Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – La scienza, non solo quella che studia il clima, è un flusso in divenire con una caratteristica straordinaria e forse rivoluzionaria rispetto ai ritmi forsennati delle nostre esistenze: si costruisce lentamente e gradualmente nel tempo, attraverso innumerevoli tentativi, fallimenti e successi. La scienza è una cosa incerta in grado, grazie allo sforzo umano, di diventare la bussola della nostra presenza su questo pianeta colmo di domande. È un blocco di marmo grezzo, tutto da scolpire.
Per quanto riguarda il cambiamento climatico, i cui studi sono iniziati nell’Ottocento, il consenso scientifico ha toccato punte inequivocabili: sugli 88.125 articoli scientifici pubblicati dal 2012 al 2021 – tutti analizzati all’interno di un articolo pubblicato sulla rivista accademica Environmental research letters – solo 28 hanno espresso posizioni (implicite o esplicite) scettiche sull’origine antropica di questa crisi. Significa che il consenso scientifico intorno al tema ha superato il 99 per cento. Qui, insomma, di dubbi non ce ne sono.
Ma oggi parliamo di microplastiche, un argomento molto più recente rispetto al riscaldamento globale. La parola “microplastica” – originariamente usata per identificare microscopici resti di plastica di circa venti micrometri (µm) – è comparsa per la prima volta all’interno di una pubblicazione nel 2004. Ora, anche per semplicità, la definizione condivisa di microplastiche include i «minuscoli pezzi di materiale plastico, solitamente inferiori ai cinque millimetri», rilasciati dai capi sintetici in fase di lavaggio o dagli pneumatici quando si usurano, anche se diverse ricerche le hanno rilevate nel cibo, nell’acqua e nei cosmetici che usiamo tutti i giorni.
In realtà sappiamo poco, pochissimo sulle microplastiche. Gli studi condotti in questi vent’anni hanno spesso mostrato limiti e problemi che, come vedrete più avanti, vanno oltre l’inadeguatezza dei campioni e delle successive fasi di revisione. Se poi questi studi vengono trattati in modo fuorviante e frettoloso – ricordate la storia, falsa, sulla carta di credito di microplastiche ingerita settimanalmente? –, allora possiamo dire di avere un grosso problema comunicativo.
La scienza non ha ancora compreso come le microplastiche penetrino nel nostro organismo, né se – e in che misura – siano dannose per la salute, eppure ci fanno paura. Ed è comprensibile. «È ragionevole pensare che non facciano bene. Dire che non conosciamo il rischio è diverso da dire che il rischio non ci sia», racconta Ruggero Rollini, laureato in Chimica, divulgatore scientifico e co-autore – insieme al docente e ricercatore Stefano Bertacchi e al chimico e divulgatore Simone Angioni – di “Quello che sai sulla plastica è sbagliato” (Gribaudo). Su Instagram parla a una community di 135mila persone e fa una cosa purtroppo molto rara sui social: scrive le fonti, tutte, in modo estremamente rigoroso.
Nel corso dell’intervista, Rollini ha usato più volte il condizionale e l’aggettivo «ragionevole» , sottolineando i dilemmi scientifici e comunicativi attorno al tema delle microplastiche. Il 10 marzo, sul sito di Nature è stato pubblicato un articolo intitolato “Are microplastics bad for your health? More rigorous science is needed”. Il pezzo comincia descrivendo uno studio pubblicato circa un anno fa sul New England Journal of Medicine: secondo i risultati, le persone con le concentrazioni più elevate di plastica nelle placche arteriose avrebbero maggiori probabilità di avere attacchi cardiaci o ictus, e di morire di conseguenza.
La ricerca, menzionata più di seimila volte sui social e più di ottocento volte su giornali e siti web, è stata condotta su un campione di quasi trecento partecipanti: è una cifra non particolarmente alta, ma resta un’eccezione positiva all’interno di questo campo di ricerca in fase embrionale. L’articolo di Nature parla infatti di campioni che spesso non superano le cinquanta persone, di revisioni poco rigorose e di contaminazioni all’interno di laboratori che – spiega Rollini – sono «ricchissimi di plastica per questioni di igiene, comodità e metodiche. Riuscire a trovare dei sistemi che riescano a impedire possibili contaminazioni è difficilissimo».
«Soltanto negli ultimi anni – anche a livello di pubblicazioni – c’è stata un’esplosione di paper e progetti. Ma non abbiamo ancora studi solidi sulla concentrazione delle microplastiche nei cibi, nelle polveri sottili e nell’acqua che beviamo, quindi non possiamo avere stime di esposizione. E senza stime di esposizione è difficile capire i danni reali sulla popolazione. Dobbiamo ancora costruire dei database con dati a sufficienza. I lavori che stanno arrivando, però, non ci fanno ben sperare. L’Università Luigi Vanvitelli, per esempio, le ha trovate nelle placche arterosclerotiche: è solo una questione di correlazione e non di causalità, ma è uno studio non incoraggiante», racconta Rollini.
