
Dal 2016, i nativi Sioux, Greenpeace e altre associazioni stanno cercando di far saltare un oleodotto. La protesta, però, potrebbe costare cara proprio all’organizzazione ambientalista, capro espiatorio di una vicenda in cui pesano sia gli interessi privati di Donald Trump, sia le politiche di un’amministrazione che disincentiva qualsiasi attività – ricerca scientifica o attivismo – legata al clima e all’ambiente.
L’infrastruttura al centro della contestazione è il Dakota access pipeline, un oleodotto sotterraneo che si estende per circa duemila chilometri e trasporta il greggio estratto dalla Bakken Formation – al confine tra Montana e North Dakota, nel nord degli Stati Uniti – fino all’Illinois, passando per il South Dakota e l’Iowa.
La maggior parte delle manifestazioni si svolge nella riserva di Standing Rock. I Sioux che vivono nella riserva contestano il tratto di oleodotto che dovrebbe attraversare il loro territorio: l’infrastruttura distruggerebbe siti storici e religiosi fondamentali per la loro cultura, comprometterebbe il loro benessere economico e ambientale e inquinerebbe le riserve d’acqua, passando sotto il letto del fiume Missouri.
Alle proteste si uniscono migliaia di persone e decine di associazioni. Ci sono scontri con le forze dell’ordine e diversi danni all’infrastruttura. Nel corso di quasi dieci anni, la contestazione diventa una delle più importanti battaglie intersezionali: proteggere l’ambiente significa anche tutelare i diritti e la cultura di una comunità, e viceversa.
Greenpeace finisce sotto accusa. Dietro al progetto dell’oleodotto c’è Energy Transfer, società dal valore di quasi settanta miliardi di dollari, che decide di fare causa all’Ong ambientalista. Le accuse sono: diffamazione e incitamento ad azioni illegali contro l’infrastruttura. Il risarcimento richiesto è di circa trecento milioni di dollari.
Il 19 marzo 2025 arriva la sentenza. Il tribunale della Contea di Mandan, nel North Dakota, condanna Greenpeace a pagare seicentosessanta milioni di dollari a Energy Transfer. Il verdetto, emesso da una giuria in un’area fortemente conservatrice come il North Dakota, ha più che raddoppiato la somma richiesta. La cifra è quindici volte superiore al budget annuale della divisione statunitense di Greenpeace e sembra essere stata stabilita con lo scopo di portare l’associazione al fallimento finanziario, in linea con le politiche di disimpegno ambientale dell’amministrazione Trump.
Per il presidente statunitense, però, non è solo una questione politica. I suoi interessi sono anche economici e risalgono almeno al 2016, anno delle elezioni presidenziali americane. I lavori per la costruzione del Dakota access pipeline cominciano pochi mesi prima del voto. L’amministratore delegato di Energy Transfer finanzia con centomila dollari la campagna elettorale di Trump e, dall’altra parte, il leader repubblicano investe quasi un milione di dollari nella società energetica. A poche settimane dal voto, iniziano anche le proteste contro l’oleodotto.
Dopo la sentenza, Greenpeace ha annunciato l’intenzione di fare appello, definendo il processo ingiusto e viziato da pregiudizi a favore dell’industria petrolifera. «Non ci faremo mettere a tacere. Continueremo la nostra battaglia per la libertà di espressione e la giustizia ambientale», ha dichiarato Mads Christensen, direttore esecutivo di Greenpeace International.
L’organizzazione denuncia l’uso delle cosiddette Slapp (Strategic lawsuits against public participation), ossia cause legali temerarie utilizzate dalle multinazionali per intimidire e mettere in difficoltà finanziaria gli attivisti e le organizzazioni no-profit. Secondo Greenpeace, la causa intentata da Energy Transfer rientra perfettamente in questa categoria, mirata a scoraggiare il dissenso e a limitare il diritto alla protesta.
In risposta alla sentenza negli Stati Uniti, Greenpeace International ha anche deciso di portare Energy Transfer in tribunale nei Paesi Bassi, sfruttando per la prima volta la Direttiva anti-Slapp dell’Unione europea. Approvata dal Parlamento europeo nel febbraio 2024, la norma punta a «garantire che le persone e le organizzazioni che lavorano su questioni di interesse pubblico, quali i diritti fondamentali, le accuse di corruzione, la protezione della democrazia o la lotta alla disinformazione, godano della protezione dell’Ue contro le cause legali strategiche tese a bloccare la partecipazione pubblica».
Kristin Casper, consigliera generale di Greenpeace International, ha dichiarato che la battaglia legale non è finita: «Abbiamo appena iniziato la nostra azione legale contro gli attacchi alla libertà di parola e alle proteste pacifiche. Porteremo Energy Transfer in tribunale a luglio e non ci fermeremo».