Presente assolutoSanremo, e l’emotività come spirito del tempo

Il Festival è fatto per rispecchiare il pubblico, questo pubblico che ha voglia solo di sentimentalismo

Lapresse

Cosa c’entra Dan Fogelman col festival di Sanremo? C’entra, perché nessuno più di Fogelman ha capito lo spirito del tempo, e – persino più delle sentenze di cui parlavo l’altro giorno – il festival di Sanremo di quello è fatto: assessori che chiedono più inquadrature dei fiori, e spirito del tempo.

È spirito del tempo Carlo Conti che dice che una cantante è già «stato a Sanremo», e non possiamo più dare per scontato che abbia sbagliato a leggere il gobbo: che ne sappiamo noialtri dei pronomi di ’sta tizia. È spirito del tempo la cantante della coppia che piace a tutti i giornalisti milanesi truccata in modo mostruoso, perché probabilmente farsi belle è patriarcale. È spirito del tempo – come sempre, più di sempre – la conferenza stampa.

Mentre su RaiPlay andava la conferenza del martedì, su Disney caricavano la quinta puntata di “Paradise”, serie distopica (mi scuso per la parola) scritta da Fogelman, già autore di quel raccapricciante concentrato di spirito del tempo che era “This is us”, e interpretata dall’unico attore non cane di “This is us”, Sterling K. Brown. Il presidente degli Stati Uniti e qualche migliaio di persone si rifugiano all’interno di una montagna in Colorado, dove viene costruito un ambiente somigliante in tutto e per tutto ai quartieri residenziali ora che l’aria della Terra è diventata irrespirabile. Brown è la guardia del corpo del presidente, il quale viene ucciso.

Mentre Carlo Conti piangeva (ora ci arrivo), io guardavo un flashback in cui il giovane presidente diceva al padre petroliere che non voleva più lavorare per l’azienda di famiglia: voleva insegnare al liceo. Col cazzo, gli diceva il padre. Tu discendi da uomini che hanno fatto grande questo paese, e non finirai a insegnare “Il giovane Holden”.

È solo uno dei dettagli che Fogelman mette lì per dire crudeltà, e che a me, poiché non sono adatta a condurre Sanremo, dicono altro. Per dire: nel crudele “Paradise” ricostruito in Colorado non si possono tenere animali domestici. Che orrore, dice lo spirito del tempo dei figli pelosi. Che meraviglia, sospiro io.

Poiché Fogelman è in sintonia con tutto lo spirito del tempo – i gruppi di mamme su Facebook, le pagine Instagram che ci incitano a essere noi stessi noistessamente, i giornali che mai si permetterebbero di farci notare che abbiamo più ambizioni che talenti, Sanremo che Dan potrebbe condurre assieme a Carlo – la scena in cui il padre impone ambizioni a un figlio che non ne ha serve a dirci che il padre è uno stronzo e il figlio una vittima. Io guardavo e pensavo: ha ragione il padre.

Quando una giornalista di Diva e donna ha fatto una domanda ai presentatori di Sanremo su ciò che insegnano ai loro figli, Carlo Conti s’è messo a piangere come un vitello raccontando che sua madre apparecchiava sempre. Giuro, il ricordo di sua madre era che, nonostante facesse due lavori per mantenere la prole dopo la morte del marito, non mancava mai di far trovare pranzo e cena pronti. È esattamente il ricordo che starebbe in uno sceneggiato scritto da Fogelman, è esattamente il ricordo che vuole sentirsi raccontare il pubblico medio, mediamente privo di aneddotica rutilante ma in grado di comprendere cose medie come l’amore filiale. (Naturalmente Conti dice che la madre gli ha insegnato l’onestà, e vi vedo che annuite, perché a nessuno hanno insegnato a evadere le tasse e a parcheggiare in doppia fila. I genitori tutti santi, e il 25 aprile i nonni cento milioni di partigiani).

