Quesiti linguisticiTutti i modi per dire «vicino», spiegati dall’Accademia della Crusca

Adiacente, attiguo, contiguo, limitrofo: quali forme può assumere in italiano il concetto di immediata vicinanza?

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Cominciamo col dire che, nello stesso àmbito semantico, sono disponibili, come vedremo, altri aggettivi, spesso presentati come sinonimi nei dizionari, ma in realtà non sempre sovrapponibili per significato o per contesto d’uso: finitimo e contermine; ravvicinato, accostato (nell’uso toscano accosto), attaccato (di uso familiare; regionalmente, anche appiccicato); e i più generici prossimo, vicino, circostante e circonvicino. In vari quesiti posti dai lettori traspare l’aspettativa di un chiarimento che possa essere rilevante per la corretta lettura di una norma o per fini giudiziali: a questo proposito, dopo una disamina dei singoli quesiti e delle rispettive risposte, aggiungeremo una postilla finale.

Adiacente: costruzione e significato

Il primo quesito («È più corretto dire “adiacente la casa” oppure “adiacente alla casa”?») ci viene posto da otto lettori e lettrici, di varia provenienza.

Va senz’altro detto che la costruzione corretta è quella adiacente a, quindi indiretta, con reggenza preposizionale in a, secondo l’uso attualmente prevalente e nel rispetto della tradizione. La necessità di esprimere un complemento (o un argomento, utilizzando un termine tecnico della linguistica moderna) è posta dalla derivazione verbale dell’aggettivo: dal punto di vista etimologico, infatti, adiacente deriva dal latino adiacentem, participio presente del verbo intransitivo adiacēre, che, riferito a entità spaziali, significa ‘stare accanto, giacere a fianco; estendersi, distendersi, collocarsi, essere situato vicino a’. Il verbo latino si costruiva con ad + accusativo (meno comunemente con il dativo). Pertanto, anche l’italiano adiacente, nel senso di ‘che sta accanto a, prossimo a’, richiede un complemento ed eredita dal latino la reggenza con la preposizione locativa a.

Precisiamo però che l’aggettivo può essere usato anche in modo apparentemente assoluto (la casa adiacente; in geometria, con significato specifico, angoli adiacenti): in questi casi si verifica un’ellissi di un complemento, che è deducibile però dal testo o dal contesto (l’abitazione e il giardino adiacente: si intende, adiacente all’abitazione), ovvero si tratta di usi in cui l’aggettivo, al plurale, abbia valore reciproco: angoli adiacenti, case adiacenti (si intende, l’una rispetto all’altra). Ma laddove segua un argomento, la disamina lessicografica, l’analisi dei testi e l’uso corrente dimostrano agevolmente che la costruzione indiretta del complemento è la più diffusa: il Grande Dizionario della Lingua Italiana (GDLI), maggiore interprete della tradizione della nostra lingua, riporta esempi dal Trecento alla metà del secolo scorso, tutti con la costruzione preposizionale in a; una recente indagine, fondata sulla consultazione del PTLLIN Primo Tesoro della Lingua Letteraria Italiana del Novecento curato da Tullio De Mauro, e in particolare sui romanzi vincitori del Premio Strega dal 1947 al 2006, ha verificato che su 23 casi pertinenti, 21 volte adiacente è seguìto dalla preposizione. D’altra parte, la solidità della costruzione è mantenuta anche dall’analogia con altre costruzioni locative, più diffuse e direttamente confrontabili: vicino a, accanto a, accosto a, a fianco a, intorno a, prossimo a e simili, che richiedono senza dubbio la preposizione.

