Questa è la storia di John Barelli. Anzi no, è la storia di Ella Yurman. Anzi no, è la storia di Rachel Nieves, e quindi cominceremo da lei, la cui storia come ormai troppissime di quelle che stanno sui giornali comincia dove dovrebbe finire: in un video su TikTok.
Rachel, in quel video, ha tutti i dettagli per cui vorrei il 41 bis (comunque lo chiamino in America): piange in primo piano, si arrotola i capelli mentre parla, ha l’anello al naso e delle unghie da brivido, rosse col bordo leopardato. Rachel piange dicendo «this is gentrification», e lo so che state pensando a De Niro al Sanremo 2011, alla Canalis che non sa come tradurlo e a noialtri che dal divano facciamo i fighi anglofoni che ogni giorno parlano dell’infighettimento delle periferie e ne conosciamo perfettamente il lessico.
Solo che il quartiere di cui Rachel lamenta l’imborghesimento e quindi l’aumento degli affitti è quello in cui ha aperto la sua caffetteria, e come farà, e ora ne vogliono pure aprire un’altra che le farà concorrenza, e lei è portoricana e ci sono così poche imprenditrici portoricane (il New York Magazine, nell’articolo che le ha dedicato, ha specificato che l’articolista che ne scriveva era anche lei portoricana: scemi ne ho visti, ma come gli statunitensi mai).
Rachel ha aperto nel 2021 la sua caffetteria, Buddies, mica perché voleva arricchirsi (non sarebbe una motivazione strappalacrime), ma perché voleva essere un’influenza positiva nella vita della gente (schiumando il latte), e tutto questo lo voleva fare a Williamsburg, e io vorrei sapere in quale fantasia nel 2021 Williamsburg non era già il più fighetto dei quartieri. (In “La figlia di lui”, Chiara Marchelli fa dire dalla bambina stronza alla matrigna che vive a Brooklyn «Sono tutti neri. I neri vivono nei quartieri poveri. Sei povera, tu?» – ma la matrigna vive sì a Brooklyn ma in una zona ben meno fighetta).
L’anno scorso il New York Times pubblicò una cronologia dell’infighettimento di Williamsburg dalla quale prendo una frase detta da un’artista nel 1992: «Negli anni Settanta, era Soho. Negli anni Ottanta, l’East Village. Nei Novanta, sarà Williamsburg». Ogni quartiere fighetto e costoso e turistico è stato prima o poi un quartiere popolare, ma meravigliarsi che Williamsburg non sia più un quartiere popolare nel 2025 è come scoprire oggi che non lo sono più Trastevere o Isola.
Invece Rachel si sveglia nel 2025, piange a favor di fotocamera del telefono nel 2025, prende i cuoricini nel 2025, e nel 2025 un cantante dice ai dodici milioni di persone che lo seguono su Instagram che bisogna aiutare Rachel, e quella si ritrova la fila di gente fuori dal negozio. Che forse non è una cosa strana negli Stati Uniti d’America, un paese che ha sostituito il capitalismo con l’elemosina e in cui l’intero settore della ristorazione va avanti con le mance, ma a me fa un po’ impressione: benvenuti nel capitalismo della carità, offerte speciali se sai piangere fotogenicamente.
Ella Yurman due anni fa scriveva sul social Threads d’essere andata a un colloquio di lavoro, e il lavoro consisteva nel servire il caffè negli uffici della Condé Nast, l’editore di Vogue e di Vanity Fair e del New Yorker, e lo so che c’è un articolo da fare sulla fine di tutto che parte dal centenario del New Yorker e finisce con Graydon Carter che pubblica un memoir pieno di dettagli che a chi fa i giornali oggi paiono inimmaginabili, ma quell’articolo che rimando da ormai due settimane non lo scriverò neanche oggi, perché oggi, sempre al fascicolo declino delle élite, Ella ha fatto carriera.
Non serve il caffè, ma fa addirittura l’intervista di copertina di Teen Vogue, un giornale che non avevo mai guardato in vita mia perché tra i molti privilegi dell’essere sterili c’è il non doversi sforzare di fingere di trovare interessanti le ragazze. Sulla copertina di Teen Vogue c’è Vivian Wilson, il cui nome non vi dice niente ma forse capite chi è se vi dico che prima si chiamava Xavier Musk.
È certamente una coincidenza – se non lo fosse, sarebbe la stessa forma d’identitarismo di cui parlavamo prima, quella per cui stolidi come gli americani nessuno – che a intervistare Vivian, che nacque maschio ma decise che era femmina, sia Ella, che pure nacque maschio e si decise femmina. È invece un prodotto dell’egemonia degli intervistatori italiani nel mondo il fatto che non ci sia mai mai mai una domanda di Ella legata alle cose invero incredibili che dice Vivian.
