Sinistra, batti un colpoLe cinque Italie delle disuguaglianze oltre l’asse Nord-Sud

Secondo il nuovo report della Fondazione Friedrich Ebert, se si considerano altre variabili oltre il Pil emerge una geografia della ricchezza molto più complessa. Ecco perché servirebbe una politica industriale “place-based” e i partiti progressisti dovrebbero occuparsene

(Unsplash)

Non basta la sola questione meridionale a spiegare le disuguaglianze italiane. La geografia delle fratture economiche e sociali è molto più complicata della classica distinzione tra Nord e Sud. Le aree depresse e quelle in cui si vive bene possono trovarsi tanto al Settentrione quanto nel Meridione, tanto nel centro delle città quanto in periferia. E spesso, a fare la differenza sono i sindaci e gli amministratori pubblici.

Secondo il nuovo report “Italia (ancora) diseguale” della Fondazione Friedrich Ebert, esistono infatti ben «Cinque Italie». Francesco Pronta, professore dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, e Lorenzo Cicatiello, che insegna all’Orientale di Napoli, hanno analizzato nel dettaglio le 107 province italiane andando oltre il Pil e considerando sei indicatori diversi: economia e mercato del lavoro, capitale umano, demografia, servizi, qualità della vita e capitale civico. Tenendo conto di queste sei variabili, sono stati individuati quindi cinque cluster a «cinque velocità», che si muovo ben oltre l’asse Nord-Sud. Le province più ricche tendono ad avere migliori amministrazioni, le più povere soffrono di carenze amministrative. Ma ci sono delle eccezioni.

Il primo cluster, “Rooted innovation with risks of social exclusion”, è quello più ricco delle grandi città del Centro-Nord – Bologna, Firenze, Milano, Roma, Torino – e dei distretti industriali – Modena, Parma, Pisa, Pordenone, Reggio Emilia, Rimini. Qui il tasso di occupazione medio arriva quasi al 70 per cento, i salari sono alti e c’è una forte tendenza all’innovazione. Fa da contraltare, però, il forte rischio di esclusione sociale per chi ha stipendi bassi a causa dell’alto costo della vita. Le case, in particolare, in queste province sono le più care d’Italia, anche per via dell’alta domanda dei tanti che si trasferiscono in metropoli come Milano e Roma. E anche la disponibilità di medici è meno alta che altrove per lo stesso motivo.

Nel secondo cluster, “Strategic industrial location”, si trovano le province del Nord a forte vocazione industriale e manufatturiera. Quest’area comprende le province del Veneto, Lombardia e Trentino-Alto Adige con tassi di occupazione, stipendi e innovatività molto alti. Ma l’offerta culturale è bassa: anzi, il numero di librerie è il più basso tra tutti i cluster e il numero di musei è al di sotto della media nazionale. Un aspetto preoccupante in alcune province, come Bolzano e Vicenza, è anche l’alto numero di Neet, i giovani che non lavorano, non studiano e non seguono percorsi di formazione.

Il terzo cluster, “Balanced living”, è quello della “dolce vita”, con un equilibrio tra economica, qualità della vita e accesso ai servizi. In quest’area rientrano le province della Liguria, Umbria, Marche, Valle d’Aosta, oltre ad alcune province della Romagna, del Piemonte e della Toscana, ma anche Pescara e Cagliari. I salari sono poco più bassi dalla media nazionale, il tasso di occupazione è più elevato e ci sono meno Neet rispetto alla media nazionale. I servizi restano più accessibili rispetto ai primi due cluster, con prezzi delle case e medici di famiglia in linea con la media nazionale. I servizi per l’infanzia sono al di sopra della media e anzi spesso in crescita più della media, come a Udine, Prato e Forlì-Cesena. In più, l’offerta culturale, il capitale civico e la partecipazione hanno valori superiori a quelli degli altri cluster. Unico dato allarmante è l’invecchiamento della popolazione.

Con il quarto e il quinto cluster, si va a scendere nella qualità della vita. La “Quarta Italia” prende il nome di “Struggling intersections” e comprende le zone del Centro-Sud con potenziale economico e sociale inespresso, ovvero le province del Lazio (Roma esclusa), Abruzzo (Pescara esclusa), Molise, Basilicata, e le province di Benevento, Avellino, Bari, Brindisi, Lecce, Catanzaro, Ragusa, Oristano, Nuoro e Sassari. Queste zone rappresentano, secondo lo studio, un «ponte», non solo geografico, tra panorami socio-economici diversi. Il tasso di occupazione e gli stipendi sono bassi. La quota di laureati è leggermente al di sotto della media nazionale, in più la scarsa propensione alla brevettazione suggerisce una carenza di innovazione, pur con alcune eccezioni come Viterbo. Anche l’offerta culturale e la disponibilità di musei è piuttosto scarsa, nonostante il ricco patrimonio. Questi dati negativi si accompagnano però a una discreta vivibilità per donne e anziani, con case molto accessibili e a una buona disponibilità di medici di base.