Vero è che in latino era possibile anche la costruzione diretta con l’accusativo semplice, come accadeva spesso nei verbi intransitivi ove si avvertisse la presenza della preposizione nella composizione del verbo (adiacēre è composto di ad + iacēre), così da evitare la ridondanza preposizionale. Ma non crediamo che oggi tale consapevolezza, tipicamente dotta, possa influire sulla soppressione della preposizione nell’italiano, né tanto meno autorizzare il costrutto. Sulla costruzione diretta avrà piuttosto influenza, oltre alla generale tendenza alla semplificazione grammaticale e allo smarrimento della derivazione verbale di adiacente nella coscienza etimologica del parlante, l’analogia con i seguenti fenomeni, originariamente non corretti ma oggi molto frequenti, e non solo nell’uso informale:

1. l’omissione della preposizione a in locuzioni preposizionali come riguardo a “con riferimento a, in quanto a” (riguardo l’accaduto, riguardo la scuola, ecc.; ma la preposizione si mantiene nella versione più colta con riguardo a), e altre con valore propriamente locativo: vicino a (è il tipo vicino casa, vicino scuola), intorno a. Si osservi che anche riguardo a, in quanto connesso con sguardo e guardare, rivela, pur nell’uso figurato oggi esclusivo, un’origine locativa. Su riguardo a l’Accademia della Crusca si è già espressa in questo articolo.

2. la costruzione diretta di alcuni participi presenti del tipo inerente, attinente, afferente, prevalentemente di ambito burocratico, sui quali la Crusca è già intervenuta, rinviando alla nota che Valeria Della Valle e Giuseppe Patota hanno dedicato alla questione nel loro Il Salvaitaliano (Milano, Sperling & Kupfer, 2000, p. 218). Al modello corretto di facente, ledente, implicante invocato dagli autori, aggiungerei soprattutto l’analogia con la costruzione diretta di riguardante, in questo caso corretta, e del meno comune prospiciente.

Riguardo invece al significato di adiacente, sul quale diversi lettori hanno richiesto il nostro parere (quale sia la differenza fra adiacente e contiguo, e se adiacenza implichi sempre accostamento, contatto, ecc.), va detto subito che non è sempre possibile definire in modo univoco la semantica dell’aggettivo, che può variare in base ai contesti: adiacente può infatti significare sia ‘vicino’, sia ‘confinante, attaccato’ (questa la definizione del GDLI: “posto vicino, accosto, a fianco; attiguo, contiguo, confinante”, con riferimento a luoghi, terre, spazi, edifici; in modo analogo si esprimono diversi dizionari dell’uso). Come vedremo, la stessa indeterminatezza caratterizza l’uso che in vari contesti viene fatto di voci analoghe come attiguo, contiguo e limitrofo.

In effetti, una strada adiacente può essere una via parallela, con un isolato interposto (nell’espressione la piazza e le vie adiacenti l’aggettivo indica genericamente le vie intorno, le strade vicine); e con adiacenze si intendono ‘i dintorni, il circondario’. Pertanto, adiacente non è sempre sinonimo di confinante (e in tal senso risulterebbe imprecisa la definizione di confinante riportata in un moderno dizionario dell’uso: “Che è o che sta in un territorio o in un’abitazione adiacente”). Solo nel significato tecnico della geometria, con riferimento ad angoli e lati, adiacente implica contatto diretto. È possibile che questo uso più specifico, che ricorre in nozioni elementari di geometria scolastica, condizioni anche il significato comune di adiacente. E probabilmente per questo motivo anche nel settore tecnico dell’edilizia e della disciplina del territorio i concetti di adiacente e di adiacenza, riferiti a locali, manufatti o terreni collocati sullo stesso piano, sembrano più spesso implicare una immediata contiguità, senza interposizioni che non siano rappresentate da un confine fisico o materiale. In passato, per indicare un contatto immediato, era anche possibile utilizzare aderente: “La porticina […] metteva in camera di Elia, aderente alla mia” (Vittorio Alfieri, Vita).

Detto questo, e tenendo in conto la possibilità di usi più generici, sembra comunque improprio definire adiacente una farmacia “collocata a circa metri 500 da un Centro Commerciale” (come scrive un nostro lettore); né si direbbero adiacenti terreni che semplicemente insistano sullo stesso territorio (quesito di un altro lettore).

