Epidemia silenziosa In Europa i giovani si sentono sempre più soli

Il senso di solitudine ha raggiunto livelli record, con la metà della popolazione che ne soffre e il quindici per cento che la sperimenta frequentemente. Le persone tra i sedici e i trent’anni sono tra i più colpiti, ma diversi Paesi stanno adottando nuove strategie per contrastare il fenomeno

AP/Lapresse

L’aumento della solitudine in Europa ha raggiunto livelli allarmanti, toccando la metà della popolazione: le trasformazioni demografiche e i nuovi stili di vita accentuano un senso di isolamento che non risparmia nessuno. Il Centro di ricerca della Commissione europea ha evidenziato questa sindrome della società moderna definendola una vera e propria epidemia; non è solo una questione emotiva, ma ha conseguenze dirette sulla salute fisica e mentale, paragonabili a quelle del fumo o dell’obesità. Uno degli aspetti più significativi degli ultimi studi è il cambio del target: la solitudine non colpisce prevalentemente gli anziani, ma in misura ancora maggiore i giovani tra i sedici e i trenta anni, a causa di fattori come la mobilità, la precarietà lavorativa e l’uso passivo dei social media. Nell’Unione europea, addirittura la metà dei cittadini dichiara di sentirsi sola regolarmente, e circa il quindici percento sperimenta una solitudine frequente. Nel 2018 il Regno Unito ha nominato il primo ministro per la solitudine e diversi Paesi europei, tra cui Germania e Paesi Bassi, hanno cominciato a trattare l’isolamento come una questione di salute pubblica. Nonostante ciò il problema rimane diffuso, e in crescita.

Uno studio del Centro di ricerca della Commissione europea, “Who Feels Lonely in the European Union?”, che ha coinvolto oltre ventisettemila persone, ha individuato i principali fattori che alimentano questo fenomeno: qualità e quantità delle interazioni sociali, cambiamenti di vita, condizioni socio-economiche e urbanizzazione. Soprattuto cambiamenti importanti – come la perdita del lavoro, la separazione o il trasferimento – possono peggiorare la situazione interrompendo i legami sociali. Alcuni gruppi specifici, inoltre, come persone con disabilità, minoranze, disoccupati e chi cambia frequentemente residenza, risultano più vulnerabili: politiche e campagne di sensibilizzazione devono quindi tener conto di queste dinamiche culturali e sociali per essere davvero efficaci.

Un elemento che contribuisce a spiegare l’aumento del senso di solitudine è l’uso intensivo dei social media, in particolar modo tra chi lo usa in maniera passiva, «scorrendo senza interagire». È questo comportamento che tende a incrementare il rischio, piuttosto che il tempo complessivo trascorso online. Oltre un terzo dei giovani tra sedici e trenta anni manifesta segnali di dipendenza dai social media, con circa il trentaquattro percento che trascorre più di due ore al giorno sulle piattaforme social, mentre il ventisei percento degli intervistati dichiara allo stesso modo di utilizzare gli strumenti di messaggistica per lo stesso lasso di tempo. Per chi ha più di trentuno anni, invece, le percentuali scendono rispettivamente al 13,1 per cento e all’8,8, con un dodici percento di soggetti che mostra comunque forme di dipendenza.

Dal punto di vista della distribuzione geografica invece, la solitudine appare più diffusa sia nelle aree rurali sia nelle grandi metropoli rispetto invece ai centri urbani di dimensioni intermedie: il motivo sembra essere la minore frequenza di interazioni sociali significative, che scarseggiano non solo nei luoghi più remoti, ma anche al polo opposto nei contesti più densamente popolati. Studi ripresi dal Centro rivelano anche come anche la pandemia da Covid-19 abbia aggravato il rischio di isolamento, intensificando gli effetti nei soggetti già a rischio.

I legami sociali sono quindi fondamentali: i giovani europei tra quindici e ventiquattro anni che sperimentano spesso la solitudine presentano, in media, due relazioni strette in meno rispetto ai loro coetanei, mentre gli over sessantacinque ne hanno addirittura cinque in meno. Con l’invecchiamento della popolazione, questo dato desta grande preoccupazione: diverse ricerche confermano che gli anziani soli corrono rischi più elevati di demenza, depressione e problemi fisici, mentre legami sociali forti si associano a una vita più lunga e in salute.

La solitudine va infatti intesa sia come «emotiva», quando indica la mancanza di un rapporto significativo con una persona importante o un amico stretto, oppure «sociale» quando si riferisce alla percezione di una rete sociale insufficiente, che include amici, vicini o colleghi. Il sentimento può essere transitorio o situazionale – manifestandosi solo in certi momenti a seguito di eventi specifici – o cronico, quando si fa sentire per la maggior parte del tempo.