L’ultima Italia, quella delle “Structural challenges” è composta da tutte quelle province, soprattutto al Sud ma non solo, con forti ritardi strutturali e livelli di disoccupazione e povertà alti, forti flussi migratori in uscita e bassi investimenti in istruzione e cultura. Sono le province di Caserta, Napoli, Salerno, Barletta-Andria-Trani, Foggia, Taranto, le province calabresi eccetto Catanzaro, quelle siciliane tranne Ragusa, e la provincia del Sud Sardegna. Alcune di queste zone sono storicamente tra le più povere in Italia, con un alto tasso di Neet e una percentuale molto bassa di laureati. I prezzi delle case sono più bassi della media nazionale, la disponibilità di medici per abitante è più elevata rispetto alla media nazionale, e anche i musei sono tanti. Ciononostante, la qualità della vita di donne e anziani è la più bassa di tutto il territorio nazionale.

Oltre alla classificazione del tutto innovativa, lo studio mette poi in relazione le caratteristiche dei cinque cluster con la capacità amministrativa dei territori. Dai dati viene fuori che non basta essere una provincia ricca per avere una buona amministrazione e viceversa, ma tendenzialmente esiste una convergenza tra migliori condizioni socioeconomiche ed elevata capacità amministrativa. Gli enti locali – spiegano gli autori dello studio – sono in prima linea nella gestione degli interessi dei territori. Ma sono richieste competenze tecniche e amministrative sempre più elevate per fare un buon lavoro. Basta pensare alla pianificazione e attuazione degli investimenti del Pnrr: c’è chi ci è riuscito e chi no.

Per questo motivo, la capacità amministrativa – misurata con indicatori come capacità di riscossione delle tasse, numero di progetti del Pnrr, quota di laureati, giovani e donne tra il personale – è considerata dagli autori dello studio una variabile cruciale per determinare il destino di una città.

Le province più avanzate delle prime due Italie tendono ad avere maggiori capacità di gestione delle risorse e degli investimenti. Al contrario, le province più in difficoltà soffrono di carenze amministrative che finiscono per diluire l’efficacia dei finanziamenti pubblici. Esistono però delle eccezioni: ci sono tredici province nel Sud e nelle isole – Bari, Brindisi, Chieti, L’Aquila, Latina, Lecce, Matera, Nuoro, Oristano, Rovigo, Sassari, Teramo, e Viterbo – che hanno un’alta capacità amministrativa a fronte di indicatori socio-economici mediocri. Questa combinazione, spiegano Pronta e Cicatiello, suggerisce che «una maggiore presenza di risorse permetterebbe di sbloccare un potenziale di crescita che, ad oggi, rimane inespresso per mancanza di fondi».

La Sicilia, in particolare, presenta le peggiori performance sul fronte della capacità amministrativa. Da un lato, l’isola spicca per la più alta percentuale di sindaci giovani e donne. Dall’altro, meno dell’1 per cento del personale amministrativo è sotto i 35 anni e solo il 12 per cento è laureato. Un profondo squilibrio tra il potenziale rappresentato dalle leadership locali e la debolezza strutturale delle amministrazioni che potrebbe compromettere la capacità della regione di implementare efficacemente politiche pubbliche e di attrarre investimenti, spiegano.

Il rapporto propone una nuova strategia di rilancio degli investimenti pubblici, partendo dal rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea. E seguendo tre punti fermi. Il primo: ridurre le disparità nell’accesso alla sanità. Il secondo: investire in istruzione e sviluppo delle competenze a cominciare dalle università. Ma niente politiche «a pioggia»: il terzo punto è lo sviluppo di una politica industriale “place-based”, cioè basata sulle specificità locali. Non si tratta solo di distribuire più risorse, ma anche di rafforzare la capacità degli enti locali di impiegarle in maniera efficace.

Per un Paese come l’Italia con profonde disparità territoriali, ma con grandi riserve di talenti e capacità sottoutilizzate, «una politica industriale “place-based” può rappresentare un approccio efficace allo sviluppo economico», si legge. «Le politiche industriali non devono essere viste solo come un mezzo per promuovere il cambiamento strutturale, l’innovazione e la crescita economica, ma piuttosto come uno strumento attraverso cui perseguire obiettivi sociali». Le «Cinque Italie» che emergono, concludono gli autori, mostrano quanto sia necessario che il tema delle disuguaglianze territoriali «riceva un’attenzione molto maggiore da parte delle forze politiche progressiste, se si vogliono contrastare i movimenti populisti di destra e ricucire un rapporto, che si è spezzato, con i cittadini». È un programma di governo, in attesa che qualcuno lo colga.

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