La sera in cui Jovanotti si è abbattuto sul festival di Sanremo con un numero inverecondo di batteristi a cantare robe che in trent’anni non sono invecchiate di mezz’ora come quel verso sulle «facce meticce di razze nuove come il millennio che sta iniziando», un tizio sveglio che conosciamo entrambi mi ha mandato un messaggio.
Il messaggio faceva così: «Ammazza, l’amico tuo Lorenzo: notevole. Certo, averci i pezzi aiuta». Mentre lo ricopio, mi rendo conto che del messaggio va spiegato che non si tratta di mitomania per conto terzi, e il tizio non crede davvero che io sia amica delle popstar. «L’amico tuo», detto di gente di cui sei in grado di squarciagolare le canzonette, vale come «Tuo figlio» nelle discussioni tra coniugi: un esorcismo di presa di distanza da identità dalle quali è impossibile distanziarsi.
Il messaggio del tizio è la seconda cosa cui penso quando, ultima dopo che ne hanno scritto proprio tutti, vado a vedere il concerto di Lorenzo a Milano, il suo milionesimo concerto ma anche il primo. Il primo senza passerella per correre tra il pubblico, il primo dopo l’incidente del quale si è parlato più che di Corrado e Dora Moroni, con la differenza che per sapere di quell’incidente lì dovevi essere una lettrice di rotocalchi nel Novecento, per aver visto Lorenzo e il suo femore sbriciolato basta possedere un telefono (poi ci torniamo, a questo problema delle immagini nei telefoni, a questa inspiegabile passione di Lorenzo per il presente).
Il messaggio del tizio è la seconda cosa cui penso, giacché la prima, appena compare Jovanotti vestito di rosso come l’ho già visto in mille immagini sul telefono, è una scena che si svolse quando io avevo vent’anni e Lorenzo ventisei, e non so lui ma io neppure sapevo esistesse il Superbowl: l’americanizzazione dell’Occidente era ancora a un livello embrionale.
L’inverno del 1993, nell’intervallo del Superbowl, quel quarto d’ora in cui ogni anno una popstar fa un’esibizione di cui poi si parla per giorni, un certo Michael Jackson fece una cosa di cui si parla dopo decenni, e non perché quando hai in repertorio “Billie Jean” è normale che del tuo intervallo si parli più a lungo di quanto accada con le popstar stagionali. Certo, averci i pezzi aiuta – ma non è quello.
Anzi, se vogliamo cavillare, la scelta del repertorio, da parte di MJ, non fu certo di soddisfazione per noialtri del pubblico. Un minuto scarso di “Billie Jean”, e un’interminabile lagna sulla pace nel mondo coi bambini sul palco (allora dicevamo che pareva United Colors of Benetton, che oggi è un riferimento per antiquari un po’ come Corrado e Dora Moroni). Ma prima. Oh, prima.
Racconta il regista della serata che erano d’accordo, con Michael, che si togliesse gli occhiali. Si sarebbe abbassato gli occhiali da sole e solo allora i musicisti avrebbero attaccato, solo allora sarebbe cominciata davvero. Certo, era già comparso tra il fumo, uscendo da megaschermi, sputato da tecnologie che non fanno gran impressione ora che abbiamo tutti l’intelligenza artificiale nel telefono, ma allora ci sembrarono chissà che. Però poi era stato eruttato lì, su quel palco al centro del campo di football, ed era lì che tutti aspettavamo “Billie Jean”, ed era lì che “Billie Jean” non cominciava.
Chi è la popstar che si fida di più delle proprie pause che abbiate mai visto? Quella che riesce a star zitta su un palco sapendo che tutti aspettano parli e non facendosi prendere dalla smania di riempire il silenzio? Io sono indecisa tra Barack Obama e Louis CK – ma, certo, questo perché sto parlando di viventi, e perché, come qualunque persona assennata, considero Michael Jackson hors catégorie.
Quella sera il regista è in preda al panico, perché passano dieci secondi, poi venti, poi trenta, e quello non si abbassa gli occhiali da sole. Si sarà dimenticato del segnale concordato? È Michael Jackson, non diciamo sciocchezze: non si dimentica cosa deve fare in scena. Però è zitto e fermo su un palco da decine di secondi, ci sono centotrentatré milioni di americani davanti ai televisori accesi: hai voglia a staccare sul pubblico per movimentare, quello è zitto e fermo. A un certo punto volta la testa, ma gli occhiali mica li abbassa.
Lunedì sera, quando Lorenzo è uscito sul palco, e doveva fare “Montecristo”, e lo sapevo perché oltre ai meme ho nel telefono milioni di informazioni invasive ed è impossibile nel 2025 non sapere quel che trent’anni fa era facile ignorare, ovvero in che ordine vengano fatte le canzoni a un concerto che non hai ancora visto, quando Lorenzo è uscito sul palco e “Montecristo” doveva cominciarla lui, perché mica la attaccano i musicisti, ma lui non la cominciava, stava zitto e fermo e neppure aveva gli occhiali da sole, lunedì non ho pensato a cronometrare, perché avevo letto ovunque che c’erano i fiori nella scenografia ma nessuno mi aveva avvisata che faceva Michael Jackson senza occhiali da sole, e quindi non ero preparata e ora non so dire se sia arrivato all’interminabile minuto e mezzo per cui stette zitto quello lì, in quella sera in cui poi non ci fece “Billie Jean” per intero, se Lorenzo si fidi così tanto del suo silenzio da fare una pausa iniziale così lunga, nella sera in cui “Come musica” la farà in un medley, che non sarà come troncare “Billie Jean” ma insomma noi ex ragazze ex romantiche pensiamo: sei proprio uno stronzo.
