Sono passati più di due mesi dall’annullamento delle elezioni rumene da parte della Corte Costituzionale, a seguito di sospetti di interferenza russa a favore del candidato anti-establishment e filorusso Călin Georgescu. Non sappiamo ancora nulla su come la Russia sia riuscita a compromettere il processo elettorale. Non sappiamo nemmeno se Georgescu sarà autorizzato a candidarsi nella prossima tornata elettorale di maggio: la decisione verrà presa dalla Corte Costituzionale, probabilmente ad aprile, dopo che tutti i candidati avranno raccolto le firme necessarie per partecipare alle elezioni.
Quello che sappiamo, però, è che Călin Georgescu, il presunto spauracchio dell’establishment rumeno, è in realtà un prodotto completo del sistema politico e istituzionale del Paese. Ex membro della Securitate, la polizia segreta della Romania comunista, negli anni Ottanta fu inviato in missione nel Regno Unito e negli Stati Uniti. La sua storia è così ben documentata che è materiale di lavoro per gli storici. Eppure, quasi magicamente, il Consiglio Nazionale per lo Studio degli Archivi della Securitate (Cnsas), l’istituzione responsabile di indagare sui dossier della Securitate dei candidati presidenziali e di rivelare al pubblico i legami delle figure pubbliche con il vecchio regime, sostiene di non avere il dossier di Georgescu quando viene interrogato dai dissidenti anticomunisti.
Dopo la Rivoluzione, Georgescu è rimasto nel sistema, ricoprendo incarichi in due governi tra il 1991 e il 1998. È stato proposto per il ruolo di primo ministro due volte, nel 2012 e nel 2020. Dopo una lunga carriera nell’establishment, ha lanciato la sua candidatura apparentemente “anti-establishment” – con fondi provenienti dallo stesso establishment. Un’indagine dell’Agenzia Nazionale Rumena per l’Amministrazione Fiscale (Anaf) ha rivelato a dicembre che la sua campagna su TikTok è stata finanziata, almeno in parte, dal Partito Nazionale Liberale, il secondo partito più grande della Romania e membro della coalizione di governo.
Considerando il suo passato e i suoi sostenitori finanziari, Georgescu appare quindi meno come un candidato anti-establishment e più come il risultato di una battaglia tra diverse fazioni all’interno della coalizione di governo.
Tuttavia, nonostante tutte queste rivelazioni, Georgescu è riuscito a mantenere la sua posizione di favorito nella futura corsa presidenziale. E questo nonostante il fatto che il suo elettorato sia più anti-establishment, per davvero però, che in linea con le sue posizioni politiche.
Infatti, sebbene Georgescu abbia ripetutamente espresso la sua ammirazione per Vladimir Putin, promesso rapporti più stretti con la Russia e dichiarato apertamente il suo scetticismo nei confronti della Nato (sono i pilastri della sua visione politica), la maggior parte del suo elettorato sembra non condividere nessuna di queste opinioni. Secondo un sondaggio di gennaio 2025 pubblicato da Inscop, l’88,1 per cento dei rumeni rifiuta l’idea di lasciare la Nato, l’87,5 per cento ritiene che la Romania debba mantenere i suoi legami con l’Occidente e meno del sei per cento ripone fiducia nella Russia o in Putin. Ciò dimostra che i voti per Georgescu sono in realtà voti contro la coalizione di governo.
Nonostante ciò, dopo l’annullamento delle elezioni di novembre, gli elettori di Georgescu sembrano essergli rimasti fedeli come alternativa anti-establishment, ignorando completamente tutte le prove che lo collegano al sistema stesso che vogliono cambiare.
La soluzione al problema rappresentato da Georgescu è il lustrismo, l’ostracismo contro coloro che avevano collaborato con le precedenti amministrazioni nell’epoca comunista. Georgescu è a tutti gli effetti un erede del regime comunista. E il lustrismo è un processo necessario e atteso da tempo che non solo impedirebbe a Georgescu di candidarsi alle elezioni presidenziali, ma eliminerebbe anche l’intera rete clientelare che detiene il potere sin dalla Rivoluzione. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nelle due Germanie ci fu un processo paragonabile al lustrismo: la denazificazione. I funzionari nazisti di alto rango e i membri delle SS furono rimossi e interdetti dai pubblici uffici. Questo, sommato ai processi di Norimberga e ai processi di Auschwitz a Francoforte, permise una rottura con il regime precedente e, soprattutto, garantì un certo grado di responsabilità. A differenza del nazismo, il comunismo non ha mai affrontato una condanna internazionale dello stesso livello e, di conseguenza, molti Paesi dell’ex blocco orientale non hanno mai introdotto leggi di questo tipo.
Gli Stati baltici rappresentano un’eccezione e possono servire come esempio virtuoso. La Lituania è stata la prima a introdurre leggi lustriste nel 1991, imponendo ai collaboratori del Kgb di registrarsi presso le autorità. I collaboratori non sono stati automaticamente banditi dai pubblici uffici, ma dal 2000 il processo si è inasprito.
Allo stesso modo, la Lettonia ha approvato la sua legge nel 1994, vietando agli ex informatori del Kgb di ricoprire incarichi pubblici, comprese posizioni nel governo, nel mondo accademico e nella magistratura. Questa misura, unita alla pubblicazione degli archivi del Kgb, ha aumentato la trasparenza nel rapporto tra cittadini e governo, rafforzato la legittimità democratica e ridotto il rischio di influenza e infiltrazione russa: tutti cambiamenti positivi di cui la Romania ha disperatamente bisogno. A causa della mancanza di un percorso simile, infatti, i vecchi attori e le strutture del regime comunista sono riusciti a sopravvivere, e la società rumena nel suo complesso non ha cambiato la sua mentalità, ancora radicata nella sfiducia nelle autorità e nel nepotismo.
Il lustrismo potrebbe finalmente spezzare questo circolo vizioso e semplificare la decisione della Corte Costituzionale sulla possibilità che Georgescu partecipi alle prossime elezioni. È tempo che la Romania si liberi dall’ombra del comunismo, e questo significa anche sbarazzarsi di Călin Georgescu.