
Nel lavoro di Bethan Huws, nata a Bangor (Galles) nel 1961, si fondono sperimentazioni linguistiche e riflessioni poetiche che prendono forma attraverso installazioni, sculture, opere al neon, fotografie, video, disegni e scrittura. Dopo aver studiato al Royal College of Art di Londra dal 1986 al 1988, attualmente vive e lavora tra Berlino e Parigi. Nel 2003 ha rappresentato il Galles alla Cinquantesima Biennale di Venezia e nel 2006 ha ricevuto il prestigioso premio B.A.C.A. Europe Laureate presso il Bonnefantenmuseum di Maastricht. Le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche, tra cui quelle del Tate Britain, del Centre Georges Pompidou e del Museum für Moderne Kunst (MMK) di Francoforte.

Celebre per le sue “word vitrines” – opere in cui le vetrine diventano uno strumento per esporre parole o testi, accentuando così il valore visivo e concettuale del linguaggio – Bethan Huws continua a indagare i confini tra arte e linguaggio. Le sue ricerche storico-artistiche e linguistiche rappresentano il cuore di una pratica artistica complessa e poliedrica, nella quale la scrittura si afferma come punto di partenza essenziale per le sue riflessioni. La sua capacità unica di osservare e analizzare criticamente il mondo circostante si manifesta in indagini metodiche, arricchite da un delicato strato di ironia.
Abbiamo avuto il piacere di incontrarla e intervistarla in occasione della sua ultima mostra alla Galerie Tschudi di Zuoz (Engadina), dove ha presentato anche il suo primo film, “Singing for the Sea”. Nei suoi lavori, Bethan Huws esplora e mette in discussione il ruolo dell’artista, rivisitando momenti fondamentali della storia dell’arte. Gli spazi liminali che costruisce riflettono un approccio intimo e personale alla pratica artistica. Tra i temi ricorrenti delle sue opere, vi è la sovrapposizione di luoghi familiari e linguaggi vernacolari, oltre all’interferenza e fusione tra suono e parola.

La tua lingua madre è il gallese: le tue origini come hanno influenzato la tua arte?
Il Galles nel mio lavoro è centrale. Il gallese è una lingua celtica come il bretone, l’irlandese e il gaelico scozzese, il mannese e il cornico. Il mio interesse per le lingue è nato perché sono cresciuta parlando una lingua di una minoranza. E bisogna ricordare che in Galles, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, abbiamo dovuto lottare per mantenere viva la nostra lingua e la nostra cultura: le lingue celtiche hanno, infatti, anche una ricca tradizione letteraria e in particolare il gallese ha una tradizione letteraria ininterrotta sin dal Sesto secolo d.C. Sono molto felice e orgogliosa che oggi sia in una situazione stabile ed è l’unica lingua celtica che non è classificata come a rischio dall’UNESCO. Nel 2011 ha ottenuto lo status ufficiale in Galles, insieme all’inglese, ed è l’unica lingua de jure nelle Isole Britanniche. L’inglese, invece, è de facto.
Quando hai deciso di diventare un’artista?
Fin da quando ero molto giovane. Mia madre voleva che almeno uno dei suoi tre figli di lingua gallese diventasse un artista quindi ci ha sempre incoraggiati a essere creativi, e io sona stato quella che ha frequentato la scuola d’arte. Mia madre e suo fratello erano entrambi artisti dilettanti molto talentuosi. Poi, quando ho frequentato la scuola secondaria, ho avuto un’insegnante d’arte eccezionale, Moira Muir, anche se in seguito mi ha detto che mia madre aveva già fatto il suo lavoro prima di lei (è stata insolitamente modesta). Ci faceva gustare, toccare, annusare e persino ascoltare gli oggetti – per esempio, un limone – prima di disegnarli. Era molto divertente frequentare le sue lezioni, ma era anche severa! Ci portò a Londra e Parigi con la sua classe d’arte. Fu a Parigi con lei che vidi per la prima volta le vetrine informative (vitrines di parole). Poi, nel corso della Fondazione, abbiamo avuto un altro insegnante eccezionale: Peter Prendergast. Ci insegnò il disegno dal vero ed era un eminente pittore di paesaggi, probabilmente il più importante del Galles.

Hai sperimentato diverse tecniche e materiali: ce n’è una in particolare a cui sei più legato o dalla quale parti?
Ciò che diciamo è la parte più importante di un’opera (il suo contenuto concettuale); in confronto, le tecniche e i materiali che utilizziamo sono secondari. È per questo che gli artisti concettuali spesso, ma non sempre, usano più tecniche o materiali contemporaneamente. Detto questo, poiché ci occupiamo di arti visive o plastiche, a volte ciò che diciamo è strettamente legato ai materiali che usiamo. Quando scrivi, le parole sono materiali, e più impari su come si comportano, migliore diventi nel maneggiarle. Amo l’acquerello perché è liquido e malleabile, proprio come il linguaggio stesso – puoi fare praticamente qualsiasi cosa con esso.
Approfondiamo meglio come tu trasformi la parola in arte.
Spesso uso parole perché sono cose di cui abbiamo bisogno ogni giorno, a differenza delle vernici o dell’argilla. E c’è già una lunga tradizione di artisti che le utilizzano. La prima artista che ho osservato in questo senso è stata Jenny Holzer. Il mio lavoro è sempre stato un mezzo e mezzo: usiamo una combinazione di linguaggio verbale e non verbale per comunicare. Anche con una cosa semplice come una vitrine di parole (opere d’arte che utilizzano delle vetrine come quelle usate per esporre oggetti per presentare delle parole o testi, ndr), dove si colloca il testo, il carattere utilizzato, la dimensione, se è maiuscolo o minuscolo e così via – tutto ciò fa parte della comunicazione non verbale. È sottile, ma comunque presente.