Sei Jovanotti perché ti fidi del tuo silenzio, certo. Però non lo diventi, Jovanotti, ma soprattutto non lo resti per più di trent’anni, se non sei assai più bravo di me a fare tuo lo spirito del tempo. Non diventi Jovanotti senza sapere che il paragrafo precedente è un periodo di duecento parole, e sì bell’esercizio di fiato, e sì abbiamo capito che al linguistico si leggeva Proust, e sì tutto bene ma insomma chi si sobbarca tutte ’ste parole, su, la gente vuole i meme, mica le ipotassi: chi controlla i meme controlla il mondo, chi controlla le ipotassi parla da solo.
E quindi sullo schermo che sta dietro a Lorenzo e ai musicisti c’è una fiera di spirito del tempo, di intelligenza artificiale, di Lorenzo che si trasforma in Taylor Swift o in Bob Marley, di meme d’ogni sorta (sospiro angosciato del ceto medio complessato seduto attorno a me quando compare la Meloni con due meloni sui meloni), e io inorridisco ma è proprio allora che mi interessa: quando Lorenzo fa delle scelte che non capisco e magari imparo qualcosa, io che se vedo una gif ho una crisi di nervi e mi rassicura solo quel visual che c’è durante “Raggio di sole”, che sembra un Van Gogh passato all’Ikea.
In fondo è per quello che ci piacciono le canzonette, perché sono magie di cui è impossibile ricostruire la formula. Le cose che si capiscono sono per forza meno interessanti: ah, guarda, Lorenzo sostituisce l’agitazione fisica con le spiegazioni delle canzoni, passa da “101” a “Mi fido di te” come Mentana quando conduce il tg, eh si fa presto a dire che se cado cento volte mi rialzo centouno, ma da soli non ce la si fa, bisogna affidarsi a qualcuno che ci vuole bene, a qualcuno si cui ci fidiamo. Questo giochino qui lo capisco, è lineare, mi appassiona meno.
E anche il commercio della celebrità, valuta del presente, che è solido a ogni replica, prima del concerto Lorenzo passa dalla sala dove ci sono gli ospiti così può fotografarsi con tutti e tutti possono pubblicare le foto sui social ed è al tempo stesso la forma moderna dei rotocalchi del Novecento e la forma amatoriale dei duetti (in analfabetese: featuring) che si fanno acciocché su Spotify si moltiplichino gli ascoltatori, i fan di Tizio e quelli di Caio sono un doppio patrimonio che porta in dote la canzone che fanno insieme.
Il commercio della celebrità sorprende poche volte, e una è appunto poco prima del concerto di Jovanotti, quando nella sala dove poco prima gli smaniosi si facevano le foto arriva Marco Mengoni – giusto in tempo per scansare gli autoscattisti – e quasi tutti son già andati a sedersi per il concerto ma tra i pochissimi ancora in sala c’è Cristina Fogazzi, e qualcuno gliela presenta, e lui dice certo che so chi è, il depuff, e poi arriviamo alla magia delle canzonette ma per ora c’è questo momento eccezionale in cui tra quello delle canzonette e quella del contorno occhi la famosa è lei.
A un certo punto del concerto Lorenzo dal palco dirà che c’è nel pubblico appunto Mengoni, e per venti secondi nessuno ascolterà più quel che sta dicendo la popstar di turno, perché tutti si guarderanno intorno terrorizzati del massimo rischio che si corra in questo secolo: c’era uno famoso nel tuo stesso spazio, e tu non ti ci sei fatto la foto. Ma anche questo già lo sapevo (queste cose le sai, e sai dove comincia la grazia e il tedio a morte del vivere in provincia).
È l’ignoto, che appassiona me e decine di migliaia di persone che cantano versi senza senso in questa e altre serate. Se al milionesimo concerto della vita di Lorenzo e delle nostre siamo ancora qui, è un po’ per la regola di Bibi Ballandi (un tizio del Novecento su cui non esiste uno straccio di meme e che diceva che i grandi spettacoli sono fatti di ripetizioni, «la santa Messa non cambia mica mai»), e un po’ perché, quando le metti in musica, le ovvietà diventano grandi verità, siano esse «I giorni passano lenti, se li conti uno per uno aspettando una svolta» o «Be careful what you do, because a lie becomes the truth».
Domani, quando avrete la tentazione di difendere vostro figlio dalla maestra assurdamente esigente che vuole impari le poesie a memoria, provate a vederla così. Se siete venuti fino al forum di Assago e poi siete andati a casa contenti, non è per i meme, non è per controllare il decorso post-operatorio del cantante, non è per i discorsi sull’amicizia e sull’amore fra una canzone e l’altra. È per la cosa più prossima a un incantesimo o a una celebrazione religiosa che vi sia rimasta in questo secolo sbandato. Siete qui, masticando una gomma al gusto di dopobarba che non finisce mai tra mezzanotte e l’alba, per l’ultima ragione che muove le masse: le rime.