre una donna che fa satira, che è tagliente, che gioca con riferimenti colti e pop, viene vista come una specie di aliena. Il difficile non è solo ritagliarsi uno spazio, ma far capire che esiste un altro modo di intrattenere, senza dover scimmiottare lo stile dominante. Perché se sei una donna e vuoi essere divertente, in Italia tendono a relegarti a due categorie: o sei la comica alla “ahah quanto sono imbranata”, o sei quella che parla solo di “temi da donne” con il tono da TED Talk motivazionale.
Hai detto che «gli uomini etero over cinquanta hanno bisogno di domande scomode per farsi conoscere». Qual è la domanda più scomoda che hai fatto finora?
Forse quando ho chiesto a Walter Siti se è un gay misogino, come tutti quelli della cultura. Lui mi ha risposto che non è misogino perché per lui le donne sono così irrilevanti che non sono neanche soggetti suscettibili di essere odiate da lui. Come scrive Arbasino: «Neanche Fellini in trip negli anni Ottanta».
Il femminismo oggi è ancora percepito come un’etichetta fastidiosa, considerato a volte “cringe”. Tu invece definisci fieramente “Daddy Issue” come un prodotto destrutturato e divertito, ma pur sempre femminista. Perché il femminismo spaventa ancora così tanto e come mai hai scelto questa formula per raccontarti e promuovere la tua agenda?
Il femminismo spaventa perché mette in discussione il sistema, e il sistema odia essere messo in discussione. È molto più comodo credere che il patriarcato sia un’invenzione delle femministe arrabbiate piuttosto che accettare che sia una struttura che permea tutto: le relazioni, il sesso, il lavoro, perfino il modo in cui ridiamo. Il problema è che il femminismo viene ancora raccontato come una minaccia alla normalità, come un movimento cupo, pesante, fatto di dogmi e privazioni, di donne che sanno scrivere solo di se stesse. E in un’epoca in cui tutto deve essere veloce, digeribile e “chill”, nessuno vuole sentirsi dire che deve decostruire il proprio privilegio mentre si beve un aperitivo. Per questo il femminismo viene etichettato come “cringe”, perché è più facile sminuirlo piuttosto che affrontarlo.
Con “Daddy Issue” ho scelto di fare il contrario: non spiegare il femminismo con il tono della lezione frontale, ma usarlo come una lente con cui leggere la cultura pop, il gossip, i trend, le nostre stesse contraddizioni. La satira è perfetta per questo, perché ti fa ridere e poi, mentre ridi, realizzi che hai appena decostruito uno stereotipo. È femminismo, sì, ma destrutturato, glitterato, digeribile anche per chi non vuole una predica. Perché il vero punto è questo: non dobbiamo convincere chi è già d’accordo, dobbiamo infiltrare il discorso dove prima non c’era spazio. E lo facciamo ridendo.
Il format è costruito con una precisione chirurgica, dai monologhi iniziali al montaggio serrato, fino allo sguardo in camera alla “The Office” che crea un’alleanza diretta con la tua “Daddy Gang”, come direbbe Alex Cooper. Quanto è scritto e quanto è lasciato al caos del momento e all’assecondare la reazione dell’ospite?
Sì, io sono una “ragazza della Gestalt”. Tengo molto alla forma delle cose. Il format è chirurgico, sì, ma il bello è che sembra tutto spontaneo. I monologhi iniziali sono scritti con precisione, perché devono essere taglienti, ritmati e con il punch giusto. Il montaggio è serrato perché non voglio lasciare spazio alla noia o alla distrazione. Però, una volta che si entra nel talk con l’ospite, lì lascio entrare il caos, perché funziona meglio quando c’è imprevisto, quando la conversazione prende una piega assurda e devi adattarti al volo. Lo sguardo in camera che rompe la quarta parete alla “The Office”, ma anche alla “Fleabag” è la firma: è il mio modo di creare un’alleanza con chi guarda, un patto non detto tra me e la “Daddy Gang”; ma anche un modo per dire che il mio background è d’autrice. È come dire «L’hai visto anche tu, vero? Questo è il momento in cui capiamo che è tutto assurdo». È ironico, è complice, è la miccia che trasforma l’intervista in una performance. E in fondo, non è questo il punto? Come dice Ellis, «L’ironia è l’unica cosa che ci tiene a galla». E lui è il mio dandy preferito; gay, ricco, liberal, californiano, sempre fidanzato con avvocati ebrei. Tutto quello che vorrei essere io insomma (ride).