«Il cinquantasette per cento dei giovani europei si sente moderatamente o gravemente solo», emerge dallo studio del centro di ricerca Bertelsmann Stiftung: “A Comparison of Youth Loneliness in Europe in 2024”. I dati concordano con la ricerca della Commissione: molti giovani adulti nell’Unione europea, dai diciotto ai trentacinque anni, condividono il peso della solitudine, un fenomeno che, in alcuni Paesi, si rivela particolarmente accentuato, come in Spagna, Francia, Belgio e da noi. Meglio invece Danimarca e Germania.

Un fattore di rischio evidenziato dallo studio è quello del livello di istruzione che si distingue come un elemento critico, suggerendo che la percezione del benessere sociale sia fortemente influenzata dalle opportunità formative: «le persone con una formazione elevata gestiscono meglio lo stress e coltivano relazioni sociali più solide», dato che «un reddito migliore consente una partecipazione più attiva alla vita sociale».

Una parte dell’analisi della fondazione tedesca dedicata alla composizione delle famiglie racconta un’Europa sempre più individualista: nel 2023 si contavano duecento milioni di nuclei familiari, di cui oltre settantatré milioni composti da un solo adulto senza figli. Questo tipo di famiglie è aumentato del ventuno percento dal 2013, evidenziando un passaggio costante verso strutture unipersonali che, potenzialmente, alimentano l’isolamento. E, di nuovo, dal punto di vista della salute, secondo la ricerca dell’istituto di Bertelsmann Stiftung «i risultati mostrano che chi si sente solo per la maggior parte del tempo è tre volte più propenso a valutare il proprio stato di salute come pessimo. Inoltre, le persone sole sono più inclini a soffrire di depressione e tendono a intraprendere comportamenti poco salutari, come fumare e seguire una dieta scadente».

Affrontare il problema richiede un approccio strutturato e politiche mirate. Tra le misure più urgenti, è fondamentale monitorare costantemente il fenomeno per identificare le fasce più a rischio e valutare l’efficacia degli interventi. Le iniziative locali, spesso portate avanti da Ong con finanziamenti insufficienti, necessitano di maggiori risorse per poter operare in modo più efficace.

Inoltre, la solitudine dovrebbe essere considerata nelle valutazioni di impatto delle politiche pubbliche, per evitare che nuove misure peggiorino la situazione. Una maggiore consapevolezza tra la popolazione è altrettanto essenziale: attualmente solo il quarantatré per cento degli europei conosce le iniziative contro la solitudine nel proprio Paese, con forti differenze tra i diversi Paesi.

Per i giovani, gli interventi contro la solitudine sono ancora limitati. Secondo le indagini dei ricercatori del Centro di ricerca europeo, una possibile strategia potrebbe essere l’integrazione del volontariato nei percorsi scolastici, così da rafforzare il senso di comunità. Gli studenti fuori sede dovrebbero ricevere maggiore supporto, con campagne di sensibilizzazione e misure mirate nei primi anni di università. È necessario anche studiare meglio l’impatto del lavoro remoto e dell’uso dei social media, che possono amplificare la solitudine tra i più giovani. E anche per la popolazione più anziana servono interventi specifici. La progettazione di spazi urbani e infrastrutture che favoriscano l’incontro e la socializzazione sembra possa avere un ruolo chiave.

Alcune città stanno già sperimentando diverse strategie multidimensionali, come la città di Barcellona, che combina urbanistica e servizi sociali e culturali per affrontare il problema della solitudine in modo più ampio. Alcuni punti del suo piano decennale “Municipal Strategy Against Loneliness 2020-2030” prevedono misure che mirano a facilitare l’accesso ad attività educative, culturali e ricreative per creare spazi di aggregazione, incentivare le relazioni dirette attraverso il dialogo intergenerazionale, trasformare e valorizzare gli spazi pubblici per favorire incontri e socializzazione, e sviluppare strumenti personali per affrontare il disagio emotivo nei momenti di transizione. Anche altri Paesi europei stanno adottando programmi finalizzati a ridurre la solitudine: dal Creative Ireland programme, all’iniziativa svedese del friluftsliv (vita all’aria aperta), fino alle esperienze di co-housing per anziani introdotte in Danimarca e Portogallo.

Infine, come afferma la Dr.ssa Anja Langness del Bertelsmann Stiftung, è fondamentale ricordare che «per ridurre efficacemente la solitudine tra i giovani, bisogna includere sistematicamente e in modo coinvolgente le loro prospettive nei processi di consultazione politica. Coinvolgere attivamente i giovani nella progettazione e nell’implementazione delle iniziative permette di creare soluzioni che rispondano davvero alle loro esigenze e che contribuiscano a farli sentire meno isolati».

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