Scemi ambosessiNon sappiamo più ridere dei fessi, e quelli si riproducono pure

Trump da Joe Rogan, le proteste dei tifosi per il rinvio di Bologna-Milan e quelli che dicono seriamente che ci sono stati «quarant’anni di governo Mediaset» fanno pensare che padre Pizzarro, cioè Corrado Guzzanti, avesse ragione

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Certo, bisognerebbe parlare di Donald Trump da Joe Rogan. Certo, bisognerebbe parlare dei tifosi di calcio e d’un welfare che non prevede siano considerati invalidi e adeguatamente aiutati. Certo, bisognerebbe parlare di padre Pizzarro.

Però mi chiedo se tutti questi temi, se tutti i fattarelli degli ultimi giorni, se tutto uno specifico tipo di scemenza che vediamo ingegnarsi nelle polemiche, se tutto ciò non sia riducibile a un problema di lessico.

Lo so che con certe parole chiave si fattura e non vorrei mai privare del sostentamento coloro che una volta avrebbero lavato i bicchieri al bar all’angolo e grazie ai social e al declino delle élite hanno rispettabili mansioni intellettuali. Lo so che «mascolinità tossica» funziona. Lo so che «patriarcato» funziona. Ma in verità, in verità vi dico: l’insofferenza per gli stronzi è predatata, rispetto all’ultima scemenza lessicale con cui ci sentiamo moderni.

«Trump ha rovinato l’ironia». L’ha detto sette anni fa Marc Maron, e io ho pensato che fosse come gli intellettuali di qui che dicono «quarant’anni di governo Mediaset», come se l’occidente fosse andato a puttane perché in tutto il mondo guardavano Rete4, come se intercettare gli smottamenti e accendergli un riflettore addosso significasse crearli, come se – ma davvero devo spiegare questa roba in questo secolo? Dai, su.

Poi però venerdì Trump è andato da Rogan, che appartiene alla temibile corrente politica di quelli che si annoiano. Si annoiano e quindi sono grati a chi le spara grossissime perché almeno gli fa passare per un attimo la noia, si annoiano e la loro noia conta più dell’urgenza di posizionarsi dalla parte dei buoni, si annoiano e sono disposti a tutto, pure a Trump, per una pausa nella noia. È una tipologia di essere umano che conosco: lavoravo per Giuliano Ferrara quando Joe Rogan ancora faceva il commentatore della lotta libera (o come si chiama, ora non pretenderete io impari i nomi degli sport) venendo pagato in biglietti omaggio per i suoi amici.

Trump è andato da Rogan e la cosa più sorprendente in quell’intervista è che Trump dice frasi di senso compiuto, a furia di vederlo solo in pezzettini di comizi mi ero convinta non ne fosse capace. Però i concetti sono esattamente gli stessi che vedi nei pezzettini sui social, nessuno è mai stato bravo come me, nessuno è mai stato in buoni rapporti con la Cina come me, di nessuno l’Iran ha mai avuto paura come di me.

A un certo punto spiega che non si dice abbastanza quanto siano belle le stanze della Casa Bianca, che lui era stravolto a vederle nonostante non fosse certo il primo bel posto che vedeva, «ho fatto la maggior parte dei miei soldi col lusso» (ah vedi, pensavo ereditandoli), e subito dopo dice qualcosa sui soffitti, e non credo ci sia nessuno al mondo che a quel punto non pensi a quelle tragiche foto di Trump nel suo appartamento d’oro, quello nella Trump Tower, che va bene l’oro pacchiano ma quel soffitto a quaranta centimetri dalla testa, ma come si fa, ma cosa sei ricco a fare se devi avere i soffitti bassi.

Lo pensiamo tutti, ma Rogan non lo dice. Rogan non gli ride in faccia mai. Rogan fa il comico, è uno dei suoi mestieri, non ha mai avuto come monologhista il successo che ha come intervistatore da podcast, ma insomma la sua formazione è quella, come può uno che di mestiere capisce il materiale comico non ridere pensando ai soffitti bassi del miliardario incapace di farsi l’attico su misura?

Certo, lo so che la sua identità di intervistatore è una versione di successo di quelli che fanno i podcast in Italia e danno sempre e comunque ragione a chi hanno di fronte, non hanno mai un’obiezione o una domanda ma solo una sequela di «stavo proprio per dirlo io», ma non sarà che non è il fascismo non è il patriarcato non è la svolta autoritaria ma è che a destra non sapete ridere di Trump, a sinistra non sapete ridere degli uomini che partoriscono, e insomma è tutt’un prendere sul serio gli scemi e poi per forza si muore di noia? È Trump, che ha rovinato l’ironia sparandola sempre così grossa che ormai non sappiamo più quando bisogna ridere, o abbiamo fatto tutto da soli?

In un fondamentale articolo sul Guardian su cui ho l’impressione che torneremo moltissime volte nei prossimi mesi, sabato Alan Moore ha spiegato che molti anni fa «fan» significava «entusiasta», prima di tornare alle sue origini semantiche e indicare dei fanatici che non sanno godersi le cose senza bisogno del megafono o del machete. E anche che essere ultraquarantenni fan dei fumetti e dei supereroi indica nel migliore dei casi un buco nella crescita emotiva; un volersi, a mezzo entusiasmo infantile, «ancorare a tempi più felici e meno complessi». 

Votano, diceva, per le elezioni come televotano per i reality, e Trump lo votano perché gli piaceva come conduttore di “The Apprentice” (appunti per future riflessioni: Ronald Reagan lo votavano perché al cinema amavano i film western? Sarà forse il caso di rileggere Neil Postman, che l’abbrivio verso una politica che aveva il dovere d’intrattenerci ce lo spiegò invano quarant’anni fa?). E, se sono così i fanatici della politica e dei fumetti, immaginarsi quelli del calcio. 

