
Il tabù sta cadendo. Per la prima volta dall’inizio della guerra in Ucraina, l’Unione europea sta valutando di confiscare l’intero tesoro russo congelato nei suoi territori. Non più solo l’utilizzo dei tre miliardi di interessi annui, ma l’appropriazione definitiva dei duecentodieci miliardi di asset che appartengono a Mosca, opzione considerata fino a pochi mesi fa una linea rossa insuperabile per ragioni giuridiche e finanziarie. Il cambio di rotta è emerso nell’ultimo dibattito al Parlamento europeo, dove anche i Paesi tradizionalmente cauti – Francia e Germania su tutti – hanno iniziato a valutare apertamente questa opzione, finora sostenuta solo dai rappresentati dell’Est Europa
Il commissario europeo per l’Agricoltura, Christophe Hansen, intervenendo in aula, ha abbandonato la consueta cautela diplomatica: «La Commissione resta aperta a discutere qualsiasi opzione legalmente solida per continuare a fare pressione sulla Russia». Una formula che, tradotta dal burocratese, segnala un cambio di paradigma nell’approccio europeo a quello che rappresenta il più grande bottino finanziario della storia moderna. «I soldi dello Stato terrorista devono essere trasferiti all’Ucraina. Trecentomila miliardi di euro possono cambiare l’esito di questa guerra», ha dichiarato un eurodeputato polacco durante il dibattito, esprimendo una posizione che trova crescente consenso nell’Eurocamera.
Tuttavia, in Europa non è la Commissione né il Parlamento a prendere le decisioni finali, ma gli Stati membri, ed proprio da questi che arriva la vera sorpresa. Emmanuel Macron, che fino a febbraio considerava la confisca un problema, ha autorizzato il suo ministro per l’Europa a dichiarare Benjamin Haddad, che Parigi sta esplorando «alcuni possibili utilizzi per i beni russi congelati». Nel frattempo, il futuro cancelliere tedesco Friedrich Merz sta consultando esperti legali per trovare una soluzione che permetta di appropriarsi di questi fondi, secondo quanto riportato dal Financial Times. Questo cambio di direzione riflette una nuova valutazione strategica da parte di alcuni leader europei, influenzata dal mutato contesto geopolitico: con gli Stati Uniti che agiscono in modo autonomo guidati dalla schizofrenia della politica trumpiana, l’Europa è chiamata ad assumersi una maggiore responsabilità nel sostenere l’Ucraina approfittando del grave errore commesso dal Cremlino fin da prima dell’inizio della guerra.
È la Russia stessa, infatti, in uno dei più clamorosi errori strategici della sua politica finanziaria, ad aver scelto di custodire queste riserve proprio nelle istituzioni occidentali. Come tutte le banche centrali del mondo, anche quella russa deteneva gran parte delle sue riserve valutarie in titoli stranieri, considerati investimenti sicuri e facilmente liquidabili in caso di necessità. Una decisione che si è trasformata in una trappola autoinflitta quando, all’indomani dell’invasione del 24 febbraio 2022, il G7 ha immobilizzato 24,9 miliardi di euro di beni privati russi e duecentodieci miliardi di euro di attivi della Banca Centrale Russa. La misura ha di fatto paralizzato circa il settanta per cento delle riserve internazionali russe, stimabili complessivamente in trecentocinquanta miliardi di dollari. Il meccanismo del congelamento è semplice: i regolamenti europei vietano a Euroclear e Clearstream, i due principali depositari centrali di titoli europei in cui risiedono i fondi russi, di eseguire qualsiasi operazione su richiesta della Russia. I titoli continuano a esistere e generare interessi, ma restano bloccati. La Russia non può venderli, trasferirli o utilizzarli in alcun modo. La maggior parte degli asset è custodita proprio da Euroclear a Bruxelles, che gestiscono insieme centottantatré miliardi di euro – non sorprende quindi che Belgio e Lussemburgo (sede dei due enti) figurino tra i Paesi più cauti quando si parla di confisca. Euroclear, in particolare, rappresenta un colosso finanziario poco noto al grande pubblico ma cruciale per l’architettura economica globale. L’azienda gestisce un portafoglio complessivo di oltre tredicimila miliardi di euro e costituisce, «il più grande sistema di regolamento e deposito di titoli al mondo per le operazioni nazionali e internazionali».
