L’era della magrezzaPerché la battaglia per la rappresentazione di tutti i corpi è anche una questione culturale

Un video di Vogue US che fa il verso a “Hairspray” – dove tutti sono magri, magrissimi, a differenza dell’originale – ha scatenato molte polemiche. Il problema però va molto oltre la moda, ed è la sua nota grassofobia: che cosa sta succedendo?

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Molti anni fa, quando ero all’inizio della mia carriera giornalistica, mi ritrovai a chiacchierare per i corridoi di una grande casa editrice con una collega più grande che scriveva di beauty. L’argomento all’ordine del giorno erano le svendite stampa, quegli ambiti ritrovi di insider nei quali i grandi brand mettono a disposizione di affamate fashioniste – affamate in più di un senso – il campionario della scorsa collezione, quello che era stato usato per i servizi fotografici e quindi non poteva essere rivenduto come nuovo, o anche pezzi con minime imperfezioni che non potevano arrivare in negozio, a una porzione consistente del prezzo iniziale, con saldi che andavano dal cinquanta al settantacinque per cento. 

Le taglie di solito contemplate in questi eventi non superano quasi mai la quarantadue, a volte la escludono (d’altronde, se è un campionario pensato per essere indossato da modelle negli show-room e negli editoriali di moda, è inutile svilupparlo in taglie diverse). «Vi avrei voluto vedere quando c’erano le quaranta di Alessandro Dell’Acqua» ricordava con una certa malinconia la giornalista «mica come quelle finte di oggi, che entrano proprio a tutte». Considerata la gentilezza che quella collega mi aveva sempre mostrato (ero all’epoca stagista, cosa che rendeva la gentilezza dei miei colleghi o superiori non certo garantita) scelsi di soprassedere su un’affermazione che rivelava una perniciosa mescolanza di grassofobia, elitismo, e sindrome di Stoccolma, quella per la quale si nutre un’affettuosa condiscendenza verso un sistema o un essere umano che è poi responsabile di vessazioni nei nostri confronti. 

Collage LinkiestaEtc. A sinistra A/I 2025 N°21; a destra A/I 2025 Stella McCartney

Certo, che il mondo della moda e dei giornali che la raccontano fossero non esattamente inclusivi – tanto più nel 2010 quando il modello di riferimento erano l’imperitura Kate Moss ma anche la più giovane Alexa Chung fidanzata di Alex Turner degli Arctic Monkeys – lo si sarebbe potuto desumere anche senza lavorarci all’interno. Quello che era venuto dopo – i movimenti della body positivity prima e la body neutrality poi, Anna Wintour che si batteva il petto giurando che si sarebbe impegnata a garantire una maggiore e più diversificata rappresentazione culturale (dei corpi grassi, così come di quelli non bianchi), le modelle con corpi non conformi agli standard classici di bellezza, che, effettivamente, sfilavano in passerella – mi avevano illuso che quella conversazione da me sostenuta quindici anni prima fosse uno scarto residuale di un’era al tramonto. Certo, si trattava di piccoli passi verso una prospettiva più equa della bellezza, che quando si esprime in natura, non prende le misure con il centimetro, ma erano comunque passi nella giusta direzione.

Quando però proprio Vogue US, per presentare il suo numero di aprile, ha pubblicato un video tributo al musical “Hairspray” nel quale la modella Gigi Hadid e un variegato cast, che includeva l’attrice transgender Laverne Cox, Cole Escola (persona non binary nota per il suo lavoro nel mondo del cabaret ) ma anche il modello Alton Mason, americano ma di origini haitiane e giamaicane la mancanza di corpi grassi è saltata all’occhio dei commentatori. Una mancanza tanto più grave se si considera che “Hairspray”, film di John Waters nel 1988, divenuto poi musical di Broadway, con un remake del 2008 che aveva come titolo italiano “Grasso è bello”, mette al centro della scena Tracy Turnblad, adolescente che si rifiuta di vergognarsi di un corpo non conforme, che lo celebra e lo vive come merita (e ha niente meno che Divine come madre, nel film originale). Se è possibile per il giornale considerato Bibbia della moda includere e celebrare un’umanità variegata in termini di età, colore della pelle, o di identità di genere, come è successo di essersi dimenticati di rappresentare i corpi grassi, che erano tra l’altro protagonisti del film originale?