A Bologna non si è giocata la partita di calcio tra il Bologna e il Milan, e io vorrei chiedere scusa a L., un conoscente al quale un anno e mezzo fa ho riso in faccia perché la sua identità in quel momento era quella di fan di Springsteen. Era andato al concerto di Ferrara, concerto che io e altre persone sane di mente eravamo strabiliate non fosse stato annullato, e il cui svolgimento L. e tutti quelli che ci erano andati difendevano in modo identitario: se io lì mi sono divertito, vuol dire che non era una cosa immorale divertirsi lì, altrimenti dovrei riconsiderare la stima che ho dei miei parametri morali.

«Ma tu pensi veramente che ’a morale nostra pò èsse la questione centrale dell’universo?», diceva tempo fa Corrado Guzzanti nel ruolo di padre Pizzarro, che dell’universo è senza dubbio il più gran teologo nonché filosofo morale nonché aforista al quale tornare ogni volta che si ha la tentazione di indignarsi per L., o per i tifosi, o per Trump, o per Provita, o per il cacao sul cappuccino.

«Sono stato a concerti di Renato Zero e c’era più fango», mi disse L., e io l’ho sbeffeggiato in privato e in pubblico per un anno e mezzo, ho ritenuto che fosse la risposta più stupida della storia della civiltà della conversazione, ho pensato che dove mai volevamo andare con una classe dirigente che se le dici che forse non è il caso di dirottare le ambulanze dai disastri ai concerti pensa innanzitutto al suo biglietto e al suo desiderio di fare il coro su “Bobby Jean”. Poi sono arrivati i tifosi di calcio.

Che, ho scoperto studiando la pratica dell’ira funesta per l’annullamento, hanno deciso che non perché a Bologna in questo momento hanno altri cazzi, era rimandata la partita, ma per far perdere il Milan contro il Napoli. Spero di dimenticare presto questa informazione (ogni informazione riguardante il calcio mi abbassa i punti di quoziente intellettivo, mi sclerotizza le sinapsi, mi rende scema come un abitante medio di questo secolo), ma pare il Milan abbia due giocatori squalificati. Avrebbero scontato la squalifica contro il Bologna, e ora invece non potranno giocare contro il Napoli. Complotto: Bologna è allagata per far perdere il Milan.

Chiedo scusa a me stessa, moralista ben più piccina di padre Pizzarro, per aver innanzitutto pensato «ma magari non farsi squalificare, no?»; e poi chiedo scusa a L., perché i tifosi che sostengono senza mettersi a ridere queste puttanate, e senza mettersi a ridere girano video per dimostrare che a Bologna va tutto benissimo, e senza mettersi a ridere postano il meteo privo di diluvi, quei tifosi lì lo fanno sembrare tutto sommato normodotato: almeno lui del mancato fango da paragonare al concerto di Renato Zero non aveva fatto il filmino. Non è che sia meno maschio tossico di quelli che pensano ai gol: è che è una ’nticchia meno scemo.

«I maschi che si incrociano, invece, giovani e vecchi, poracci e in giacca e cravatta, se non discutono di pallone sono fregati: si sfidano in cagnesco», ha scritto sabato su Repubblica, parlando dell’assassinio di Giulia Cecchettin, Aurelio Picca. Dice che le donne invece hanno ben altro argomento, cioè il corpo, ma io temo non sia la salvezza che crede: gli uomini parlano di calcio, le donne di dieta o di gravidanze. Non è il patriarcato: è che la civiltà della conversazione è morta perché siamo scemi ambosessi. Non è che Turetta ha ammazzato la sua ex perché il patriarcato gli ha lasciato come unico tema il calcio: è che è uno stronzo (e pure uno scemo: la più gran balla che il cinema ci abbia raccontato è che gli psicopatici sono perlopiù geni).

Noialtri, che sia colpa di Trump o dei quarant’anni di malgoverno di Gerry Scotti, non sappiamo più ridere della scemenza, e quindi ho visto i migliori intellettuali del mio codice postale mettersi lì a spiegare puntuti e dolenti – in quanto bolognesi, epperciò facendosi forti dell’autorevolezza del fango, mica di quella della logica – la gravità della situazione a tifosi che in confronto Abatantuono in “Eccezzziunale… veramente” era Moravia, e ho pensato a Toby Ziegler.

Per decenni ho citato quella scena di “The West Wing” in cui il presidente è a letto con l’influenza e guarda Jerry Springer (che nel mondo prima dei social era il punto più basso dell’intrattenimento per imbecilli, e ora sembra “Apostrophe”). «Dimmi, Toby: questa gente non vota, vero?», chiedeva il presidente, e io non so mettere a fuoco il momento in cui ho smesso di citarlo perché ho iniziato a pensare: ma chi se ne frega se votano.

Ma chi se ne frega se scelgono tra uno schieramento di scemi e uno di psicopatici, ma chi se ne frega se pensano che ad assecondare i loro capricci sarà più un partito o l’altro, il dramma è che questa gente si riproduce, fa figli imbecilli come lei che alleva con tutta l’imbecillità che le è propria, figli che avranno opinioni imbecilli e saranno troppo impegnati a notificarle al mondo per cambiarci il pannolone, il problema non è il suffragio universale, il problema è che bisogna universalmente imporre la vasectomia.

Il primo che nel programma elettorale inserisce la riproduzione come reato universale, io lo voto.

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