Doppio standardIl giustificazionismo diffuso sugli attacchi agli ebrei nelle città occidentali

Che cosa succederebbe se neri, gay, arabi e altre minoranze non fossero liberi di girare in sicurezza? Succederebbe, giustamente, qualcosa. Succederebbe quello che non succede agli ebrei costretti invece a nascondersi per evitare di essere dileggiati o picchiati

(AP Photo/Ohad Zwigenberg)

Che cosa succederebbe se a Londra, a Parigi o a Sidney i neri girassero per le strade con la sicurezza di non poter girare in sicurezza? Che cosa succederebbe se a Los Angeles, a Dublino o a Milano i gay fossero costretti a nascondersi, perché non nascondendosi rischierebbero il dileggio o di essere picchiati? Che cosa succederebbe se a Toronto, a Madrid o ad Amsterdam fossero devastati i negozi gestiti da arabi?

Qualcosa succederebbe. Una quota non irrilevante di quelle società non si abituerebbe a quelle violenze discriminatorie e non le lascerebbe correre impunite. La stampa non si limiterebbe a farne la cronaca: le denuncerebbe, e denuncerebbe la pericolosa involuzione civile che le genera. Succederebbe, insomma, ciò che non succede se a Londra, a Parigi o a Sidney non sono i neri, ma gli ebrei, a girare per le strade con la sicurezza di non poter girare in sicurezza. Succederebbe ciò che non succede se a Los Angeles, a Dublino o a Milano non sono i gay, ma gli ebrei, a doversi nascondere per evitare il dileggio o di essere picchiati. Succederebbe ciò che non succede se a Toronto, a Madrid o ad Amsterdam non sono i negozi gestiti dagli arabi, ma quelli gestiti dagli ebrei, a essere devastati.

Lo slogan “Fuori i neri da Roma” susciterebbe qualche sincera indignazione della capitale democratica e richiamerebbe il dovere di denuncia delle più titolate rubriche antifasciste. Una sorte di cui non ha timore, nella città del rastrellamento del Ghetto, lo slogan “Fuori i sionisti da Roma”. Si può ripetere per la sinagoga incendiata, per il cimitero ebraico devastato, per il rabbino malmenato, per il bambino ebreo che davvero non ha ragione di sorprendersi – figuriamoci di lamentarsi, visto che c’è il genocidio, visto che c’è la pulizia etnica, visto che c’è l’apartheid a Gaza – se gli si grida assassino pezzo di merda figlio di puttana.

C’è qualcuno che assolve o anche solo spiega un atto di violenza contro i neri argomentando che non si fa, e che tuttavia i neri si sa che rubano? Sì che c’è, ma finisce anche lui, giustamente, in quelle requisitorie antifasciste. C’è qualcuno che scrimina o anche solo contestualizza l’insulto all’omosessuale spiegando che d’accordo, è sbagliato, ma insomma due che si baciano davanti ai bambini! Sì che c’è, ma nella Repubblica democratica dei diritti è l’occasione di una doppia denuncia: contro chi insulta la coppia gay e – anche più fortemente – contro chi si dà a giustificarla.

Ma per una sinagoga incendiata c’è il bombardamento dell’ospedale a Gaza, cari miei. Per un cimitero ebraico devastato ci sono milioni di palestinesi che muoiono di fame, perbacco. Per un rabbino pestato ci sono cinquantamila massacrati, porca miseria, che poi al centodieci per cento sono civili. E per un bambino ebreo cui va qualche insulto magari non troppo accettabile, ma dopotutto innocuo, ci sono tanti bambini palestinesi che muoiono assiderati: vediamo di tenere le proporzioni.

Quando Goebbels berciava che il popolo ebraico assisteva all’inevitabilità dello sterminio cui aveva contribuito essendo sé stesso, anticipava ciò che ottant’anni dopo avrebbero sussurrato le società contemporanee ereditiere dello stesso pregiudizio.

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