Prova a prenderci I leader dell’Unione europea isolano Orbán sull’Ucraina, ma non sulla difesa

Al vertice del 20 marzo, i capi di Stato e di governo hanno approvato una conclusione a ventisei sul sostegno a Kyjiv, aggirando per l’ennesima volta il primo ministro ungherese. Sulla questione militare rimane un diffuso scetticismo circa l’assunzione di nuovo debito, ma se ne discuterà meglio nei prossimi mesi

AP Photo/LaPresse (ph. Omar Havana)

Nonostante i numerosi piatti sul tavolo dei leader, il secondo vertice dell’Unione europea nel giro di un paio di settimane è durato un giorno solo e si è concluso nella giornata di ieri, giovedì 20 marzo. Doveva essere un summit dedicato principalmente alle questioni economiche. E lo è stato, nella misura in cui la discussione più lunga è stata quella sul futuro della competitività (sulla scia dei rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta).

Ma l’attualità internazionale ha sconvolto l’agenda dei Ventisette costringendoli a deliberare anche su altre questioni urgenti. Così, tra i vari temi affrontati, i capi di Stato e di governo hanno ripreso quelli su cui si era concentrato il vertice straordinario dello scorso 6 marzo, vale a dire sostegno all’Ucraina e difesa europea.

In quello che potrebbe diventare un trend, per la seconda volta di fila il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha deciso di tirare dritto aggirando l’opposizione di Viktor Orbán, ormai da tempo uscito allo scoperto come cavallo di Troia del Cremlino in Ue. 

Per evitare che il primo ministro ungherese sabotasse le conclusioni sul sostegno a Kyjiv, queste sono state adottate in un documento separato, supportato da ventisei Stati membri. Il leader magiaro viene messo all’angolo, o meglio viene lasciato nell’angolo in cui si è incastrato da solo, messo spalle al muro dalla sua imbarazzante vicinanza a Vladimir Putin, mascherata con la formula della «divergenza strategica».

Di fatto, l’Europa a più velocità è già realtà. Per ora, nella corsia dei ritardatari c’è solo Budapest, ma l’espediente che Costa sembra disinvolto nell’usare apre interrogativi politico-istituzionali di una certa rilevanza. Ieri il senso dell’urgenza era troppo acuto per affrontare le questioni dell’unità europea, che in controluce appaiono ora più cosmetiche che altro. «Where there’s a will, there’s a way» dicono gli inglesi: e di volontà, a quanto pare, al tavolo ce n’era a sufficienza.

S’arrovellino politologi e costituzionalisti sulle implicazioni dell’esclusione sistemica di un Paese membro dalle decisioni di politica estera, che a rigor di trattati vanno prese all’unanimità: se serve, si può andare avanti a ventisei. «Non possiamo rimanere bloccati perché l’Ungheria la pensa diversamente», taglia corto Costa rispondendo ai giornalisti che gli chiedono se questo escamotage non rischi di creare un precedente potenzialmente pericoloso.

E dunque, al termine di una sessione di circa due ore, tutte le cancellerie tranne una hanno reiterato il «continuo e incrollabile sostegno all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini riconosciuti a livello internazionale», così come l’approccio di «pace attraverso la forza» – che si sostanzia in un rinnovo delle forniture di aiuti finanziari e militari a Kyjiv – nonché la necessità di accelerare i negoziati di adesione del Paese invaso dalla Russia all’Ue.

Ribadito anche l’impegno per una «pace globale, giusta e duratura», che va naturalmente accompagnata da «solide e credibili garanzie di sicurezza». E per monitorare questa pace (qualunque forma possa prendere, quando mai arriverà) è benvenuto il contributo di chiunque, a partire dalla coalizione dei volenterosi assemblata sotto l’egida franco-britannica che proprio ieri, mentre i leader Ue discutevano a Bruxelles, Keir Starmer ha riunito a Londra per trasformare le promesse altisonanti in «piani militari» e rendere operative le idee messe sul tavolo per proteggere Kyjiv da nuove aggressioni russe.

Un’idea che, invece, appare nata come già morta è quella tirata fuori dal cappello qualche settimana fa da Kaja Kallas, ormai solo l’ombra di quello che voleva (ma non avrebbe potuto) essere. Le cancellerie non hanno gradito la fuga in avanti dell’Alta rappresentante, che senza consultarle ha proposto un fondo ad hoc, l’ennesimo, per rifornire di armamenti l’Ucraina dalla dimensione e i meccanismi mai realmente definiti. Dapprima venti, poi quaranta miliardi di dotazione, con un confuso riferimento a una chiave di contribuzione collegata al peso economico degli Stati membri (poi ritrattata dopo le critiche di Parigi, Roma e Madrid), e forse aperta anche ai Paesi terzi.

Quello che ne rimane è un impegno per inviare all’Ucraina due milioni di proiettili d’artiglieria per un valore di cinque miliardi: incalzato anche su questo punto, Costa risponde che «gli Stati membri hanno già allocato (nominalmente, ndr) quindici miliardi» per il sostegno all’Ucraina. 