Guardavo quell’irresistibile minuto di conferenza stampa e pensavo che la signora di Diva e donna era l’unica a mostrare d’aver capito che non del peso del voto della sala stampa (cioè: di cose che interessano solo ai giornalisti stessi), non dell’antifascismo (cioè: di cose che interessano solo ai direttori dei quotidiani), ma di sentimentalismo ha voglia il pubblico, è l’emotività lo spirito del tempo. (E, poiché siamo ormai tutti analfabeti, non si dice più «emotivo», parola della lingua italiana, ma «emozionale», parola dei listini delle spa dei grandi alberghi. Ieri il filmato del capo della chiesa cattolica, proiettato prima che cantassero Noa e Mira Awad, era segnato in scaletta come «clip emozionale»).

È spirito del tempo il pubblico dell’Ariston che piange alla canzone di Cristicchi sulla mamma vecchia (non ho capito se malata o morta: ho un problema con le canzoni col messaggio, tendo a non riceverlo).

È spirito del tempo Elodie in Prada che, a domanda «Voteresti Meloni?» (fascicolo delle domande che piacciono a chi fa i giornali e di cui non frega assolutamente niente a chi li legge – quei quattro rimasti), risponde «Manco se mi tagliassero una mano», iperbole un po’ a casaccio ma ottima per i clic.

È spirito del tempo Kim Rossi Stuart che compare, su Rai1, in uno spot del “Gattopardo” di Netflix – quello in cui, come spirito del tempo detta, Concetta avrà la sua rivalsa femminista – e dice «è cambiato tutto, c’è un altro uomo a condurre», e io non so se parli di Amadeus e Conti, se sia una réclame fatta apposta per metterla dentro Sanremo, o se parli dell’Italia risorgimentale e sia una battuta della serie: sono spirito del tempo io che non capisco quel che vedo.

È spirito del tempo Conti che non spegne il cellulare durante la diretta perché al puccettone di casa bisogna rispondere sempre, è spirito del tempo il puccettone di casa Conti che si lamenta che mammà non venga inquadrata, è spirito del tempo Conti che va dalla moglie in platea a dirglielo. 

È spirito del tempo Giorgia (la cantante mora, no la bionda di governo) che trent’anni dopo “Come saprei” è persino più gnocca di allora e illude tutte le vegliarde che il risultato sia alla loro portata, in un secolo che le pretende attraenti fino al giorno prima della cremazione.

E no, non importa se, come me, del Sanremo 1995 vi ricordate solo Anna Falchi che dice che sotto la sua gonna sta succedendo di tutto, non importa se di chi canta non v’è mai importato niente e vi pare che nessuno capisca poco l’Italia come chi parla di Sanremo come fosse affare di canzoni. Non importa neppure che il velatino Giorgia non lo metta sulle braccia perché diversamente dalla più parte di noialtre vegliarde non le ha smolle, non importa se il suo è bullismo e non incoraggiamento, perché lo spirito del tempo invece la inquadra così: ce la possiamo fare tutte, guarda lei.

È spiritissimo del tempissimo la vegliarda in platea, quella che quando Lorenzo Jovanotti entra d’oro vestito e da cento batterie preceduto, entra in teatro sull’attacco di “Il più grande spettacolo dopo il Big Bang”, è presente assolutissimo quella che gli si butta addosso, e non gliene importa niente se quello c’ha da cantare «Non ti confondere, prima di andartene, devi sapere che», lei deve urlargli «ti amo», lei è già tanto che non gl’ingiunga di fermarsi a farsi un selfie sennò come lo dimostra alla cognata che ha toccato Jovanotti.

Non è per nulla spirito del tempo, ma mi ha rallegrato la serata, il messaggio d’un uomo di televisione mentre Bergoglio veniva proiettato sullo schermo dell’Ariston come un superospite qualunque: «Il Santo Padre è con Caschetto, vero?». Certo, fa più ridere se avete quel po’ di contezza dei rapporti di forza nella tv italiana da sapere chi sia Beppe Caschetto e da rispondere che non può che essere così: solo Caschetto, l’Henry Kissinger della tv italiana, poteva al tempo stesso convincere il Papa a fare da introduzione a quella canzone che invoca «and no religion too», e far sì che un qualunque capo religioso togliesse a Jovanotti il privilegio di superospite unico della prima serata. 

X