Gioco di prestigioLa destra maschera le sue divisioni in politica estera dietro l’indecisione della sinistra

La maggioranza è divisa sul ReArm e sull’Ucraina, ma in parlamento si compatterà sulle comunicazioni della premier. Anche perché dall’altro lato della barricata nessuno fa notare le incoerenze e le distanze sui dossier più importanti del momento

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Più le opposizioni si dividono e più cresce la forza centripeta della maggioranza. Matteo Salvini e Antonio Tajani oggi e domani in Parlamento, in vista del Consiglio europeo di giovedì e venerdì, si compatteranno attorno alle comunicazioni della premier, facendo emergere plasticamente l’ordine sparso degli avversari. La maggioranza, che si era divisa all’Europarlamento sul ReArm Europe lanciato da Ursula von der Leyen, avrà gioco facile nel contropiede per mascherare l’equilibrismo di Giorgia Meloni e il putinismo della Lega. Sarà l’ennesimo espediente parlamentare, il solito gioco di prestigio che consentirà di dire nei talk show che, alla prova dei fatti, Salvini ha sempre votato con il resto della maggioranza, allineato e coperto. Invece dall’altra parte della barricata fanno fuoco e fiamme contro il governo, ma alla fine la sarabanda è perenne.

Servirebbe che tutto il Partito democratico avesse una linea chiara e lineare, come quella di Pina Picerno e quella che Carlo Calenda presenterà oggi al Senato con la risoluzione di Azione sulla scia di Strasburgo. Invece sono punti di contatto tra i due fronti, in negativo. Salvini e Giuseppe Conte sono sovrapponibili su tutta la linea. Meloni e Elly Schlein sono contrarie a truppe di volontari in Ucraina in caso di pace e tregua e frenano sui quaranta miliardi di aiuti a Kyjiv proposto da Kaja Kallas. Anche Giancarlo Giorgetti, come buona parte delle forze del centrosinistra, è contrario a fare più debito pubblico per aumentare le spese militari. Mentre da sempre il ministro della Difesa Guido Crosetto sostiene che le spese militari non dovrebbero rientrare nel patto di stabilità ma in una clausola di salvaguardia fuori dal deficit.

Ora invece il suo collega dell’Economia punta i piedi e dice che comunque i mercati giudicherebbero severamente l’Italia a causa dell’enorme debito pubblico già accumulato. Poi il ministro leghista si lamenta che adesso tutti hanno scoperto che bisogna armarsi e anche la Germania vuole fare debito perché conviene alle imprese tedesche. Come se il rilancio dell’economia tedesca non fosse di grande beneficio pure per quella italiana. Come se nel frattempo non fosse successo nulla nello Studio Ovale. Dovrebbe rivendicare, Giorgetti, il successo dell’Italia. Invece scarta e se la prende con Berlino.

Antonio Tajani gli risponde di stare calmo, di non guardare alla questione sicurezza e difesa solo in un’ottica settoriale. In una intervista a La Stampa ha ricordato che «i conti pubblici sono importanti, ma qui è in gioco la sicurezza nazionale. E poi, visto che il partito di Giorgetti è molto filo-Trump, non dimentichiamo che sono proprio gli americani a chiederci di spendere di più per la Difesa». Tutti guardano ai sondaggi. Nessuno ha il coraggio di fare i conti con chi non prende in considerazione gli interessi europei e ci vede come una noce da schiacciare e rendere vassalla.

L’ultimo sondaggio di Alessandra Ghisleri rivela che un italiano su due è contrario all’invio di armi all’Ucraina, uno su tre al riarmo europeo. I punti di contatto tra il grosso dei due schieramenti sono il riflesso di questi sentimenti degli italiani, per cui fino all’altro giorno Volodymyr Zelensky era un eroe, ora invece un peso a cui dare altri quaranta miliardi. E che Donald Trump ha definito un dittatore. Nessuno nella maggioranza è capace di fare scelte forti, coerenti, scomode. C’è chi se la prende con la Germania e chi, come Salvini, con il «matto» di Parigi, con Emmanuel Macron e le sue «velleità» militariste e nucleari.

Il presidente francese, certo, sta difendendo gli interessi della Francia, ma lo sta facendo attraverso l’Europa non perché è buono, ma perché da solo e senza un riarmo europeo non conta nulla tra i giganti carnivori. Come gli altri. Come Berlino, Madrid e Varsavia: capitali e leadership che difendono i loro Paesi non solo da Putin ma anche da Trump e dai suoi dazi.

Tutto questo oggi non emergerà nella risoluzione del centrodestra e della gran parte delle opposizioni. Roma disquisisce se il piano di von der Leyen debba chiamarsi ReArm, Meloni insiste su un vertice Usa-Ue che Trump snobba, Salvini considera i dazi un’opportunità, Tajani fa il Popolare in Europa e il timido in Italia. Zitti e buoni, perché l’imperatore può spazientirsi, come ha fatto con Zelensky nella drammatica scena nello Studio Ovale davanti alle telecamere. Forse la premier, in sede di replica, dirà che Schlein e compagni vorrebbero tanto che Trump rimanga il “cattivone” così possono continuare a fare polemica con il governo. Quando invece sta portando a casa la pace. E che il controllo americano delle terre rare è già di per sé una garanzia di sicurezza per l’Ucraina. Altro che volenterosi.

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