In his jacket Perché le donne cucinano per amore e gli uomini per lavoro?

Perché le cucine non sono luoghi accoglienti. E perché mancano esempi di leadership femminile. E no, non parliamo di uomini in tailleur

iStock, credits: Alexandr Bognat

«Siamo brave, siamo caparbie, siamo studiose, ma non basta ancora, sembra non bastare mai. E allora, forse, a parte il fatto di partire da condizioni di minor favore, non è che siamo le prime a non riuscire a concretizzare davvero quello che pensiamo di volere? Non è forse che la nostra attitudine, seppur imposta da un’educazione decisamente slivellata, ci impedisce di andarci a prendere quello che dovrebbe essere anche nostro?». In questa giornata, spesso poco sentita dalle donne stesse – forse perché percepita come il simbolo di una società patriarcale che, più o meno consapevolmente, continua a considerarci una minoranza da tutelare – abbiamo voluto affiancare alla riflessione, lucida e razionale, contenuta nelle parole di Anna Prandoni un’analisi delle dinamiche latenti, profondamente radicate nella cultura e nell’inconscio collettivo. Nella speranza di offrire una chiave di lettura diversa, ma altrettanto concreta, della realtà che viviamo ogni giorno. Fuori e dentro le cucine.

La presenza femminile nella ristorazione è fortemente condizionata da due fattori complementari: il mancato interesse a intraprendere una carriera nel settore e la difficoltà nel proseguirla. Se il secondo – come vedremo – è spesso il risultato di un ambiente poco accogliente, il primo affonda le radici in abitudini, schemi mentali e preconcetti ereditati, interiorizzati e perpetuati, spesso inconsapevolmente. E proprio come per una donna è ancora raro sentirsi attratta da un corso di laurea nelle discipline STEM (science, technology, engineering and mathematics), è altrettanto difficile immaginarsi in una cucina professionale. Perché cucinare a casa è un gesto di cura, l’atto d’amore di una mamma, una figlia, una sorella, una moglie. Ma cucinare per lavoro significa guadagnarsi da vivere, conquistare uno spazio, affermare il proprio ruolo sociale. In una società in cui la cucina professionale è fatica, è mestiere, è artigianato. E l’artigianato è un’attività da uomini.

È vero, nessuno ci impedisce di entrare in cucina. Ma avere il diritto di entrare non significa credere di potercela fare. Perché il talento non basta: servono gli esempi. Noi riusciamo a realizzare ciò che sappiamo essere possibile. La nostra percezione di autoefficacia – ovvero la fiducia nella nostra capacità di raggiungere un obiettivo – è profondamente influenzata dai modelli di riferimento che abbiamo intorno. E l’assenza di modelli crea un vuoto che riduce le aspirazioni attraverso un condizionamento profondo e inconsapevole.

Una visione puramente razionale del concetto di “pari opportunità” rischia di alimentare un’idea del libero arbitrio fin troppo possibilista. Valida forse in teoria, ma poco aderente alla realtà: le chef donne sono poche e spesso lavorano in brigate quasi esclusivamente maschili. Anche la sola esistenza di premi dedicati alle “chef donna” ci ricorda che siamo una minoranza che ha bisogno delle quote rosa.

E chi riesce a superare le prime barriere culturali, sociali e psicologiche, spesso sceglie di non proseguire nella carriera che aveva sognato. Il tasso di abbandono nel settore della ristorazione è altissimo: se in una scuola di cucina ci sono due donne su dodici corsisti, dopo tre o quattro anni i cuochi ancora in attività saranno probabilmente due o tre, e quasi sicuramente saranno uomini. Questo perché le cucine non sono luoghi accoglienti per una donna: restano ambienti prettamente maschili, dominati da discorsi e dinamiche ad alto tasso di testosterone.

E anche quando si ha la fortuna di non subire molestie fisiche o verbali – no, i commenti e le battute a sfondo sessuale non sono un’espressione del folklore popolare – è difficile vedersi riconosciuto quel ruolo da chef. Accanto a un uomo, una donna sarà più probabilmente additata come la cameriera, la lavapiatti, l’assistente, o la moglie che dà una mano. Lo chef sarà sempre lui.

Come se non bastasse, questo lavoro spoglia della femminilità: niente trucco, niente unghie lunghe, capelli sempre nascosti e divise concepite per il corpo maschile. Sei messa davanti a un’immagine di te stessa che magari non ti appartiene. Quando devi sollevare un peso, se chiedi aiuto sei considerata inadeguata e se ti arrangi è perché vuoi fare l’orgogliosa. Impari a tollerare, e magari prendere in simpatia, il linguaggio volgare (non quello sessista), perché facilita l’integrazione. Quando hai le mestruazioni non devi nasconderlo, ma devi accettare i commenti del caso. Raramente gli spogliatoi sono separati, e se scegli di cambiarti in bagno è perché vuoi fare la preziosa. Se ti comporti come un maschio – nel senso stereotipato del termine – è anche meglio. Ma fuori, dalla cucina come dall’ufficio, se sei donna devi dimostrare di saper essere donna. Seduttiva. Solo così potrai essere apprezzata, scelta, amata e protetta. Da un uomo.

E tutto ciò non ha nulla a che vedere con la nostra volontà di “andarci a prendere il posto che ci spetta”. Un motto a tutti gli effetti, che riflette perfettamente la nostra visione testosteronica del mondo: la stessa che ci spinge a sgomitare, a schiacciare tutti e tutte coloro che minacciano di sottrarci quello che sembra essere l’unico posto riservato a noi. Perché una su mille ce la fa.

Il nostro essere Eva contro Eva nasce dall’inconsapevole convinzione che non possa esserci un posto di rilievo per tutte. Solo perché siamo sempre stati circondati da modelli di potere maschili, e non ne conosciamo altri. E così, quando finalmente otteniamo il potere – meritato, sudato e conquistato con fatica – lo esercitiamo nell’unico modo che riteniamo possibile. Trasformandoci, inesorabilmente, in uomini in tailleur.

Riconoscere l’origine dei nostri comportamenti è fondamentale nel percorso di consapevolezza che ci guiderà, sicuramente, verso un futuro migliore. Un futuro in cui si possa portare avanti un modello di disciplina che non lascia spazio a errori o morbidezze, ma senza mai sconfinare nell’umiliazione o nella violenza. Un modello capace di coniugare il rigore alla gentilezza, nei gesti e nelle parole. Un modello che tuteli le donne riconoscendone le differenze biologiche, affinché non siano motivo di esclusione, ma un’opportunità per affrontare le sfide come una vera squadra.

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