Hai definito i tuoi ospiti come archetipi viventi di un certo tipo di mascolinità. Se dovessimo categorizzarli, quali sono le etichette che assegneresti a ciascuno di loro?
Andiamo di fantasy-core, mi segui? Se “Daddy Issue” fosse un bestiario mitologico della mascolinità contemporanea, gli ospiti sarebbero le sue creature leggendarie. Ognuno incarna un certo tipo di daddy, un’emanazione specifica di quel patriarcato che analizziamo con amorevole ferocia. Se dovessi catalogarli, direi che abbiamo:
- Il Daddy Redpillato – Quello che arriva convinto di avere la verità in tasca, spesso con un podcast alle spalle e una collezione di Jordan. Parla di “valori tradizionali” ma poi vive in subaffitto con due coinquilini.
- Il Daddy Pentito – Ha detto cose discutibili in passato, ora cerca la redenzione. Vuole disperatamente far sapere che ha letto un libro di femminismo e usa la parola decostruzione con una certa ansia da prestazione.
- Il Daddy Bohémien – Sensibile, intellettuale, con il maglione oversize. Dice di essere oltre la mascolinità tossica, ma poi sparisce nei DM per “bisogno di spazio”.
- Il Daddy Zio – Vive di aneddoti e cultura anni Novanta. Lo guardi e pensi: “Ecco come diventerà il mio amico hipster tra dieci anni.”
- Il Daddy Ignaro – Non sa perché è qui, ma ci prova. Guarda la camera in cerca di aiuto quando capisce che il discorso è più complesso di quanto pensasse.
- Il Daddy Caos – Imprevedibile, borderline, geniale o catastrofico. O esce un episodio iconico o finiamo a riflettere su cosa sia andato storto nell’evoluzione della specie.
Tutti loro sono fondamentali nel gioco di “Daddy Issue”: sono i pezzi del puzzle che ci permettono di smontare, ricostruire e soprattutto ridere di tutto questo teatro della virilità.
Nella prima puntata con Fausto Brizzi, chiedi ripetutamente consigli per piacere all’uomo nazionalpopolare, il cosiddetto “etero basico”. Perché è un tema centrale nella tua satira? È una vendetta, un esperimento sociale o una performance a lungo termine?
L’etero basico è il grande totem della cultura italiana. È ovunque, domina il discorso pubblico, detta le regole del gioco senza nemmeno accorgersene. E proprio per questo è il soggetto perfetto della mia satira: non perché voglia piacergli davvero, ma perché voglio capire come funziona il suo algoritmo mentale. Chiedere consigli su come conquistarne uno non è una vera richiesta, è un esperimento sociale, una performance a lungo termine che smaschera il non detto: cosa deve fare una donna per essere accettata nel mainstream? Quanto deve limare la sua intelligenza, la sua ironia, il suo sarcasmo? E soprattutto: perché chi piace all’etero basico finisce sempre per essere una versione più digeribile e rassicurante della realtà?

Chiambretti è un po’ un idolo per te. La storia del come vi siete conosciuti ha il sapore di un romanzo di formazione tragicomico. Prima ti silura, poi ti invita al suo show e infine diventa tuo ospite, perché si converte in un vero fan. Possiamo dire che è il Daddy per eccellenza?