Attiguo e contiguo: sono sinonimi?

Veniamo ora ad analoghi quesiti, posti da due lettori e una lettrice: la differenza di significato fra attiguo e contiguo e il loro corretto uso.

Va osservato in primo luogo come non sempre due o più termini che condividano astrattamente lo stesso significato risultino di fatto utilizzabili nelle stesse situazioni comunicative, e siano quindi sempre scambiabili e dunque realmente sinonimi: potrebbe esserci infatti una differenza di stile, ovvero una delimitazione di contesti d’uso, per cui alcuni termini vengono utilizzati solo con riferimento a determinati argomenti (non si direbbe poltrone limitrofe: vedi oltre). D’altra parte, non sempre è possibile invocare l’etimologia per determinare l’uso corretto di una parola: nel corso della storia linguistica è infatti del tutto normale, né deve essere visto come fenomeno negativo, che le parole modifichino il proprio significato o ne sviluppino altri, per lo più a partire da un’estensione o da una restrizione di quello originario.

Passando quindi ad attiguo (“assai vicino, che confina; prossimo; adiacente”) e contiguo (“che sfiora, che è accostato a un’altra cosa in modo da toccarla; posto nella vicinanza immediata, prossimo; vicino; confinante; che si trova, che abita nei pressi”), osserviamo che le definizioni del GDLI appena menzionate, come quelle di altri dizionari storici e dell’uso, non rilevano particolari differenze semantiche fra i due termini: perché se è vero che l’uno e l’altro sembrano presupporre un effettivo accostamento e contatto (secondo l’etimologia, entrambi dal verbo latino tangĕre ‘toccare’; in tal senso il sinonimo più adeguato, nell’uso familiare, sarebbe attaccato), è altrettanto dimostrabile che sia attiguo sia contiguo possano essere utilizzati anche con il significato più generico di ‘molto vicino, prossimo’, quindi senza necessità che gli elementi così avvicinati si incontrino. Fra ciò che, rispetto a un altro elemento, è “vicino, circostante”, oppure “accostato” o infine “coincidente”, esistono differenze reali che non sempre il nostro repertorio lessicale esprime in modo univoco. La distinzione, nel senso di una progressiva restrizione della distanza, è bene osservabile in questa definizione che della voce Castello ci offre il Tommaseo vocabolarista, autore del più importante dizionario italiano dell’Ottocento (Tommaseo-Bellini 1861-1879): “Grandioso edifizio di abitazione signorile, isolato generalmente sopra un poggetto che può trovarsi fra campagne ovvero prossimo, attiguo e talvolta anche posto nel centro di un borgo o città…” [corsivo nostro].

Osservo di passaggio che la minore distanza fra due spazi, terreni, enti amministrativi, ecc., può essere espressa con il latinismo viciniore, a dire il vero tipico del linguaggio burocratico, che significa appunto ‘più vicino’ (la sede viciniore; nei centri viciniori; il termine deriva dal comparativo di maggioranza del latino vicinus, ma l’articolo determinativo, che pressoché sempre precede il nostro termine, attesta che nell’uso italiano viciniore rappresenta un superlativo relativo, ed è quindi sinonimo di prossimo nel significato etimologico del termine).

Tornando ad attiguo e contiguo, una nota dello stesso Tommaseo privilegia il senso più ristretto di contiguo: “Dicesi delle parti componenti un corpo fra di loro separate, ma che l’una sia al contatto dell’altra”. Interessante, ma forse non del tutto persuasiva, l’osservazione presente nel Dizionario dei sinonimi della lingua italiana di Niccolò Tommaseo e Giuseppe Rigutini (Milano, Vallardi, 1925, 2a edizione; la prima edizione, pubblicata senza data, è del 1905): “Attiguo è men di contiguo; s’accosta, ma non combacia, se non forse in uno o in pochi punti”.

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