Quesiti linguistici«La gente dicono di tutto»? Risponde la Crusca

Manzoni lo usa nei “Promessi Sposi”. E anche diversi autori del Novecento utilizzano talvolta l’accordo con la terza persona plurale del verbo, soprattutto nel discorso diretto dei personaggi

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

La frase “la gente dicono”, con soggetto singolare e predicato plurale, costituisce un caso esemplare di accordo “a senso”. È evidente che l’incoerenza tra il singolare del sostantivo gente e il plurale del verbo dicono ha una motivazione semantica: quel nome ha infatti un valore collettivo. La categoria dei “nomi collettivi” è individuata già nella trattatistica grammaticale del Cinquecento: Pierfrancesco Giambullari (1495-1555), nelle sue Regole della lingua fiorentina (ed. a cura di Ilaria Bonomi, Firenze, Accademia della Crusca, 1986, p. 17), la utilizza appunto per i nomi che “significano moltitudine, come popolo, gente, turba”. In effetti il sintagma la gente indica un gruppo di individui, e pur essendo singolare equivale a le persone: è logico quindi che possa essere interpretato come un plurale e di conseguenza si appoggi sul plurale del verbo a cui si riferisce.

La pluralità semantica può indurre il parlante a una conforme pluralità sintattica. Alla base di costrutti come “la gente dicono” c’è appunto questo importante presupposto cognitivo, che in fondo giustifica il loro impiego almeno nella lingua parlata e di registro familiare, dove in effetti il fenomeno non manca di manifestarsi, oltre a vantare anche precedenti illustri. Si ricorderanno in particolare quelli dell’edizione definitiva dei Promessi Sposi: “La gente che si trovavan vicino a loro, si contentavano di guardargli in viso”; e va sottolineato che qui Manzoni, adeguando la lingua del romanzo al modello del fiorentino parlato, corregge il testo dell’edizione precedente, dove il soggetto era non “La gente” ma il più disciplinato e scontato plurale “I popolani” (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi. Nelle due edizioni del 1840 e del 1825-27 raffrontate tra loro, a cura di Lanfranco Caretti, Torino, G. Einaudi, 1971, vol. II, p. 302).

Anche diversi autori del Novecento utilizzano talvolta l’accordo a senso di gente con la terza persona plurale del verbo, soprattutto nel discorso diretto dei personaggi. In Paesi tuoi (1941) di Pavese, per esempio, il fenomeno compare ripetutamente: “Dico, chi sono questa gente che l’hanno con lui?”; “questa gente hanno sonno” (Cesare Pavese, Opere, Torino, Einaudi 1968, vol. II, pp. 29 e 73). Ma di norma, con gente così come con altri nomi collettivi (gregge, sciame, folla, moltitudine, flotta, gruppo, classe, squadra), l’italiano scritto di registro formale richiede l’accordo al singolare, specialmente nei testi di tipo informativo e argomentativo, dove lo scrivente è tenuto alla massima accuratezza e consequenzialità.

In frasi come “Sono povera gente” o “Sono una classe affiatata” il verbo anteposto potrebbe riferirsi a un ipotetico soggetto sottinteso come “loro”, “queste persone”, “gli studenti” e simili. Anche nelle allocuzioni come “Venite, gente! Venite!” la parola gente non è propriamente il soggetto dei verbi all’imperativo, ma ha una manifesta funzione vocativa, che la punteggiatura provvede a evidenziare. In entrambi i casi ora citati, tuttavia, la forma plurale del verbo è certamente favorita dalla contestuale presenza del nome collettivo.

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