La realtà è che, sebbene il mondo dell’editoria di moda sia sempre stato (neanche troppo segretamente) grassofobico, quell’immagine assai criticata (e criticabile) è specchio di una sensibilità che sta cambiando, e non in meglio. I motivi del ritorno a un modello estetico unico, e ovviamente magro, sono molteplici. Dopo anni nei quali le percentuali di modelle mid-size presenti sulle passerelle delle maison sono state accettabili, quei numeri sono drasticamente calati durante le ultime stagioni. 

Secondo il report sull’inclusività delle taglie presentato da Vogue Business la stagione dell’autunno 2025 ha messo in scena 8703 look su centonovantotto show e presentazioni: solo il due per cento di questi erano indossati da modelle mid-size (che in America comprende chi va dalla nostra quarantadue alla quarantotto) e solo lo 0,3 per cento indossati da modelle plus-size. Un risultato peggiore rispetto alla stagione precedente, che aveva visto il quattro per cento di modelle midsize e lo 0,8 per cento di plus-size. Se si va a interrogare il motore di ricerca della moda di Tagwalk si scopre che rispetto alla scorsa stagione il sedici per cento in meno di collezioni includono almeno una modella plus-size o midsize: dati messi insieme da Vanessa Friedman nel pezzo del New York Times Why ultrathin is in

Il problema non è tanto, di per sé, che ci siano meno modelle con corpi diversi in passerella, quanto che stia aumentando a dismisura la percentuale di quelle sempre più magre. Le gabbie toraciche visibili così come le ossa dei fianchi bene in rilievo sono tornate a fare la loro comparsa: un assunto che vale anche per gli uomini, che, se vogliono candidarsi come modelli, possono solo scegliere tra una fisicità efebica da preadolescente e una invece che prescrive muscoli tesi e oliati, da sfoggiare con una certa baldanza: le eccezioni esistono, come ad esempio sulle passerelle di Willy Chavarria in America o Magliano in Italia, ma quello rimangono, eccezioni in un sistema elitista che, come prescriveva già nel Gattopardo il principe Salina – un altro che di élite due cose le sapeva – sono fondamentali per mantenere lo status quo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».

Collage LinkiestaEtc. A sinistra A/I 2025 Alaïa; a destra A/I 2025 Givenchy

Ad aggiungere una certa ironia alla questione, concorre il dato che mai come in questa stagione i vestiti si sono fatti più strutturati, con imbottiture costruite ad hoc (come nelle sfilate di Givenchy), architettoniche ciambelle di tessuto plissettato intorno ai fianchi (Alaïa), blazer con fianchi trompe l’oeil (Schiaparelli), ma anche guardaroba che sottolineavano, da comunicato stampa, «la curva come sinonimo stesso della femminilità» (Miu Miu). A essere curvilinei, e quindi femminili, secondo questo assioma, non erano tanto i corpi quanto i vestiti stessi: un problema sottolineato anche da Marieclaire Mag nel pezzo Fall 2025 fashion trends embrace curve – runway casting is another story. Chi, insomma, di quelle curve è naturalmente fornito, rimane sempre al di fuori del discorso della moda, sostituito da applicazioni tessili, che possono essere tolte sfilandosi una gonna, a conferma del solito stereotipo per il quale chi per mestiere sfila, ha il compito unico di tramutarsi in un appendiabiti più o meno piacevole, ma piatto e privo di curve, che possano interferire o deviare la silhouette del vestito.

Al di fuori del mondo delle maison – che di certo hanno una loro influenza sull’immaginario collettivo, ma non possono, da sole, invertire una tendenza culturale – le cose non sembrano andare meglio. Il mondo delle celebrity sta cambiando drasticamente contorni, assottigliando le silhouette: è l’era dell’Ozempic, dove attrici già magre diventano ancora più spigolose e altre che sono sempre state avvocatesse di una orgogliosa body positivity cambiano connotati (come Barbie Ferreira, giovane attrice di Euphoria). Se è vero che però le decisioni sul corpo delle donne le possono prendere solo le donne che quei corpi li abitano tutti i giorni (e cambiare idea non è mai stato un reato), il riverbero delle scelte di donne così visibili nel nostro immaginario può influenzare di certo i più giovani proponendo un monoteismo pericoloso, quello secondo il quale un corpo accettabile e attraente agli occhi della società sia solo quello magro. 

