La leggenda narra che, nel 2004, l’allora ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, si oppose al progetto di taglio delle tasse, promosso dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il quale intendeva introdurre piccoli sgravi per tutti. Per esprimere la sua perplessità, Siniscalco utilizzò la metafora del tegolino: se si dà un tegolino intero a un bambino, questi sarà sicuramente contento; anche due bambini, ai quali si offra metà dolcetto ciascuno, si dichiarerebbero soddisfatti. Tuttavia, se quel dolcetto venisse suddiviso tra cinquanta o cento persone, ognuna riceverebbe solo una briciola — tanto poca che nessuno se ne accorgerebbe, né, tantomeno, si sentirebbe appagato, anzi.
Purtroppo la soluzione delle briciole è spesso la preferita dagli esecutivi italiani. Un esempio è costituito dagli interventi del 2024 del governo Meloni, dalla riforma dell’Irpef alla conferma delle varie decontribuzioni per chi percepisce stipendi bassi o per le donne dipendenti con figli a carico, fino al cosiddetto bonus Natale di cento euro per lavoratori con figlio a carico e meno di ventotto mila euro di reddito.
La misura più pesante ha riguardato i dipendenti, in cui l’effetto della decontribuzione totale o parziale (del sei per cento in meno sotto i trentacinque mila euro l’anno e del sette per cento in meno sotto i venticinque mila), si è unito all’eliminazione di uno scaglione Irpef, quello del venticinque per cento, e all’incremento delle detrazioni e della no tax area. Ha riguardato ben il 44,9 per cento delle famiglie, generando, però, un beneficio medio netto solo dell’1,2 per cento per ognuna di esse.
Non solo: il segmento della popolazione che ha visto più nuclei interessati, il 50,8 per cento, non è stato quello meno abbiente, ma quello medio, il terzo quintile, in cui sono comprese le famiglie che sono più ricche del quaranta cento più povero, ma meno facoltose del quaranta per cento più ricco. Al contrario, nel venti per cento meno abbiente i beneficiari sono stati il 40,1 per cento e ognuno di essi ha guadagnato duecentottantaquattro euro, meno dei cinquecentottantotto euro incamerati mediamente dai nuclei del terzo quintile e molto meno degli ottocentosessantasei del quinto quintile, cioè il venti per cento più facoltoso della popolazione.
Dati Istat
Per i più poveri l’incremento percentuale dei redditi, dell’1,4 per cento, è stato un po’ più alto di quello dei più ricchi, dello 0,9 per cento, perché la base di partenza era molto bassa, ma il dato saliente è che delle risorse messe a disposizione dallo Stato. La maggioranza, rispettivamente il 27,8 e il 24,2 per cento, è andata ai quintili più abbienti, il quarto e il quinto. Solo l’8,4 per cento è stato destinato a chi ha di meno, cioè al primo quintile.
Dati Istat
Questo andamento è ancora più evidente nel caso delle famiglie che hanno beneficiato solo della riforma dell’Irpef, perché all’interno di esse non ci sono dipendenti, o questi non rientrano nei casi interessati dalle decontribuzioni. In media si tratta del 36,8 per cento dei nuclei familiari, ma tra i più poveri sono solo il 10,6 per cento, che diventa il 56,7 per cento nel quintile più ricco. Le famiglie che appartengono a quest’ultimo hanno guadagnato trecentocinquantacinque euro ciascuna, contro gli ottantotto che hanno ricevuto le poche famiglie beneficiarie del primo quintile, quello di cui fa parte il venti per cento più povero. Per queste ultime il reddito è cresciuto solo dello 0,4 per cento, meno della media.
Dati Istat
La ragione di tali numeri è chiara: questi interventi o presuppongono l’esistenza di un lavoro dipendente, come nel caso delle decontribuzioni, o si basano sulla presenza di un gettito dell’Irpef, che naturalmente è maggiore per le famiglie più benestanti, essendo la tassazione progressiva. Alcune misure, come l’aumento della no tax area e l’eliminazione dell’aliquota del venticinque per cento, sono anche a favore dei più ricchi, almeno per la parte del loro reddito che rientra in quegli scaglioni. Molti nuclei poveri, in quanto tali, non hanno, invece, un imponibile o ne hanno uno bassissimo e al loro interno spesso non ci sono lavoratori, e per questo non possono beneficiare di interventi di questo tipo.
