C’è un giudice a BucarestIl candidato filorusso Călin Georgescu è stato escluso dalle prossime elezioni in Romania

La Commissione elettorale ha respinto la candidatura del politico populista di estrema destra accusato di legami con il regime di Mosca

AP/Lapresse

La Commissione elettorale della Romania ha respinto la candidatura del filorusso di estrema destra Călin Georgescu, che quindi non potrà presentarsi alle elezioni presidenziali del prossimo 8 maggio. L’annuncio è arrivato domenica sera e le motivazioni non sono state ancora comunicate. C’è stata una reazione fortissima e immediata dei leader dell’estrema destra rumena. L’accusa è che si tratti di una decisione antidemocratica che potrà essere ribaltata dalla Corte Costituzionale del Paese. Ieri sera poi decine di sostenitori di Georgescu si sono radunati all’esterno della Commissione elettorale di Bucarest e hanno tentato brevemente di forzare il cordone di sicurezza delle forze dell’ordine. Ci sono stati anche violenti scontri tra i manifestanti e la polizia, che ha disperso ila folla con gas lacrimogeni.

Georgescu aveva presentato la sua candidatura alle elezioni di maggio venerdì scorso, nonostante la sua possibilità di correre per la presidenza fosse ancora in discussione: il candidato filorusso era stato il più votato al primo turno delle elezioni di novembre, che poi erano state annullate dalla Corte Costituzionale due prima del secondo turno (a dicembre), citando nelle motivazioni accuse di ingerenza russa a favore di Georgescu.

Prima dell’’annullamento della sua candidatura, Georgescu era in testa nei sondaggi con circa il quaranta per cento dei voti.

Ancora lo scorso febbraio, Georgescu era stato interrogato a lungo dalla polizia sulla questione: le indagini sul suo conto riguardano in particolare l’incitamento al rovesciamento dell’ordine costituzionale, la diffusione di false informazioni e l’apologia di figure accusate di genocidio. È anche sotto inchiesta penale per sei capi d’imputazione, tra cui appartenenza a un’organizzazione fascista e comunicazione di false informazioni sul finanziamento della campagna elettorale.

Călin Georgescu era spuntato quasi dal nulla, lo scorso autunno. Un candidato con una carriera politica relativamente breve ma una lunghissima trafila nei gangli del potere rumeno. A febbraio lo descrivevamo come «un prodotto completo del sistema politico e istituzionale del Paese». Ex membro della Securitate, la polizia segreta della Romania comunista, negli anni Ottanta fu inviato in missione nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Anche dopo la Rivoluzione, Georgescu è rimasto nel sistema, ricoprendo incarichi in due governi tra il 1991 e il 1998. Eppure, quasi magicamente, il Consiglio Nazionale per lo Studio degli Archivi della Securitate (Cnsas), l’istituzione responsabile di indagare sui dossier della Securitate dei candidati presidenziali e di rivelare al pubblico i legami delle figure pubbliche con il vecchio regime, sostiene di non avere il dossier di Georgescu quando viene interrogato dai dissidenti anticomunisti. È stato proposto per il ruolo di primo ministro due volte, nel 2012 e nel 2020.

Proprio per questo anche la sua narrazione di candidato anti-establishment è discutibile. Infatti, sebbene Georgescu abbia ripetutamente espresso la sua ammirazione per Vladimir Putin, promesso rapporti più stretti con la Russia e dichiarato apertamente il suo scetticismo nei confronti della Nato (sono i pilastri della sua visione politica), la maggior parte del suo elettorato sembra non condividere nessuna di queste opinioni. Secondo un sondaggio di gennaio 2025 pubblicato da Inscop, l’88,1 per cento dei rumeni rifiuta l’idea di lasciare la Nato, l’87,5 per cento ritiene che la Romania debba mantenere i suoi legami con l’Occidente e meno del sei per cento ripone fiducia nella Russia o in Putin. Ciò dimostra che i voti per Georgescu sono in realtà voti contro la coalizione di governo. E nonostante tutto, anche dopo l’annullamento delle elezioni di novembre, gli elettori di Georgescu sembrano essergli rimasti fedeli come alternativa anti-establishment, ignorando tutte le prove che lo collegano al sistema stesso che vogliono cambiare.

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