Ma la battaglia sui duecentodieci miliardi russi va ben oltre il sostegno all’Ucraina. È diventata un test decisivo per la capacità dell’Europa di affermarsi come attore geopolitico autonomo, in grado di prendere decisioni strategiche indipendenti anche quando comportano rischi significativi. Tanto più che, come ha ricordato durante il dibattito la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, «l’economia della Russia ha trovato negli ultimi anni diversi modi per aggirare le sanzioni europee. È per questo che gli asset russi andrebbero confiscati immediatamente, prima che tra le possibili concessioni di Donald Trump a Putin, vi sia un allentamento drammatico delle sanzioni».
La questione ha una connotazione legale ed economica importante. I timori riguardano soprattutto la possibile reazione a catena nel sistema finanziario internazionale. Se l’Europa stabilisse il precedente che gli asset sovrani possono essere confiscati in caso di tensioni geopolitiche, quali garanzie avrebbero in futuro Paesi come Cina, Arabia Saudita o India che i loro investimenti in euro sono sicuri? Una domanda che ossessiona Christine Lagarde e gli steward della stabilità finanziaria europea. In risposta a questa difficoltà l’eurodeputato Raphaël Glucksmann ha sostenuto durante i lavori parlamentari che «in un contesto in cui lo Stato proprietario dei beni ne aggredisce un altro e viola palesemente il diritto internazionale», la confisca sarebbe legittima. Secondo questa interpretazione, l’Unione europea potrebbe proporre una legislazione per stabilire le basi giuridiche di questa confisca che permetterebbe di colmare l’attuale vuoto giuridico rispettando i principi fondamentali del diritto internazionale.
Un’opzione intermedia, esplorata in particolare dalla diplomazia francese, prevede di usare questi asset come leva nei futuri negoziati di pace, una carta da giocare al tavolo delle trattative piuttosto che come bancomat a cui attingere nell’immediato. «Prendiamo i proventi durante la guerra, ma conserviamo gli attivi per il negoziato», aveva suggerito Macron durante il suo incontro con Donald Trump a Washington, delineando una strategia che potrebbe acquisire rilevanza alla luce delle recenti notizie su un possibile cessate il fuoco. Questi asset generano continuamente rendimenti sotto forma di interessi e dividendi: circa tre miliardi di euro annui al netto delle tasse. Fino a oggi, Bruxelles ha adottato un compromesso: utilizzare questi proventi per sostenere l’Ucraina attraverso l’iniziativa Era (Extraordinary revenue acceleration) del G7, senza intaccare il capitale principale. Una soluzione che ha permesso di erogare a gennaio 2025 una prima tranche di tre miliardi di euro di assistenza macrofinanziaria a Kyjiv, con altri esborsi previsti fino a raggiungere diciotto miliardi entro l’anno.
Ma di fronte ai costi colossali della guerra e della futura ricostruzione – valutati dalla Banca Mondiale in almeno quattrocentocinquanta miliardi di euro – questa soluzione appare sempre più come un palliativo insufficiente. «I danni causati dalla Federazione Russa sul territorio ucraino sono già molto di più dei beni russi congelati», ha evidenziato l’eurodeputata socialista Chloé Ridel in un lungo post su X, sottolineando l’inadeguatezza dell’approccio attuale di fronte all’enormità della sfida. C’è in fine un elemento di urgenza nel dibattito: il prossimo rinnovo delle sanzioni europee è fissato per il 31 luglio 2025, e richiede l’unanimità dei ventisette stati membri. Il timore è che l’Ungheria di Viktor Orbán possa bloccare il rinnovo, soprattutto se incoraggiata da un possibile ammorbidimento della posizione americana sotto Trump.