La parola fa si che spesso il tuo lavora sia profondamente ironico, quasi caustico, sbaglio?
Pensiamo al lavoro “The Celtic Fringe”. Si tratta di una locuzione spesso dispregiativa in inglese, impiegata per indicare la “provincia”, le regioni periferiche delle Isole Britanniche. Invece di arrabbiarmi uso l’umorismo. È una strategia. È più probabile che qualcuno ti ascolti se usi l’umorismo. Ridere fa bene; produce endorfine che ci fanno stare meglio. L’ironia è perciò del tutto intenzionale e nasce dal vedere due lati di una storia invece di uno solo, trasformando spesso qualcosa di negativo in positivo. L’umorismo non è stato sempre presente nel mio lavoro; è qualcosa che si è sviluppato gradualmente nel tempo. Ludwig Wittgenstein, un filosofo su cui ho basato diversi lavori, ha detto che sarebbe possibile creare un’intera opera filosofica composta esclusivamente da battute, e sono d’accordo: essere seri non significa dover essere seriosi.
C’è sempre però un intento “educativo” nel tuo lavoro: è un’ironia che vuole smuovere e trasmettere qualcosa.
Cosa cerco di trasmettere è una domanda che spesso mi faccio. Con ogni opera cerco di trasmettere qualcosa di diverso, anche se in fondo solo leggermente diverso in ogni opera: il mio lavoro parla sempre della mia Terra che è una minoranza che non si sente tale. Poi ovvio dietro a questo macrotema le costanti nel mio lavoro sono state l’interesse per l’arte e la sua definizione, per la storia dell’arte e per il linguaggio non solo gallese, ma anche francese, tedesco, inglese. Prendi, ad esempio, la vitrine di parole “Iaith Kate Roberts yw’r iaith Gymraeg” (“La lingua gallese è la lingua di Kate Roberts”). Questa frase è espressa allo stesso modo in cui si dice che l’inglese è la lingua di Shakespeare, e che l’italiano è la lingua di Dante, semplicemente perché questi autori sono così famosi nei loro rispettivi paesi da diventare sinonimi della lingua stessa. Al contrario, al di fuori della comunità di lingua gallese, nessuno conosce Kate Roberts, e sono solo io a proclamare che il suo nome è sinonimo della lingua gallese. Quindi questo è una novità anche per molti gallesi stessi. Dicendo questo, introduco Kate Roberts a chi non la conosce, e potresti essere curioso al punto da leggere una traduzione delle sue opere.

L’interpretazione nell’arte è sempre una questione aperta, quando poi si introduce la materia della parola come oggetto d’arte è inevitabile.
Imparo qualcosa da ogni interpretazione. Imparo qualcosa sulla mente di un’altra persona, sulla sua psicologia. È come un test di Rorschach. Si possono osservare molte cose a questo riguardo. Quello che ho imparato di più nel corso degli anni è che le persone sono attratte da opere specifiche per motivi molto personali – che la loro zia li portava ogni primavera sulle Alpi a vedere sbocciare le genziane, o che il loro padre era un pastore, o che ogni estate andavano con la famiglia sull’isola di Anglesey. Una persona apprezza un’opera perché per lei ha un significato personale. Ciò che collettivamente apprezziamo di un’opera d’arte è che è aperta all’interpretazione.
Ci racconti un’opera per te importante e che ti rappresenta?
Nel contesto dell’ultima mostra alla Galerie svizzera Schudii ho voluto esporre due lavori per me molto “intimi”: la barca di giunchi e il mio primo film, “Singing for the Sea”, che si basa sulla performance “Singing to the Sea”. “La barca” in particolare è un mio vecchio lavoro, nato dopo che mi era stata posta la grande domanda – “Cos’è l’arte?” – durante la lezione di teoria dell’arte. Ci venne chiesto di pensarci durante il weekend e tornare la settimana seguente con la risposta. Quel fine settimana tornai in Galles a trovare la mia famiglia e, a un certo punto, andai alla palude dove giocavamo da bambini. E per la prima volta da adulta (e non prima di una buona dose di meditazione filosofica), feci una barca di giunchi. Ma questa volta, invece di metterla nel ruscello come facevamo da bambini, continuai a farne una dopo l’altra, finché non ne ebbi una buona quantità, e infine giunsi alla conclusione: se qualcosa deve essere arte, allora questa piccola barca lo è. Armata della mia risposta, le imballai e le portai a Londra. Nel frattempo, il nostro insegnante si era totalmente dimenticato della sua domanda! Era il 1983 e ancora oggi continuo a fare barche di giunchi.