Immagina di avere in casa, come oggetto d’arredamento, un prodotto di industrial design che puoi portare dove vuoi. Ti ci puoi sedere, puoi usarlo per metterci la tua giacca e all’occorrenza può diventare la casa per il tuo gatto. Si tratta di “PRISM”, lo sgabello creato dall’industrial designer Pascal Hien. I molteplici utilizzi di questo prodotto sono già un indizio dell’approccio del designer, che lui stesso definisce “nomadic”, e che vuol dire sia viaggiare per ispirarsi ad altre culture, sia dare vita a prodotti fruibili e che possono viaggiare con noi.
«Come designer “nomade”, per me è importante aprirmi a nuove prospettive e vedere come il mondo cambia di zona in zona. Anche vedere come vengono usati certi prodotti in altre culture e scoprire quello di cui hanno bisogno può ispirare. Non si tratta solo di creare un network, ma anche di imparare».

L’idea di Pascal Hien non nasce dal nulla. Si laurea nel 2014 all’Università di arte di Berlino, e nella stessa città fonda “Pascal Hien Office for Design”, uno studio con competenze in industrial, exhibition e conceptual design. Ottiene una borsa studio presso Fabrica Research Center a Treviso, in Italia, e a questo importante traguardo si aggiunge l’opportunità di lavorare con l’industrial designer Konstantin Grcic, punto di riferimento per il mondo del design, tant’è che alcune delle sue creazioni sono esposte in musei e gallerie. Pascal afferma di aver appreso da lui l’attitudine a creare un prodotto che sia curato nei minimi dettagli. «Quando disegni o progetti qualcosa puoi raggiungere facilmente il novanta per cento di un buon prodotto, ma lui (Grcic, ndr) punta al cento per cento. Quando lavoravo con lui, pensavo che un prodotto fosse concluso, invece, lui era lì a lavorarci su anche dopo aver portato un progetto alla fine. La sua era un ricerca meticolosa, fatta di lavoro sui dettagli che potessero rendere migliore un prodotto già buono. Questo è qualcosa che ho cercato di portare nel mio lavoro».
Sulla pagina ufficiale dello studio di design di Hien, si legge che il suo approccio è “onesto, responsabile e riflessivo”, perché nel suo lavoro di ricerca «il focus è sull’utilizzabilità di un prodotto. Spesso mi chiedo – afferma Hien – “qual è la necessità del momento?”. Noi designer siamo lo specchio del tempo, perché cerchiamo di tradurre temi attuali in qualcosa di concreto, come l’economia circolare, il riciclo e utilizzare nuovo materiale solo quando è necessario. Ma non è tutto. Per dare vita a un buon prodotto di design devi trovare qualcosa di iconico, che colpisca l’attenzione». L’approccio di Hien, però, è molto più articolato rispetto al fare ricerca per essere aderente al reale, e lo ha spiegato nei dettagli durante la nostra conversazione.

