A sintonizzarsi con l’urgenza di contrastare il disegno egemonico del boss della Casa Bianca in Italia almeno per adesso è una minoranza del Parlamento. È veramente una situazione inedita e per molti aspetti, compreso quello che attiene a una dimensione morale, incresciosa. La nuova realtà è quella di un’Europa che sta comprendendo che dopo il tradimento di Donald Trump deve fare da sola. Questa “Normandia al contrario”, cioè la fuga americana dall’Europa con il vergognoso sacrificio dell’Ucraina, impone agli europei di rispondere con strumenti nuovi: di qui il piano prospettato da Ursula von der Leyen da ottocento miliardi per il riarmo visto come fondamentale strumento innanzitutto di deterrenza contro l’imperialismo russo. Sulla sostanza politica della risposta europea, al di là delle tecnicalità del piano, sono d’accordo Fratelli d’Italia, Forza Italia, Azione e un piccolissimo gruppo di parlamentari del Partito democratico. Si è infatti visto come sul no di Elly Schlein al piano von der Leyen non vi sia stata una reazione netta della minoranza riformista.
Ieri però la posizione di Elly ha ricevuto due schiaffoni in faccia. È stata sconfessata dalla chiara posizione del gruppo europeo Socialisti&Democratici: «La sicurezza dell’Europa richiede investimenti immediati, sostanziali e congiunti. ReArmEU è un punto di partenza, non di arrivo». E da Paolo Gentiloni, la cui dichiarazione va messa per intero: il piano von der Leyen «è un primo passo che va nella direzione giusta. È chiaro che può essere migliorato, però nelle ore difficili che stiamo attraversando penso che sia un segnale che va nella direzione giusta». Spiegando poi che «l’’occidente non è mai stato così malato, non direi che è morto, ma la crisi è senza precedenti, non vederlo è da sonnambuli, ed è uno dei motivi per cui è giusto che l’Europa punti a difendersi, per difendere la pace e la libertà, sapendo che gli americani non possono essere delegati a fare questo come è successo da ottant’anni».
Se vogliamo, ieri anche Sergio Mattarella, da Tokyo, ha detto chiaramente che «Tokyo e Roma auspicano che una pace giusta e in linea con i principi della carta dell’Onu, adeguatamente garantita a livello internazionale, possa essenzialmente essere trovata per l’Ucraina, per porre fine a questa tragedia che l’aggressione russa tre anni fa ha provocato».
Dopo queste sberle sarebbe doveroso che Schlein cambiasse almeno i toni, più difficile che muti linea – anche se dovrebbe essere chiaro a quanti hanno superato la dimensione liceale della politica che l’Europa, in un modo o nell’altro, deve investire in modo molto più massiccio nella propria sicurezza. E lo deve fare oggi. Proprio ciò che non capisce, o finge di non capire, Giuseppe Conte che farà una manifestazione il 5 aprile basata sul no al riarmo, dove probabilmente incrocerà Nicola Fratoianni e, perché no, Schlein, che potrebbe passare in piazza per un «saluto», formula furbetta per dire «io ci sono».
Matteo Renzi non pare appassionarsi troppo alla questione, soprattutto perché disprezza Ursula e poi perché non vuole litigare (più) con Conte dopo averlo fatto per anni su qualunque cosa: ora va bene tutto, anche appoggiare il governo Conte 2, ma sulla politica internazionale specie un ex presidente del Consiglio non dovrebbe tergiversare.
Sul fronte governativo, si registrano le convergenze parallele tra Matteo Salvini, Fratoianni e Schlein. Come ha fatto notare la presidente del Consiglio al capo leghista, «parli come il Pd». Forza Italia ha una posizione seria sulla scia di quella del prossimo Cancelliere tedesco, l’europeista Friedrich Merz. E Carlo Calenda su questo tema ha una linea limpida: quella di Von der Leyen «è una proposta sacrosanta, per la prima volta dal 1945 siamo soli. Per evitare la guerra bisogna essere forti».
E Giorgia Meloni? Da quando Trump si è insediato nel Saloon Ovale la premier italiana si barcamena in un equilibrio da circo equestre tra fedeltà europea e militanza trumpiana, ma proprio la fuga del presidente americano che costringe l’Europa a riarmarsi può essere per lei la soluzione del rebus: aderire alla nuova politica europea di riarmo viene in un certo senso incontro ai desiderata della Casa Bianca.
Semmai per Meloni il problema è quello di non perdere consensi in casa evitando di dare l’idea di sacrificare la spesa sociale a quella per gli armamenti, che è esattamente lo slogan della convergenza parallela antieuropea Schlein-Conte-Salvini-Fratoianni che vanta innumerevoli sostenitori a livello mediatico-giornalistico: è il nuovo mainstream della borghesia italiana.
Fatto sta che se oggi si dovesse votare in Parlamento una mozione che dicesse «l’Italia, di concerto con l’Europa, per salvare l’Ucraina e difendere sé stessa deve aumentare subito la difesa in armamenti» probabilmente non avrebbe i voti per passare. Mentre in Germania si lavora a un patto politico che tagli le estreme, i partiti del nostro Paese stanno scherzando col fuoco. Per un pugno di voti.