Ma cinque miliardi in munizioni sono comunque meglio di niente, e difatti Volodymyr Zelensky – in collegamento da Oslo, dove si trovava in visita – ringrazia calorosamente i partner europei per quest’iniziativa, esortandoli peraltro a premere sull’acceleratore col piano ReArm Europe targato Ursula von der Leyen (che Giorgia Meloni, trovando l’inaspettata sponda del premier spagnolo Pedro Sánchez, vorrebbe ribattezzare Defend Europe), definito «molto utile e lungimirante».

Parallelamente, Zelensky ha annunciato che lunedì prossimo, il 24 marzo, diplomatici ucraini e statunitensi si incontreranno in Arabia Saudita per un nuovo round di trattative sui negoziati di pace; lo stesso giorno, secondo il Cremlino, si terranno dei colloqui tra Usa e Russia. 

Col presidente ucraino, i leader Ue hanno parlato anche dei progressi nelle trattative che dovrebbero portare ad una fine negoziata del conflitto, o perlomeno ad una sua sospensione temporanea. I Ventisei, sempre senza Orbán, «accolgono con favore» i colloqui di Gedda tra le delegazioni di Kyjiv e Washington, soprattutto perché hanno segnato la riapertura dei rubinetti della Casa Bianca in termini di invio di armi e di condivisione delle informazioni d’intelligence, dopo l’agguato nello Studio ovale di fine febbraio.

Ma l’opinione condivisa al tavolo del summit di Bruxelles, secondo fonti diplomatiche comunitarie, è che «al momento non sono in corso veri negoziati». I contatti tra Donald Trump e Vladimir Putin hanno indispettito i capi di Stato e di governo dell’Unione, che si sentono tagliati fuori dai tavoli che contano tanto da essersi «confrontati sui modi migliori per influenzare il processo»: proprio quello che, à la Schrödinger, non sarebbe in corso. Una torsione comica, se non fosse tragica l’irrilevanza diplomatica di Bruxelles. Nonostante queste determinazioni, peraltro, i leader non sono nemmeno d’accordo sull’opportunità di nominare una sorta di inviato speciale per l’Ucraina (data l’inadeguatezza dimostrata fin qui dalla stessa Kallas).

Legato al dossier sull’Ucraina c’era poi quello della difesa. Qui le conclusioni, decisamente più snelle, sono state approvate a ventisette: persino Orbán si è accodato alla spinta continentale al riarmo, purché non imponga a Budapest l’assunzione di debito comune. Tutto bene, visto che di eurobond non vuole parlare nessuno, per il momento (a parte Emmanuel Macron, secondo il quale sarà necessario prenderli in considerazione «nel prossimo decennio»).

Ursula von der Leyen ha presentato ai leader il suo libro bianco fresco di pubblicazione e la sua strategia Readiness 2030, che non c’entrano nulla col debito comune ma puntano piuttosto a liberare le mani delle cancellerie – o meglio dei loro erari – sospendendo le regole del Patto di stabilità e creando un fondo (Safe) per finanziare progetti comuni per lo sviluppo e la produzione di armamenti, che dovrebbero essere made in Europe.

D’accordo anche Zelensky: «Sono necessari investimenti nella produzione di armi sia in Ucraina che nei vostri Paesi», ha detto in videoconferenza, sottolineando che «tutto il necessario per difendere il continente dovrebbe essere prodotto qui in Europa». Kyjiv potrà partecipare agli appalti congiunti nel quadro dello strumento Safe, fa sapere il capo dell’esecutivo comunitario, ma in realtà la clausola «buy European» prevede una regola per cui fino al trentacinque per cento dei prodotti sviluppati dai Ventisette possa provenire da Paesi extra-Ue.

Il Consiglio europeo «invita ad accelerare i lavori su tutti i fronti per aumentare in modo decisivo la prontezza di difesa dell’Europa entro i prossimi cinque anni», esortando contestualmente a «proseguire i lavori sulle relative opzioni di finanziamento». Rimane questo, infatti, il grande nodo politico da sciogliere per le cancellerie, che sono restie a indebitarsi ulteriormente in una fase storica così complessa. 

C’è chi, come l’Italia o la Spagna, non dispone di grande spazio di manovra per andare in cerca di denaro sui mercati esteri (Roma continua a spingere per la mobilitazione dei capitali privati facendo leva sulla garanzia del bilancio comunitario, limitando l’emissione di nuovo debito), mentre i soliti noti vedono le spese a debito come il fumo negli occhi.

Si vedrà: i leader hanno calciato la palla in tribuna, chiedendo ulteriori chiarimenti alla Commissione e rimandando la partita al summit di giugno. Nel frattempo, tutti attenti come sempre a non pestare i piedi allo zio Sam, dal momento che la Nato «rimane, per gli Stati che ne fanno parte, il fondamento della loro difesa collettiva». Almeno finché un’Alleanza in cui Washington fa la parte del leone continuerà a esistere

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