C’è un prima e un dopo “Il mago del Cremlino” (Mondadori). Con quel romanzo, Giuliano da Empoli ha trasformato l’analisi politica in letteratura viva, accessibile e potente. Il libro, pubblicato in Francia da Gallimard, è diventato in pochi mesi un fenomeno editoriale senza precedenti per un autore italiano: finalista al premio Goncourt, più di mezzo milione di copie vendute, traduzioni in tutto il mondo, e ora un film in lavorazione diretto da Olivier Assayas, con Jude Law nel ruolo del protagonista, l’ambiguo Vadim. Ma da Empoli non si è lasciato ingabbiare dal successo del romanzo. Con “L’Heure des prédateurs”, edito in Francia da Gallimard, torna al saggio con la stessa lucidità narrativa e la medesima ambizione: raccontare la nostra epoca con strumenti affilati e una voce inconfondibile. Il caos, che nei suoi libri precedenti era una minaccia emergente, oggi si è fatto sistema. «Il caos si sviluppa, diventa egemonico. Non è più l’arma degli insorti, ma il sigillo della potenza», dice. Non è più tempo di allarmi, è tempo di chiamare le cose con il loro nome.
Il suo è un ritorno in grande stile, cupo, denso, urgente. Un libro nato per caso e trasformato in saggio dopo essere cresciuto troppo per essere un semplice articolo. Lo spiega lui stesso in una intervista a Le Point, uno dei più importanti settiamanali francesi: «Viviamo un momento di umiliazione, legata alla nostra debolezza comune. È inevitabile quando non siamo sovrani né sul piano militare né su quello della tecnologia digitale. Trump ha fatto del caos il suo metodo di governo. Sta riattivando la pulsione imperiale americana, in chiave esplicitamente bellica. Il suo discorso pacifista è una truffa. Ma funziona. Inganna molti europei, e anche tanti bravi democratici che ci cascano. Da noi, alcuni ne riprendono letteralmente il linguaggio».
Al centro del saggio ci sono loro, i nuovi predatori: leader politici come Donald Trump e Vladimir Putin, ma anche i «conquistadores tech» – Sam Altman, Elon Musk, Mark Zuckerberg. «Il punto in comune tra i predatori è il loro accanimento contro le istituzioni europee. Questa animosità dimostra che l’Europa dà loro fastidio, e che ha ancora un ruolo da giocare. Sono apocalittico nello scenario d’insieme, ma nel senso etimologico del termine: di rivelazione. Penso che oggi molte cose siano ormai chiare».
Secondo da Empoli, se Kamala Harris avesse vinto le elezioni americane, la situazione geopolitica sarebbe certamente più calma, ma le grandi tendenze di fondo sarebbero proseguite in silenzio. Ma «il tratto distintivo della nostra epoca è che tutto è dichiarato apertamente». L’esempio principale è il discorso del vice presidente degli Stati Uniti J.D. Vance durante la conferenza sulla sicurezza di Monaco: «Ci ha detto: “Se regolate la tecnologia, usciamo dalla Nato”. È stato lui stesso a stabilire un legame tra cose che in effetti sono collegate, ma che nessuno aveva mai messo insieme così chiaramente. Il vicepresidente degli Stati Uniti ci sta dicendo senza giri di parole che la tecnologia è uno strumento di proiezione del potere americano».
La risposta però non può essere luddista, né catastrofista, ma realista: «Non sono contro la tecnologia. Si sviluppa comunque, ed è di per sé straordinaria», spiega da Empoli. «Quello che trovo scioccante è la sua governance. Bisogna liberare la tecnologia dai suoi rapitori: un piccolo gruppo di persone animate da cattive intenzioni, con una sete di potere senza limiti. La realtà ha un grande vantaggio rispetto alla finzione: non ha bisogno di essere credibile. Serve aggiornare il nostro software. Ma non è il nostro sistema a essere superato: sono i loro che corrono verso il muro. Trump è prima di tutto una catastrofe per gli Stati Uniti, Putin per la Russia».
L’impressione è che l’Occidente sia entrato nel duello finale con le armi spuntate. E il campo di battaglia non è solo militare, ma semantico, digitale, culturale. Qualcuno resiste: l’Europa. «Il villaggio gallico rappresentato dalle istituzioni europee ha ancora un significato, di fronte alla spinta imperiale. Il progetto europeo è ancora migliore di quello di Trump o Putin. Come dice Sloterdijk, nasce sulle ceneri della pulsione imperiale. Il momento imperiale lo abbiamo conosciuto. Ora siamo oltre».
Il vero problema per da Empoli è la risposta all’interno della politica americana, e in particolare nel Partito democratico. «A parte il valoroso senatore Claude Malhuret, non c’è stato un contro-discorso all’urto violento di Trump, Vance e Musk. Forse è una scelta tattica. O forse è il segno di una debolezza politica e culturale.Questa élite tecnocratica non è attrezzata per fronteggiare l’ondata dei predatori. E non voglio infierire sul wokismo, ma il suo identitarismo ossessivo non ha risolto i veri problemi della vita quotidiana delle persone».
Aspettando l’America e guardando alla risposta di Bruxelles, che ruolo avrà l’Italia? La presidente del Consiglio è sempre in bilico tra il passato neo fascista e un accreditamento democratico, come dimostra l’ultima polemica sul Manifesto di Ventotene. E il suo progetto di fare da mediatore politico tra Stati Uniti e Unione europea è crollato al primo discorso di Trump. Per da Empoli, Meloni «è ancora una figura problematica. Rivendica la cultura politica dell’estrema destra, nei segnali culturali, identitari, nel linguaggio. Ma agli italiani, questo va bene. Sono contenti di avere una leader che resta nell’alveo europeo, ma strizza l’occhio a Trump e, chissà, domani a Putin. Molti europei vogliono un governo che parli come l’estrema destra ma che, nella pratica, non tocchi nulla: né lo Stato sociale, né l’economia. Questo, secondo me, è un rischio».
Nemmeno Emmanuel Macron è al riparo dalle critiche. «Sta trattando una minaccia reale. La macchina da guerra russa è in movimento. Ma quello che gli rimprovero è di vedere solo questa minaccia. Forse quella militare non è nemmeno la principale. Quelle che pesano sulla nostra sovranità digitale, sotto l’assedio dei conquistadores della tech, sono ancora più forti. Prima o poi dovrà occuparsene».