Nel lungo negoziato sulla fine della guerra in Ucraina c’è una costante che resiste a ogni speranza, retroscena e dichiarazione di giornata: la Russia chiede moltissimo, offre poco e niente, e fa sempre in modo che il peso delle sue condizioni ricada sulle spalle degli altri. Stavolta il tema è il Mar Nero. Dopo tre giorni di negoziati separati in Arabia Saudita, mediati dagli Stati Uniti, Ucraina e Russia hanno accettato due accordi separati con Washington, per fermare i combattimenti in mare e sospendere gli attacchi alle infrastrutture energetiche. Una fragile intesa, visto come i russi finora hanno rispettato gli accordi.
Un indizio su come andrà a finire lo ha dato il ministero degli Esteri russo, che prima dei comunicati ufficiali ha fatto sapere di poter onorare qualsiasi accordo solo dopo che la banca agricola russa tornerà connessa al sistema dei pagamenti internazionali e quando saranno eliminate le restrizioni sul trade finance. Tradotto: eliminare una parte delle sanzioni imposte dai Paesi occidentali dopo l’invasione del 2022. Una richiesta che il Cremlino sa benissimo essere politicamente e tecnicamente impossibile da soddisfare nel breve termine, se non dai Paesi europei che hanno imposto quelle stesse sanzioni. Una condizione capestro, che trasforma l’accordo in una pistola scarica: tecnicamente firmato, strategicamente bloccato.
Per non perdere ancora una volta la faccia dopo il caso della chat sui bombardamenti allo Yemen, la Casa Bianca è corsa preventivamente ai ripari, diffondendo due comunicati distinti – uno per l’Ucraina, uno per la Russia – dai toni diversi. Quello rivolto a Mosca è apparso accomodante, promettendo di «aiutare a ripristinare l’accesso della Russia al mercato globale per le esportazioni agricole e di fertilizzanti, ridurre i costi assicurativi marittimi e migliorare l’accesso ai porti e ai sistemi di pagamento per tali transazioni».
Diverso è stato invece il tono del comunicato sull’intesa con Kyjiv, incentrato sul rispetto del diritto internazionale e sull’appello a Stati terzi per monitorare la tregua. Un riferimento, forse, alla coalizione dei volenterosi leader europei che si riunirà a Parigi per discutere come mantenere la sicurezza dell’Ucraina.
Il Cremlino ha evitato accuratamente di pubblicare un comunicato ufficiale. Ai media, solo una frase del ministro degli Esteri Sergej Lavrov: «Avremo bisogno di garanzie chiare. E dato il triste precedente degli accordi con Kyjiv, le garanzie possono arrivare solo da un ordine diretto di Washington a Zelensky e alla sua squadra su cosa fare e cosa non fare». Traduciamo ancora una volta: la Russia detta le condizioni della resa, gli Stati Uniti devono convincere gli ucraini.
La sfortuna dei russi è quella di avere contro un leader politico che conosce bene i trucchi comunicativi del Cremlino. In conferenza stampa a Kyjiv, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto che i patti per arrivare a una tregua non prevedevano l’allentamento delle sanzioni per entrare in vigore. E ha definito la richiesta del Cremlino un tentativo di «manipolare» gli accordi: «Stanno già cercando di distorcere gli accordi e, di fatto, ingannano sia i nostri intermediari sia il mondo intero», ha detto. Zelensky ha lamentato soprattutto l’assenza di una clausola significativa: quella che fa scattare nuove e più stringenti sanzioni in caso di violazione degli accordi da parte della Russia. «Non abbiamo fiducia nei russi, ma saremo costruttivi», ha aggiunto.
D’altronde lo stesso Trump, in un’intervista a Newsmax, ha ammesso che la Russia non ha poi tutto questo interesse a porre fine alla guerra: «Penso che la Russia voglia vederne la fine, ma potrebbe essere che stiano tergiversando. L’ha già fatto nel corso degli anni», ha detto.
L’accordo manca di garanzie cruciali per l’Ucraina, come la protezione dei suoi porti dagli attacchi russi e l’apertura del porto di Mykolaiv che attualmente è fermo. «Questo non è ciò di cui l’Ucraina ha bisogno», ha detto Serhiy Vovk, direttore del Center for Transportation Strategies, al Kyiv Independent. «Ciò di cui abbiamo urgente bisogno ora è la protezione della nostra infrastruttura portuale da missili e droni, ma non c’è una sola parola a riguardo nella dichiarazione della Casa Bianca». La motivazione di questo scontento si può intuire facilmente: dall’inizio dell’invasione su vasta scala, la Russia ha danneggiato o distrutto trecentottantacinque infrastrutture portuali, demineralizzando le operazioni marittime dell’Ucraina; iporti nell’Oblast di Odessa, l’ultima regione portuale operativa dell’Ucraina, hanno subito attacchi in media ogni tre giorni tra gennaio e febbraio 2025. E poi c’è il porto di Mykolaiv, bloccato dai russi dal 2022: senza uno dei più grandi porti marittimi del Paese, i costi logistici dei produttori agricoli schizzano alle stelle, potendo esportare solo da tre porti marittimi: Pivdennyi, Chornomorsk e Odessa.