I disturbi alimentari sono in crescita, si presentano sempre prima, anche in maniera grave tra i più giovani, e si muovono anche attraverso le chat di messaggistica (nel 2023 Fanpage aveva realizzato un’inchiesta infiltrandosi in un gruppo Telegram che incitava all’anoressia). Nel frattempo l’onda culturale della manosphere comincia a raccogliere i suoi primi frutti: per chi non è a conoscenza della terminologia, si tratta di un rinculo rabbioso rispetto ai passi fatti verso l’uguaglianza di genere, che ha partorito personaggi di varie fattezze, dai fratelli Tate virali sui social e accusati di traffico di esseri umani in Romania, ai vari Cruciani e Corona. Uomini (bianchi) che, nascondendosi dietro una supposta indipendenza di pensiero sdoganano i peggiori stereotipi contro i corpi, alimentando una rabbia adolescenziale da indirizzare contro le donne, mai all’altezza dello sguardo maschile, e colpevoli, genericamente di non essere servili rispetto alle loro fantasie sessuali, deformate dal troppo consumo di pornografia gratuita. Non è un caso che l’insulto ricorrente rivolto dagli accoliti del “guru” Corona contro la giornalista Selvaggia Lucarelli sia “cicciona”: lo ha detto la stessa giornalista, mostrando gli screenshot dei suoi dm, riportando alla memoria un termine che pensavamo fortunatamente estinto. 

Collage LinkiestaEtc. A sinistra A/I 2025 MIUMIU; a destra A/I 2025 Tom Ford

Su TikTok, di recente tra i tanti filtri disponibili per gli utenti, è apparso il Chubby filter, che trasformava i contorni del corpo rendendoli più morbidi, scatenando reazioni shockate, cariche di ansia. A spiegarlo è stata Giulia Paganelli, antropologa dei corpi. «Se lo intendiamo come dispositivo culturale, come prescriveva già Foucault nel 1975, il filtro non è solo un’alterazione estetica, ma un’operazione semiotica, che svela il regime di verità che governa il nostro corpo: siamo grassofobici. Per Pierre Bordieau il corpo è un capitale sociale e simbolico. Il modo in cui lo plasmiamo, lo controlliamo e lo esibiamo determina la nostra posizione nella gerarchia sociale. E oggi, la magrezza è segno di disciplina e autocontrollo; successo e benessere economico; desiderabilità e valore sociale. Il corpo diventa un segno di devianza quando invece non si adegua a quello stereotipo. Per Nancy Scheper Hughes, che ha studiato nel 1992 il rapporto tra corpo e società, alcune forme corporee vengono medicalizzate e stigmatizzate: la magrezza è sinonimo di salute e moralità, mentre il corpo grasso è percepito come deviante, pigro e malato.

Di conseguenza il Chubby Filter è vissuto come una punizione simbolica perché allontana il soggetto dall’immagine normata e desiderabile. Non ci viene imposto un modello di bellezza “obeso” ma la semplice rottura dello standard è sufficiente per generare ansia. A questo punto è necessario farci delle domande. Se il disagio nasce da un confronto con un corpo che non riconosciamo, fino a che punto siamo agenti liberi nel nostro rapporto con esso? Se la magrezza è un valore morale prima che sanitario, possiamo davvero parlare di salute e non di corpo stereotipico e culturale? Se la bellezza è una narrazione, possiamo riscriverla?»

Il filtro nel frattempo è stato rimosso da TikTok, ma le domande poste da Paganelli rimangono e continuano a essere valide. Riscrivere la bellezza è in effetti il compito più arduo che ci toccherà, come collettività, nei prossimi anni, al netto degli errori e dei passi indietro ancora più brucianti quando a farli sono i giornali che quegli ideali li propagano. Un compito che dobbiamo alle generazioni più giovani, e quindi facilmente influenzabili, ai nostri corpi, che così spesso martoriamo, giudichiamo, puniamo, mettendoli a paragone con standard impossibili da raggiungere, e pure a quella collega degli inizi, vittima tanto quanto gli altri di un sistema che ci vuole simili, addomesticabili, controllabili, tutti proni di fronte a una dittatura culturale che assottiglia il corpo, e però, in realtà, vuole spezzare la mente, e, in ultima analisi, la nostra capacità critica di fronte a stereotipi che non sono solo falsi, ma pure, in fondo, tremendamente pericolosi.

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