Abbiate pity di noiMarilyn Monroe, l’inglese di Borghi e la resa del giornalismo ai San Tommaso

Una ripresa lontana, fuori fuoco, un tempo bastava a consegnare alla leggenda la scena dell’happy birthday, mister President alla Casa Bianca. Oggi vogliamo l’audio originale e il testo a fronte, perché non ci crediamo

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Nell’estate del 2012, per i cinquant’anni dalla morte di Marilyn Monroe, Maureen Dowd parla di lei con Mike Nichols. Mike Nichols, prima di diventare un sopraffino regista cinematografico, era stato un comico. Si esibiva in coppia con Elaine May. Anche alla Casa Bianca, al quarantacinquesimo compleanno di John Kennedy.

Nessuno si accorge dell’esibizione di Nichols, dice Nichols a Dowd, quella sera di maggio del 1962: quella è la sera in cui Marilyn canta “Happy birthday” al presidente, una cosa di cui oggi avremmo mille filmati da mille angolazioni e altri mille filmati di gente che racconta alla telecamera del telefono il proprio essere testimone del proprio tempo, il proprio essere stata lì.

E invece, di una delle cose più leggendarie di quegli anni abbiamo una ripresa lontana, fuori fuoco, senza che neppure si veda ciò che Nichols racconta a Dowd d’aver visto perché era proprio dietro alla Monroe: a un certo punto le si scuce il vestito. Non portava le mutande, aggiunge, che nel 2012 non era considerato vilipendio di morta e non gli levarono l’Oscar per “Il laureato” per sopraggiunta indegnità.

Al ballo che ci fu dopo gli auguri, Nichols racconta a Dowd d’aver ballato con Elaine May vicini a Bob Kennedy che ballava appunto con Marilyn. E riferisce il loro dialogo, scrive Dowd, facendo le due voci: quella sexy della Monroe e quella nasale di Bob.

L’anno scorso, questa conversazione è stata ripubblicata, assieme ad altre dei decenni di carriera della Dowd, in un libro di ritratti di celebrità, “Notorious”, per il quale l’ho intervistata. A un certo punto della conversazione le ho detto che quella era l’intervista di fronte alla quale ho capito che era tutto finito, o se non tutto almeno i miei neuroni e le di essi capacità immaginifiche.

Una volta avrei letto quella descrizione e avrei fatto ciò che per secoli i cervelli hanno fatto leggendo: immaginare. Anche allora, nel 2012, quando la conversazione stava sul New York Times, non mi sembrava le mancasse niente: sapevo ancora immaginare.

Poco più d’un decennio dopo, eccomi lì, a desiderare che di quel ballo ci fosse un filmato, una registrazione, un qualcosa di rubato o ufficiale che non mi facesse sforzare, e che non mi costringesse a fidarmi: non voglio farmi incantare da chi racconta la storia, voglio le prove. Tutti san Tommaso.

Avanzamento veloce, ed eccoci alla telefonata di Carneade al capo del mondo. Un tizio della cui esistenza nessuno di noi era al corrente chiama Donald Trump, e quello risponde. Siccome il tizio è italiano, ci stiamo attenti. Siccome Trump dice che la Meloni l’ha supplicato di farsi una foto insieme, stiamo attentissimi.

Quando la notizia esce, penso immediatamente all’albergo in cui ho dormito a Ragusa, che come tutti gli alberghi aveva un cartoncino da appendere alla porta, da un lato «non disturbare», dall’altro «si prega di riordinare». Sotto, c’era la traduzione per i turisti forestieri, su cui ci siamo interrogati, io e tutti quelli cui ho mandato la foto, per molte ore: con che strumento l’hanno tradotto?

Google Translate no, secondo me non ti sfoggia una roba del genere. Un nipote del proprietario che ha fatto inglese alle medie? Comunque: c’era scritto «it is begged to rearrange», e quindi quando a La7 hanno detto che Trump diceva che la Meloni l’avesse begged per la foto io ridevo più del dovuto.

Immediatamente, il pubblico di questo secolo malfidato ha trovato inaccettabile che La7 non mandasse la telefonata, ma un testo italiano letto da due attori. A noi non ce la si fa. Noi se non sentiamo Trump non ci crediamo. Questo nonostante lo stesso giorno Trump avesse parlato con la Nbc ribadendo i toni sprezzanti verso Giorgia Meloni.