Il tuo approccio è “nomade”, ma attualmente dove lavori?
Il mio studio di design principale è a Berlino. Ma come accennavi, sono “nomade”, infatti, sono stato per due mesi in India, dove ho lavorato a un progetto, ma ora l’idea è di aprire un altro studio in Italia. Per il momento vivo a Codogno, vicino Milano. Sto cercando di migliorare il mio italiano, di costruire una rete di clienti sul territorio e strutturare il mio lavoro.
In che modo l’essere nomade impatta sul tuo design?
Se guardo gli ultimi oggetti che ho realizzato sono tutti fruibili, utilizzabili e facili da portare, come la lampada che puoi mettere nella tua valigia. Attualmente vivo una fase in cui i miei progetti puntano ad essere maneggevoli. Non si tratta di qualcosa di morbido o di comodo ma piuttosto che puoi portare dove vuoi, insomma, sto lavorando su oggetti di design che possono viaggiare con te.
C’è un designer che ti ha ispirato in particolare?
Molti. Quando ho iniziato la mia esperienza da Fabrica, ho avuto l’opportunità di accedere a una grande biblioteca di design e di arte, scoprendo designer che ancora tutt’oggi influenzano i miei lavori.
Cosa intendi per “approccio onesto, responsabile e riflessivo”?
La parola “onesto” riguarda la necessità di mostrare un prodotto come è fatto, senza sovrastrutture. Se è stato usato un materiale specifico, lo si dimostra e comunica, non si nasconde. Nei miei lavori non voglio mostrare soltanto il “coperchio” cioè la superficie, quello che si vede, ma soprattutto le parti che lo compongono. Questo è quello che significa onesto.
“Responsabile” lo collego al fatto che abbiamo una responsabilità nei confronti della nostra società e nel nostro ecosistema, che per me significa disegnare le cose solo quando sono necessarie. Nel nostro settore bisogna vendere prodotti da cui ottenerne un profitto, ma non è la mia prima priorità. “Responsabile” per me significa anche dover rendere conto delle persone che lavorano con me, non soltanto di chi mi ha comissionato quel prodotto. Devo considerare l’azienda che lo vende, le persone che lavorano lì e che costruiscono le cose che ho disegnato. Noi designer siamo all’inizio di un processo lungo che coinvolge più persone.
L’ultimo punto è la “riflessione”. Non seguo i trend ma guardo quello che mi circonda, ciò che è reale. Con l’esperienza che ho, e che ho acquisito anche da Konstantin Grcic e da Fabrica, cerco di agire in modo razionale. Voglio disegnare cose che durano e che sono slegate da un trend del momento. A volte è difficile, ma preferisco creare un prodotto un po’ più costoso, ma che sarà venduto per i prossimi vent’anni e sia fatto di buoni materiali, riciclabili, di valore e che non si rompono.
Quando disegni un nuovo prodotto pensi alla sua funzionalità fin da subito o quello è un punto di arrivo?
Se disegnassi un oggetto solo per funzionalità, sarei un ingegnere. Noi designer aggiungiamo una componente, che è quella emotiva. A volte è difficile unire i due aspetti, ma quando ci si riesce, il prodotto finale è di qualità e lo si riesce a rendere amabile. Ad esempio, perché la moka è così amata? Non si tratta solo di funzionalità, dietro c’è ricerca, il design e poi c’è una narrazione. Da Fabrica, in qualità di designer, ho imparato che non solo dobbiamo rispondere a una richiesta, ma dobbiamo anche raccontare una storia che dia valore a quella creazione.
Quando progetti un oggetto di design, pensi a chi dovrà riceverlo, allo spazio in cui sarà inserito, o soltanto al disegno dell’oggetto in sé?
Questo non è un passaggio semplice, a volte ho un briefing di un cliente e so già in che direzione andare, quando invece sono libero, inizio a considerare tutte le circostanze del caso: dal suo utilizzo, per chi è pensato e in che contesto sarà inserito. Ad esempio, per l’azienda Tecta (un’azienda tedesca specializzata nella produzione di arredi di design, ndr) ho realizzato lo sgabello “PRISM”. Per realizzarlo mi sono ispirato al designer Jean Prouvé, a cui l’azienda è molto legata e il cui elemento distintivo sono i fori nelle superfici, per ridurre il peso del materiale. Questa caratteristica la troviamo in “PRISM” e quando l’ho presentata a Tecta, i membri del team hanno pensato “è perfetto, potrebbe starci anche un gatto” e da qui ne è nata la storia di “casa per gatti”. Questo eleva il design ad un altro livello, rendendo il prodotto ancora più adatto e in linea con l’azienda, tant’è che “PRISM” viene mostrato sul sito anche con un gatto dentro.
Il nome “PRISM” fa pensare alla luce riflessa. Che ruolo ha nel progetto la luce?
Il nome “PRISM” effettivamente si riferisce al fatto che riflette la luce in modi diversi, proprio per la sua forma e la sua superficie. Quindi si innesca un gioco di luci e ombre.
Cosa caratterizza “PRISM”?
Innanzitutto è molto leggero grazie ai due fori che ne riducono il peso. All’inizio lo avevo immaginato all’interno di un ufficio o di un ristorante, perché può essere facilmente impilato, poi occupa poco spazio e se ne hai bisogno per un meeting improvviso o per workshop, li puoi tirare fuori facilmente. Ad esempio, in Asia, trovi “plastic tool” (sgabelli) ovunque.

Dal sito sono disponibili cinque colori “pop”, eppure l’idea iniziale era quella di risolvere la mancanza di spazio durante i workshop che, in genere, sono eventi formali. Perché questa scelta di usare colori così forti?
All’inizio l’ho presentato in un solo colore, poi c’è stato un dialogo con l’azienda che in questo momento vuole adottare un approccio innovativo, mettendo sul mercato colori non così comuni. Tecta è un’azienda unica nel suo genere, e anche in questo caso, l’idea di produrre questo oggetto in più colori è nata per dare colore a un “bland space”.

Qualche progetto futuro?
Sto lavorando a diversi progetti per più aziende. A breve uscirà una sedia, poi per Ichendorf Milano è in programma un altro lancio di un prodotto in vetro, si tratta di un alambicco, poi ancora una lampada per un’azienda scandinava, e tavoli. La mia clientela è globale, non ho un solo mercato di riferimento. Ad esempio sono anche l’art director di un’azienda in India, Sar Studio. Quest’anno, inoltre, sto programmando di andare in America sia per fare ricerca che per creare un robusto tessuto di contatti.
C’è un mercato di riferimento a cui guardi maggiormente?
C’è da considerare che quello tedesco non va molto bene, ma in generale in tutta Europa, per questo cerco di guardare al mercato indiano e agli Stati Uniti. C’è molta competizione e concorrenza che rende il mercato stagnante. Spero per il futuro che ci possa essere maggiore apertura per i giovani designer. In India, ad esempio sanno che nei prossimi trenta, quaranta o cinquant’anni il Paese crescerà esponenzialmente, quindi hanno una visione diversa del mondo, più positiva e le persone sono predisposte di più al rischio e a mettersi in gioco.
E tu, come hai scoperto di questo crescente sviluppo del design in India?
Ho incontrato la product designer indiana Nikita Bhate durante l’esperienza a Fabrica. Poi lei si è trasferita in India dove ha dato vita a Sar Studio, siamo rimasti in contatto e quindi abbiamo iniziato a lavorare assieme. Sono andato quasi ogni anno in India per aiutarla a costruire la propria azienda. L’anno scorso sono rimasto lì due mesi con la mia famiglia, proprio perché ho avuto la sensazione che qualcosa stesse cambiando lì, in termini di opportunità. Quest’anno, ad esempio, al Salone del Mobile, uno dei focus è proprio l’India, perché a livello di design offre uno scenario interessante.