Come anticipato, uno dei più grandi punti interrogativi sulle microplastiche è: come fanno a entrare nel nostro organismo? «Potrebbero entrare dall’intestino quando beviamo o mangiamo. Altrimenti potrebbero entrare attraverso i bronchioli: di fatto, le microplastiche sono anche nell’aria, fanno parte delle polveri sottili, e sappiamo che le polveri sottili più fini passano dai bronchioli al sangue. Potrebbe essere che le microplastiche più piccole, soprattutto le nanoplastiche, si comportino come le polveri sottili. Oppure potrebbero entrare in entrambi i modi: mangiando/bevendo e respirando, quindi sia dall’apparato respiratorio, sia dall’apparato gastrointestinale», dice l’esperto.
«È ragionevole – aggiunge – che entrino da entrambe le vie. Ma ancora non sappiamo quale sia la via più importante. Nella percezione pubblica mi sembra che si dia più importanza alle microplastiche che mangiamo rispetto a quelle che respiriamo, ma non è detto che sia la scelta migliore». Secondo l’articolo di Nature, dagli studi condotti finora sono spesso emersi dati che «non hanno senso dal punto di vista biologico», visto che non esistono ancora spiegazioni convincenti su come le microplastiche più “grandi” riescano a raggiungere il sangue, i polmoni o il cervello.
L’assenza di spiegazioni rende ogni conclusione affrettata. Nel settembre 2024, a proposito, è stato pubblicato su Science un paper dal titolo “Twenty years of microplastic pollution research—what have we learned?”, in grado di tirare le somme dopo i primi vent’anni di ricerche scientifiche sulle microplastiche. Gli autori hanno ammesso che non esistono certezze perché i dati sono ancora pochi e incompleti, soprattutto per quanto riguarda gli effetti sulla salute umana.
L’articolo di Science aggiunge che la stima più plausibile sulle microplastiche rilasciate nell’ambiente ogni anno è di 10-40 milioni di tonnellate: una quantità che potrebbe raddoppiare entro il 2040. Ecco perché nel giro di 70-100 anni rischia di verificarsi un «danno ambientale su larga scala». Anche per questo, la Commissione europea sta adottando misure per limitare «l’aggiunta intenzionale di microplastiche» nei prodotti disciplinati dal regolamento REACH dell’Ue sulle sostanze chimiche. Secondo gli autori dell’articolo di Science, però, «l’approvazione di interventi implementati senza adeguate valutazioni rischia di avere conseguenze indesiderate», anche a causa della mancata solidità delle ricerche condotte finora.
Mentre gli scienziati continuano a fare il loro mestiere per costruire database più solidi, giornalisti e divulgatori devono avere l’umiltà di abbracciare l’ignoto, perché anche l’incertezza fa parte del gioco. Ruggero Rollini ritiene che siano tre le cose da fare per non creare allarmismi e informare in modo neutro, anche nei meandri dei social.
«La prima è che non bisogna mai negare l’incertezza, perché la costruzione del sapere per gradi è alla base della scienza. La seconda è mantenere una comunicazione onesta e trasparente anche quando capisci i limiti della scienza: quando mostri questi limiti, la fiducia delle persone aumenta. La terza cosa da fare è chiarire che l’incertezza non implica l’assenza di rischio. Non dobbiamo fare il gioco dei mercanti di dubbio dei settori del tabacco o dei combustibili fossili. Tranquillizzare a tutti i costi è controproducente nel lungo periodo».
Sebbene abbiano dei limiti, gli studi sulle microplastiche fanno clamore non solo perché è in gioco la salute umana, ma anche perché c’è un abisso tra i contenuti dei paper scientifici e gli articoli di giornale o i post sui social. L’anello di congiunzione tra i due mondi potrebbe essere la comunicazione esterna di università, centri di ricerca e associazioni ambientaliste, che a volte – non per forza volontariamente – si allinea ai princìpi dell’informazione mordi e fuggi, pensata per un pubblico con una soglia dell’attenzione molto bassa. Qui rischia di nascere un corto circuito pericoloso.
Secondo Rollini, però, «giustamente le università hanno tutto l’interesse a far parlare dei propri lavori, che devono avere risonanza. Nei comunicati stampa tutti i crismi del paper scientifico scompaiono perché devi vendere quel lavoro. Se il giornalista si limita a rilanciare il comunicato stampa, non può dare profondità a un tema. Nei comunicati stampa vengono giustamente esaltati un po’ i risultati, ma non viene fatto il lavoro inverso di decostruzione di questa esaltazione».