Sono indipendente finanziariamente dal 2020, dice Vivian. E anche: non ho ancora mai guadagnato niente dai social. In nessuno dei due casi, le viene chiesto come diavolo sia indipendente finanziariamente, dunque, considerato che è una studentessa, e che nel 2020 aveva quindici anni. L’intervista è tutta così. Non sentivo da mesi mio padre quando ho deciso che ero trans e quindi mi serviva il consenso dei genitori per le terapie ormonali, dice Vivian. E nessuno le chiede: e quindi a quel punto l’hai cercato? Niente, si passa a parlare del suo bel rapporto con la madre. Neanche in una puntata di “Harem”.
Forse la mia non-domanda preferita è «quelli di destra non sono bravi sui social». In confronto all’intervistatrice, l’intervistata è un Nobel, peccato nessuna delle cose che butta lì (tipo: sono celebre senza aver fatto niente per guadagnarmi la celebrità) venga raccolta. A un certo punto, dal nulla, il genio del purissimo presente chiede a Wilson se abbia paura di Musk, «è l’uomo più ricco del mondo». Non è chiarissimo cosa implichi: forse che potrebbe far eliminare la figlia da un sicario particolarmente ben retribuito, no come quelli dalle tariffe abbordabili che usano i poco ricchi.
Non ci vogliono Tina Brown o Graydon Carter per capire che Vivian varrebbe un pezzo meno inutile di quello che le dedica Teen Vogue (varrebbe anche foto più belle: da quand’è che Vogue pubblica foto più sciatte di quelle che chiunque sia in grado di farsi col telefono? Lo so: da quando sono finiti i soldi – ma abbiamo detto che quest’articolo si fa un altro giorno).
È, Vivian, non solo un raro esemplare di trans plausibile (se non sapessimo che era Xavier, non lo sospetteremmo), ma anche un tilt delle certezze di schieramento per i fanatici delle varie sinistre: per quelle protrans è facile, ma per le sinistre convinte che la transessualità serva a rubare un ruolo alle donne (quando è ovvio che semmai serve a rubare un ruolo agli omosessuali) epperò anche convinte che Musk sia il male, è difficile decidere chi sia il nemico in questo turno di campionato.
E poi c’è John Barelli, l’unico adulto di giornata. Lo racconta il New Yorker, che ancora fa il suo porco lavoro nonostante siano finiti i soldi. È il marzo del 2005, tre uomini entrano al Metropolitan, il museo di New York dove allora Barelli lavora come capo del servizio di sicurezza. Due distraggono le guardie, uno attacca un quadro e una targhetta al muro. Il quadro raffigura una donna con una maschera antigas. La targhetta dice «Banksy, 1975. “L’ultimo respiro”. Olio su tela. Donato dall’artista».
Banksy non è ancora il venerato maestro che diventerà a breve (il murale che conoscono anche i sassi, quello a Betlemme che anche chi non ha nessuna familiarità con l’arte contemporanea ha visto riprodotto ovunque, è di cinque mesi dopo), e tra il 2003 e il 2005 fa spesso questo giochino di far imporre sue opere ai grandi musei, da una falsa Gioconda con lo smile al Louvre (il Louvre poi la metterà all’asta) a un quadro semiwarholiano di zuppa al Moma (resterà appeso tre giorni, prima che il personale se ne accorga).
Al Met staccano il quadro nel giro di dieci minuti, e la portavoce (un genio del purissimo presente che non si capisce come mai non faccia l’intervistatrice a Teen Vogue) rilascia trionfante una dichiarazione così concepita: «Ci vuole più di un pezzo di nastro biadesivo perché la propria opera sia esposta al Met».
Tutto questo Barelli l’aveva raccontato sei anni fa in un libro intitolato “Stealing the Show: A History of Art and Crime in Six Thefts”, ma ora il New Yorker, vent’anni dopo l’affissione abusiva, si è chiesto: sì, ma quella donna con la maschera antigas che si sono affrettati a staccare dalla preziosa parete del Met, quel quadro che fine ha fatto?
Barelli ha dato varie versioni, tra cui l’aver dato ordine di sbarazzarsene al suo vice dell’epoca, che nel frattempo è morto e non può dare la sua versione. L’articolo lascia intendere che sia plausibile che il Banksy se lo sia portato a casa proprio Barelli, che come in uno di quei film sui furti d’arte se lo rimira la sera senza che nessuno sappia che opera potenzialmente vendibile per molti milioni ha in casa.
Gli avvocati interpellati dal New Yorker non sanno dire chi sia in un caso del genere il legittimo proprietario del quadro. Io sogno che su Barelli, unico a capire che – più della stizza preadolescenziale di «noi siamo il Metropolitan e quel quadro non te lo abbiamo commissionato» – conta il valore di mercato delle cose, siano esse esercizi commerciali in quartieri fighetti o sicari per multimiliardari, sogno che su Barelli faccia un film Spike Lee. Se posso permettermi di suggerire un titolo: “L’unico adulto di questo articolo”.