Almeno sull’Ucraina Giorgia Meloni non è così ambigua come sulla nuova politica dell’Unione europea, volta a creare una difesa comune con il famoso piano ridenominato “Readiness 2030”. La presidente del Consiglio ha infatti accettato di volare domani a Parigi per la riunione dei cosiddetti «volenterosi», messi insieme da Keir Starmer ed Emmanuel Macron. Si tratta di un nuovo incontro tra i leader di una trentina di Paesi che seguono l’iniziativa franco-britannica finalizzata a mandare in Ucraina una grande missione di peacekeepers per monitorare il rispetto di un’eventuale tregua.
Il progetto, che viene definito a Roma «prematuro», è a buon punto ma il duo franco-britannico vuole accelerarne i dettagli. Nella precedente riunione di Londra era emersa la formula di una forza militare su quattro livelli. Il primo, lungo la linea del cessate il fuoco (che andrebbe demilitarizzata), sarebbe costituito dai soldati provenienti da Paesi non europei. Il livello successivo sarebbe quello dell’esercito ucraino; il terzo quello dei «volenterosi»; mentre la garanzia ultima sarebbe fornita dall’aviazione statunitense (anche se, finora, Washington non ha mai dato il suo assenso a partecipare).
La presidente del Consiglio, su questo schema, nicchia sperando in un coinvolgimento politico più stringente degli Stati Uniti: per lei niente invio di truppe italiane se non nel contesto di un’operazione sotto bandiera Onu. Tuttavia Meloni ci tiene, con la sua presenza, a far capire di non volersi distanziare dall’Europa, meno che mai sugli impegni di sostegno finanziario a Kyjiv (a Parigi ci sarà anche Volodymyr Zelensky): non è il massimo, ma non è nemmeno poco.
Com’è noto, Meloni è presa in mezzo tra la fedeltà europea e la sostanziale adesione politica al trumpismo, una contraddizione impersonata fisicamente in Italia dai suoi due vicepresidenti del Consiglio: il ministro degli Esteri Antonio Tajani, europeista, e quello dei Trasporti Matteo Salvini, abbarbicato sulla nuova frontiera trumputinista. Lei fa un passo di qua e uno di là, in un eterno valzer che rischia di farle venire un capogiro, se non decide presto da che parte stare.
Ora può ancora tergiversare, ma Macron e Starmer corrono e vogliono sapere se l’Italia sarà «dei nostri» quando si tratterà di far rispettare quella tregua che, per come stanno andando le trattative a Gedda, per la verità non pare ravvicinatissima.
È certo che in questi giorni le sortite di Salvini, soprattutto la telefonata con J. D. Vance, non le siano andate giù e che sia animata dal proposito di mandare al collega leghista qualche segnale. Per esempio, andando al congresso di Azione, dove parlerà nella mattinata di sabato.
Difficile dire se si tratti di un gesto amichevole verso un partito di opposizione, dopo la durezza dell’intemerata contro il «Manifesto di Ventotene» (un testo, tra l’altro, che reca l’impronta di quella Giustizia e Libertà molto cara a Carlo Calenda), ma è più probabile che farà un discorso davanti ai delegati del partito più convintamente pro–Ucraina e pro–Europa, le due cose sono collegate.
Per Meloni potrebbe essere l’occasione per prendere le distanze dai putiniani d’Italia, che hanno in Matteo Salvini, insieme con Giuseppe Conte, i loro leader naturali. Dovrebbe dunque fare un passo avanti, la presidente del Consiglio, nel buio del suo indecisionismo. Almeno in teoria.