Il discorzo dell’intellettualeI cinque anni dalla morte di Arbasino, e dall’ultima volta che sono andata a prendere il latte

Sabato sarà l’anniversario della morte di uno scrittore unico del quale non esistono eredi ma solo omaggi, emulazioni, robetta. Le lezioni di Chimamanda Ngozi Adichie e di Lapo Elkann

Stefania D’Alessandro/Lapresse

Sabato saranno cinque anni dall’ultima volta che sono andata a comprare il latte. Sarei una pessima candidata alle elezioni per mille ragioni, tra le quali il fatto che, nonostante in casa mia ci sia sempre latte, non ho idea di quanto costi: tranne rarissimi casi, l’ultimo dei quali cinque anni fa sabato prossimo, non lo compro mai da solo.

Sono anche convinta che nessuno più lo compri da solo: esistono ancora le latterie come quando eravamo piccoli? Non andiamo tutti al supermercato? Il prezzo del latte non è quindi confuso tra quello delle pile e quello del detersivo? Non sarebbe meglio usare come segno di contezza del mondo il costo di qualcosa che si paghi separatamente – un cappuccino, un taxi per la stazione, un pacchetto di sigarette? Quante domande.

Quel giorno lì chissà perché non avevo ordinato il cappuccino a domicilio, come facevo e faccio spessissimo prima e dopo, e praticamente sempre durante la pandemia. A un certo punto su Glovo era comparso un nuovo bar dal quale ordinavo, scriveva sui bicchieri di carta «andrà tutto bene», chissà se poi è fallito.

Quel giorno lì mi sembrava inaccettabile non avere latte in casa, e quindi affrontai, unica volta, il rituale dell’Esselunga in pandemia. Avevo un’Esselunga proprio di fronte a casa, ci andavo, prima della clausura, abbastanza spesso verso sera, a comprare un pollo arrosto o altre amenità da non cuoca, ma mai a comprare solo il latte. Quello in genere stava nelle spese che ordinavo dal sito, quelle grandi, con dentro le cose pesanti.

Dei due ordini di problemi relativi alla spesa pandemica, io ero toccata solo da uno: quello delle consegne per le quali non si trovava posto, perché un’abitudine che prima era di noi felici pochi, noi benestanti pigri, ora era diventata di tutti. Ricordo chat dedicate all’argomento, leggende metropolitane, alle cinque di mattina aprono nuove possibilità di consegna, bisogna mettere la sveglia, vegliare di notte sull’app. Ricordo che Cortilia, quando ti consegnava la nuova scatola di cibo, non ritirava la scatola vecchia, perché magari avevi infettato il cartone.

Mi è tornato in mente leggendo “La figlia di lui”, in cui Chiara Marchelli descrive brevemente l’inizio della pandemia a New York, il terrore di far entrare i pacchi dentro casa senz’averli disinfettati, ho detto «ma quando?», ho chiesto ad amici, e tutti mi hanno detto certo, era così, non te lo ricordi, sei proprio del Novecento, le cose spiacevoli le rimuovi. Ho cercato di ricordarmi ma niente, forse non mi arrivavano pacchi, forse ero incosciente, di sicuro avevo l’ingresso pieno di cartoni di Cortilia non ritirati.

Forse hanno ragione, la grande divisione è tra noialtri che accantoniamo e quelli che rimuginano, a un certo punto di “Dream Count”, il nuovo romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie, una delle protagoniste, Chiamaka, descrive un gruppo di intellettuali come quelli per cui «tutto era “problematico”, anche ciò che approvavano», che annusano l’interlocutore in cerca di colpe e mancanze e spunti da sabotare. Forse la letteratura serve a questo: a farti rendere conto che i picchiatelli che sui social ripetono che nessuna discriminazione è più grave della loro che sono stati vessati dal greenpass non volendosi vaccinare sono governati dallo stesso meccanismo psicologico delle presunte intellettuali che ripetono che c’è il patriarcato, e le presunte intellettuali sono tali e quali alle presunte analfabete che vanno sui gruppi Facebook di nuore a lamentarsi delle suocere.

Forse ha ragione Chimamanda, ha ragione Chiamaka, la pandemia è stata in effetti «uno squarcio nel cielo che ci ha rivelato noi stessi», e io di me stessa mi sono dimenticata rapidamente quanto del resto, ricordo solo i distributori di amuchina con quelle traduzioni orrende, «disinfetta le tue mani», è stato lì che abbiamo disimparato l’italiano? Perché non sapevamo dire «disinfettati le mani», lo squarcio nel cielo ci aveva rovinato l’uso dei possessivi? Era iniziata prima, da Jovanotti e da “A te”, «con le mie spalle contro il muro pronto a difendermi»? Ma lui aveva la scusa della metrica, i distributori di amuchina che scusa avevano?

