FuoristradaI dazi di Trump potrebbero danneggiare anche l’automotive americano

La lettera di Tesla alla Casa Bianca svela il rischio boomerang delle tariffe presidenziali sulla filiera automobilistica statunitense, fondata su un delicato equilibrio di spostamenti transfrontalieri per l’ottimizzazione dei costi di produzione

Elon Musk e Donald Trump (AP Photo/LaPresse)

Con una lettera anonima al rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Tesla ha espresso le sue preoccupazioni per le conseguenze di una «guerra dei dazi» sulla propria competitività e sui risultati economici. Anche se non si tratta della prima casa automobilistica a protestare (sempre prudentemente) per la politica commerciale della Casa Bianca, il fatto è comunque notevole perché l’amministratore delegato della società, Elon Musk, ha un ruolo nell’amministrazione di Donald Trump: è uno dei consiglieri più importanti del presidente, che l’ha messo alla guida del dipartimento per l’Efficienza governativa (il cosiddetto “Doge”) perché si occupi di tagliare le spese delle varie agenzie federali.

I toni della lettera di Tesla, riportata inizialmente dal Financial Times, sono ovviamente moderati. L’azienda non ha interesse ad andare allo scontro con Trump e infatti dice di essere a favore di un commercio equo tra l’America e i suoi partner: un giro di parole per mostrare vicinanza all’obiettivo del presidente, che utilizza i dazi per portare equilibrio nella bilancia degli scambi (ma anche per strappare concessioni politiche).

Tesla, tuttavia, dice chiaramente che quei dazi e le contro-tariffe applicate dai governi stranieri rappresentano una vulnerabilità per gli esportatori americani: «ad esempio», si legge, «le passate azioni commerciali degli Stati Uniti hanno provocato reazioni immediate da parte dei Paesi colpiti, tra cui l’aumento delle tariffe sui veicoli elettrici importati in quei Paesi».

La Commissione europea e il Canada hanno risposto ai dazi americani sull’alluminio e l’acciaio. Trump ha rimandato ad aprile le tariffe del venticinque per cento sulle importazioni dal Nord America: due settimane fa aveva previsto un’esenzione di un mese per i veicoli, venendo incontro a Ford, General Motors e Stellantis (che possiede i marchi americani Chrysler, Jeep e Ram Trucks, tra gli altri). Ha inoltre raddoppiato, al venti per cento, le imposte sulla Cina, che a sua volta ha colpito diversi prodotti americani. È partita la guerra commerciale.

Tesla afferma che i dazi potrebbero far crescere i costi di produzione dei suoi veicoli negli Stati Uniti e renderli meno competitivi sui mercati internazionali: Byd – sua rivale principale – e gli altri costruttori cinesi di auto elettriche potrebbero approfittarne per guadagnare market share. Peraltro, dall’inizio dell’anno le azioni di Tesla hanno perso il quaranta per cento del valore in borsa, a causa non tanto delle dichiarazioni controverse di Musk bensì delle difficoltà con le vendite, soprattutto in Germania e in Cina. La provincia canadese della Columbia britannica, una delle più popolose, ha cancellato gli incentivi all’installazione dei sistemi di ricarica domestica di Tesla. Il momento, insomma, è molto delicato.

Nella lettera, poi, la società chiede all’amministrazione Trump di prestare attenzione ai cosiddetti minerali critici per le batterie, come il litio e il cobalto, per evitare che con la trade war gli approvvigionamenti diventino ancora più costosi e complicati: le filiere di questi elementi, dall’estrazione alla raffinazione, sono dominate dalla Cina. E anche se Tesla possiede una fabbrica di batterie in Nevada e un impianto di lavorazione del litio in Texas, e «anche con una localizzazione aggressiva della catena di fornitura», l’azienda sottolinea che «alcune parti e componenti sono difficili o impossibili da reperire negli Stati Uniti».

L’invito alla Casa Bianca è insomma a «valutare ulteriormente le limitazioni della filiera nazionale per garantire che i produttori statunitensi non siano indebitamente gravati da azioni commerciali che potrebbero comportare l’imposizione di tariffe proibitive sui componenti necessari».

Tesla, in sostanza, è dipendente dall’estero. E la sua filiera, come quelle di tutte le case statunitensi, è integrata nel Nord America: anche se l’azienda assembla i suoi modelli negli Stati Uniti, importa comunque un quarto dei componenti dal Messico. Considerato poi che un veicolo può attraversare i confini statunitensi, messicani e canadesi anche più di sei volte prima dell’assemblaggio finale, i dazi del venticinque per cento sono una minaccia seria per gli automakers americani: nei primi undici mesi del 2024, gli Stati Uniti hanno importato parti di auto dal Messico per settantadue miliardi di dollari e per diciannove miliardi dal Canada. 

La filiera automobilistica nordamericana è estremamente complessa e, come detto, basata su continui spostamenti tra le tre frontiere che permettono di ottimizzare al massimo i costi di produzione. Questa situazione è il frutto di oltre trent’anni di unione commerciale – fu peraltro la prima amministrazione Trump a rinegoziare l’accordo di libero scambio regionale, da Nafta a Usmca – ed è impossibile stravolgerla in tempi brevi. L’industria statunitense dell’auto teme perciò che i dazi, facendo salire i costi, la metteranno in una situazione di svantaggio rispetto ai produttori giapponesi, coreani o europei, che hanno una minore presenza in Nord America e si riforniscono altrove.

I due quinti delle auto vendute da Stellantis negli Stati Uniti provengono dal Messico e dal Canada, scrive l’Economist: la società produce le Chrysler Pacifica e le Dodge Charger nell’Ontario, e un terzo dei pick-up di Ram Trucks vengono assemblati nel Coahuila. Delle storiche Big Three, General Motors è la più esposta ai dazi, dato che costruisce in Messico modelli popolari come i pick-up Chevrolet Silverado e GMC Sierra. Ford, al contrario, ha una forte base nazionale ed è quindi meno dipendente dal Nord America.

Le tariffe, inoltre, potranno rappresentare un ostacolo alla transizione alla mobilità elettrica, visto che diversi modelli a batteria – come la Mustang Mach-E di Ford e la Chevrolet Equinox EV di General Motors – concludono i loro cicli manifatturieri in Messico. A fine febbraio Stellantis, forse anche per l’incertezza creata dall’amministrazione Trump, ha sospeso il riassestamento dell’impianto nell’Ontario dedicato alla costruzione della Jeep Compass di nuova generazione, basata su un gruppo motore elettrico-ibrido.

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