Solo l’indennità di cento euro, limitata a chi ha meno di ventottomila euro di reddito, ha favorito un po’ di più il primo quintile, quello dei meno abbienti: ne ha beneficiato il 15,6 per cento di esse, contro il 3,7 per cento dei più ricchi, ma per i più poveri il guadagno è stato comunque veramente limitato, dello 0,4 per cento, briciole.
Dati Istat
Nel 2024 solo il 46,7 per cento delle famiglie che fanno parte del venti per cento più povero ha visto aumenti di reddito, al contrario del 93,4 per cento di quelle del quintile più ricco o del novantaquattro per cento di quelle del quarto quintile, comunque più benestanti della media. I meno abbienti che hanno avuto qualche beneficio, cioè meno della metà del totale, hanno guadagnato trecentotrentanove euro in più, contro i cinquecentosessanta ricevuti dai più ricchi, che tra l’altro sono andati a quasi tutte le famiglie che fanno parte di questo segmento.
Dati Istat
Questo dato fa pensare: il 27,3 e il 28,3 per cento di quanto ricevuto dagli italiani per le misure del Governo del 2024 sono andati rispettivamente al segmento più ricco e al secondo più ricco e solo l’8,3 per cento a quello più povero.
Dati Istat
Non solo, il 17,4 per cento delle famiglie che fanno parte di quest’ultimo hanno subito un calo dei redditi l’anno scorso, cosa che non è accaduta al novantotto-novantanove per cento dei nuclei degli altri segmenti. Il motivo è l’eliminazione del Reddito di Cittadinanza, che non è stato compensato dall’introduzione del Reddito di Inclusione, il quale ha aumentato le entrate solo del 2,3 per cento delle famiglie meno abbienti. Il risultato è che questo 17,4 per cento che ci ha rimesso mediamente ha perso il 23,2 per cento del proprio reddito.
Il dato si può leggere in molti modi, anche in base alla propria impostazione ideologica. L’aumento delle disuguaglianze può non essere centrale se, legittimamente, si ritiene che il Reddito di Cittadinanza fosse troppo generoso e scoraggiasse la ricerca di un lavoro. È un’idea singolare, in realtà, considerando che negli ultimi cinque anni, mentre era in vigore il RdC, c’è stato un boom occupazionale concentrato proprio nelle aree in cui era più utilizzato, nelle regioni meridionali.
È poco efficace distribuire a pioggia risorse che, spalmate così, generano incrementi del reddito di circa l’uno per cento, in termini reali quindi anche meno, utili spesso solo a contrastare il fiscal drag causato dall’inflazione. Eppure siamo quel Paese in cui in dieci anni le entrate delle fasce più fragili, quelle rappresentate da chi guadagna la metà o i due terzi della media, sono salite di poco più del dieci per cento, molto meno del carovita, mentre in Europa di circa il trenta per cento.
Dati Eurostat
Interventi più mirati e concentrati, vista la situazione, sarebbero stati più efficaci. A dominare però, anche e soprattutto con il governo di destra, è ancora un misto di eredità della Democrazia cristiana e del berlusconismo (quello che voleva accontentare «le mamme e le nonne»), l’imperativo è piacere a tutti, o quasi. È un’impostazione lontana da un’impostazione coraggiosamente riformista, ma anche dal cattivismo trumpiano o alla Javier Milei, riservato solo ai quattro gatti del RdC, che contano poco mediaticamente.
Per l’ennesima volta, il cambiamento lo sta portando il mercato. Per esempio l’aumento occupazionale, inaspettato da tutti, ha visto una crescita del numero dei lavoratori di circa ottocentocinquantamila unità dal 2019 a oggi. Di questa tendenza hanno beneficiato i giovani, soprattutto all’inizio, le aree più povere, le fasce più fragili, almeno più di quanto potrebbero fare le manovre dei governi.