La prima pagina di “Dream Count” è piena della disperazione di Chiamaka per le indicazioni contraddittorie, lavati la faccia e non toccarti la faccia, e io non avrò pace finché non uscirà l’edizione italiana e non sarò rassicurata che Einaudi non l’abbia tradotta come fosse un distributore di amuchina, lava la tua faccia. (Se non c’è differenza tra gli intellettuali amici di Chiamaka e i gruppi Facebook di nuore smaniose, perché dovrebbe essercene tra la letteratura e i distributori di amuchina? O, usando una frase di uno bravo: «L’inevitabile “tramonto dell’intellettuale”, del suo ruolo, e del ‘discorzo’ o ‘dibbbattito’ intorno al Ruolo dell’Intellettuale… Pare soprattutto dovuto, ormai, a una pratica quotidiana e collettiva dove la figura dell’Intellettuale risulta come un residuo di sottrazioni?»).

Sabato sono cinque anni da quel giorno in cui per la prima (e ultima) volta mi riguarda l’altro ordine di problemi della spesa pandemica: il numero chiuso nei supermercati, le prescrizioni igieniche, il contagio che chissà come si diffonde, probabilmente da te zozzona che se non fosse vietato agguanteresti il detersivo senza guanti.

Quella mattina lì chissà perché voglio il latte, lo voglio abbastanza da uscire e andare a fare la fila, aspettare che sia il mio turno nelle entrate contingentate all’Esselunga, i guanti, la mascherina, il distanziamento alla cassa. Avevo dimenticato il telefono a casa, che è una cosa che mi accade in continuazione e di solito non cambia niente, mica faccio il cardiochirurgo che devo essere reperibile, mica sono una nativa digitale che se mi levi il telefono e mi tocca guardarmi intorno senza niente da fare sento l’abisso che mi inghiotte, mica sono Natalia Aspesi che ogni minuto mi chiama qualcuno per invitarmi alla Scala o per complimentarmi un articolo.

Di solito recupero il telefono dopo mezze giornate e non è cambiato niente, quel giorno tornai a casa dopo meno d’un’ora e il telefono era pieno di messaggi e più o meno tutti dicevano «Scrivi?», e la ragione per cui lo chiedevano era che in quell’ora lì era arrivata la notizia della morte di Alberto Arbasino, e io da allora mi sono convinta che comprare il latte porti malissimo, è la mia unica superstizione e ce l’ho da cinque anni.

Non esiste il nuovo Arbasino, lo dico per tutti quelli che usano la sciatta categoria critica di Tizio che è il nuovo Caio. Esistono omaggi, emulazioni, robetta. Dicono i miei archivi che la settimana prossima saranno quattordici anni dalla prima volta che scrissi «penzierini». Erano tempi più felici perché i giornali non mettevano sui social gli articoli e ai poveri autori non toccava lo spettacolo d’arte varia di gente che ti dice che «pensierino» si scrive con la esse, santo cielo, subito segno rosso su questo compito delle medie.

Ma erano anche tempi molto tardivi e derivativi rispetto al 1980, quando uscì “Un paese senza”, quando Arbasino s’inventò quell’istantanea che era il «discorzo». “Un paese senza” è fuori catalogo, ma Arbasino è stato il più bravo e il più tenace nella scuola di noialtri praticanti dell’autofagia letteraria: trovate molto di quel libro in “Paesaggi italiani con zombi”, c’è qualcosa pure del discorzo. (“Paesaggi italiani con zombi” lo pubblica Adelphi, e non c’è concetto più kitsch e analfabeta di quello del libro-che-ti-cambia-la-vita, ma se quando avevo vent’anni Roberto Calasso non avesse messo sullo scaffale delle novità la terza versione di “Fratelli d’Italia” io a quest’ora farei non so bene cosa, ma altro).

Sono cinque anni che non compro il latte, e quattro che penso alla cosa più precisa che sia stata detta sull’ipotesi che possa esistere un nuovo Arbasino, che è una cosa che disse qualcuno che ad Arbasino non ci pensava proprio, qualcuno che non stava parlando di letteratura, qualcuno che credo parlasse di fazzoletti nel taschino e altri stilemi da personaggio più che da scrittore; di sicuro, parlava di sé e di Gianni Agnelli. Era suo nipote, Lapo Elkann: «Io poi volevo pure somigliargli, nel senso che lo imitavo, che invece è il modo peggiore di somigliare a qualcuno».

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