Questo nonostante la Meloni avesse risposto piuttosto seccata, cosa che faceva pensare che la telefonata fosse in effetti avvenuta e fosse stata tradotta con più accuratezza del «si prega di riordinare». Oddio, è pure vero che in un universo in cui Mattarella chiede alla procura di rifare delle indagini perché un giornale sostiene che una cui ha dato la grazia ha dato fuoco a due avvocati, ecco, il concetto di affidabilità e gerarchia delle fonti è un po’ perduto.

Potevamo non crederci per la reazione di Giorgia, ma era difficile non crederci con il raddoppio di Donald. Tuttavia, alcuni volenterosi difensori della grande storia d’amore e buone maniere tra Donald e Giorgia erano particolarmente accaniti, e si rifiutavano di credere alla traduzione senza originale.

Tra di essi il senatore Claudio Borghi, che essendo mio coetaneo è cresciuto coi libri Arcana coi testi delle canzoni e la traduzione a fronte, e come me non si è ancora ripreso da quando il pianeta Terra, che sembrava triste visto da lontano all’astronauta di David Bowie, diventava «il pianeta Terra è azzurro». Figuriamoci se si può credere a un «mi ha fatto pena» tradotto da Carneade per La7.

L’originale però La7 diceva di non poterlo trasmettere, perché accordi con la Casa Bianca ingiungevano, di queste telefonate di sconosciuti cui il Donald risponde a casaccio, di non trasmettere l’audio, ma di riferire solo cosa si fossero detti. Un ibrido tra on the record e off the record, il Donald oltre a tutto il resto ha inventato anche un nuovo giornalismo.

In compenso fornivano il testo originale, il che faceva esultare il Borghi: ah!, non dice «mi ha fatto pena», dice «I felt sorry», ah!, felloni!, vi ho smascherati. Giornate intere in cui tutti, Borghi e i suoi elettori e i suoi oppositori passavano il tempo a cavillare sulla traduzione del Donald come fosse Joyce. It is begged to non far crollare il pil.

Poi il divieto di trasmettere l’originale è venuto meno. Pagherei molti soldi per sentire la telefonata in cui qualcuno spiega alla Casa Bianca che gli italiani stanno mettendo in dubbio l’onorabilità del traduttore, occorre la prova, è una questione di orgoglio nazionale, le migliori scuole interpreti del mondo, I don’t know if I mi spieg.

E quindi ieri hanno mandato l’originale, che è persino peggio del previsto per chi avesse voluto credere che Trump non ci bombarderà per sbaglio col bottone con cui era convinto d’ordinare un Big Mac. C’è Trump che risponde, questo che si presenta dicendo che è un giornalista italiano di La7, lui che dice «di che paese sei?», e quello «Italy, Channel 7», e io capisco cosa intendeva quello che sperava di morire prima d’invecchiare.

Borghi esulta perché, scrive, «non c’è la parola pity», ma non c’è mai stata, neanche nella trascrizione, non ci sarebbe potuta essere, mica si dice «I felt pity for her», e la ragione per cui lo so è che, ai tempi dei libri Arcana, la Zanichelli vendeva a noi scolari un dizionario che si chiamava “Odd pairs and false friends”. Lo vedi che essere di Bologna a qualcosa serve: non finisci come Borghi che pensa che uno provi pena solo con «pity», o come Luca Bizzarri che l’altro giorno ha tradotto il monologo di “Newsroom” usando «liberale» per dire «liberal», perché si sa che Alfredo Biondi e Bill Clinton militavano nella stessa corrente.

Hanno mandato l’originale e io non sono particolarmente affezionata al concetto di “giornalismo”, ma mi sembra ovvio che cedere a Brocco81 che dice «se non mandate in onda l’originale avete qualcosa da nascondere» è la fine di qualunque cosa fosse il giornalismo. È Beppe Grillo che vuole fare gli incontri politici in diretta streaming, e nessuno che gli dica «esci da quel blog». It is begged to exit the blog.

Ricopio quel che mi aveva detto Dowd a proposito del mio scellerato desiderio di avere un video di Nichols e May che ballano vicini a Kennedy e Monroe, non per smania di verifica ma per incapacità immaginifica: «I giovani preferiscono informarsi nell’abisso di TikTok. Ma vede: ancora oggi, quando leggo il New York Times, io mi sento più intelligente; quando guardo Instagram o TikTok, no». La capisco, Maureen. Sapesse quanto non mi sento intelligente io, disposta a credere a tutto in un mondo di gente cui non la si fa.

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