Chiambretti è il Daddy Caos per eccellenza. Ha sempre giocato d’anticipo, smontando le regole della Tv Italiana con la stessa velocità con cui gli altri cercavano di capirle. È il Daddy che ha capito prima degli altri che il patriarcato nello spettacolo era un gigantesco teatrino da sovvertire, ma senza mai dichiararlo apertamente. Ha costruito il suo impero sul paradosso: geniale e dissacrante, mainstream e outsider, padrone di casa e sabotatore allo stesso tempo. Il Daddy Caos non è un nostalgico, non si aggrappa al passato. È quello che osserva, annusa il cambiamento, e si adatta senza perdere la sua identità. E Chiambretti, che prima mi silura, poi mi invita, poi diventa ospite e fan di “Daddy Issue”, incarna proprio questo spirito: il Daddy che capisce che il futuro arriva comunque e che, se vuoi sopravvivere, devi essere tu a riscrivere le regole prima che lo facciano gli altri. Per me è un grande maestro in un paese di presentatori democristiani ed è il più femminista dei miei ospiti finora. Chiambretti ti voglio bene!
Nel tuo vodcast metti spesso insieme due parole per definirti che, per molti uomini, non possono coesistere nella stessa persona: intelligente e simpatica. L’idea di una donna che riesce a essere entrambe è quasi più disturbante di un horror di Cronenberg. Ti sei mai sentita una Cthulhu del talk show?
Assolutamente sì, e con grande orgoglio. L’idea che una donna possa essere intelligente e simpatica nello stesso momento è ancora una specie di glitch nel sistema patriarcale. Se fai ridere, allora non puoi essere troppo acuta, perché altrimenti diventi “tagliente” e quindi minacciosa. Se sei brillante, allora meglio mantenere un certo aplomb, altrimenti diventi “troppo”: troppo sarcastica, troppo ironica, troppo difficile da gestire. Essere entrambe le cose, senza fare sconti, è quasi un atto di body horror sociale nell’epoca dell’inclusività: una sorta di Cronenberg della comunicazione, un’entità mutante che sfugge alla categorizzazione. E in effetti, a volte mi sento proprio come un Cthulhu del talk show: osservo dal profondo, smonto le certezze, faccio esplodere le sinapsi di chi non è pronto a concepire l’idea che si possa fare satira senza essere il solito maschio con l’aria da compagno di calcetto. Il bello è che più ti vedono come un’aberrazione, più capisci che stai facendo la cosa giusta. Perché nulla è più disturbante per un certo tipo di potere che una donna che non solo pensa, ma ride di ciò che pensa – e fa ridere gli altri con lei.

Ogni episodio si chiude con un commento sui funerali di uomini famosi. Cos’è, un modo per ricordare loro (e a noi) che alla fine tutto questo teatrino del potere maschile finirà comunque sottoterra?
Esattamente. Il patriarcato si sente eterno, ma alla fine finisce sempre allo stesso modo: con un funerale. Questa cosa la trovo così profondamente comica e poetica che mi fa piangere più della morte stessa. Parlare delle esequie di uomini famosi è il mio modo di ricordare che, per quanto siano stati potenti, intoccabili, venerati, alla fine sono tutti lì, sottoterra, mentre il mondo va avanti senza di loro. È una chiusura ironica ma anche un memento mori per il maschio alfa, il Daddy per eccellenza: puoi avere costruito imperi, dominato interi decenni di cultura e potere, ma poi? Poi resta solo il dibattito su come è stato organizzato il tuo funerale. È il punto finale di tutto questo teatrino, l’ultima scena prima che si chiudano le tende. E, in fondo, è anche un atto di liberazione: ricordare che nessuna figura di potere è davvero incrollabile, che tutto si trasforma, che anche il più grande dei daddy finirà prima o poi a essere un argomento di conversazione. Insomma, io mi sento nel Tremila. Spero che qualcuno abbia voglia di venirmi dietro!