In questo tempo, il discrimine politico e morale è dato dalla politica internazionale. Persino l’economia viene al secondo posto. Per cui ogni partito, soprattutto un partito come il Pd che ha forte nelle sue radici il senso del discernimento tra libertà e autoritarismo, dovrebbe essere chiamato a scegliere le sue politiche e i suoi alleati su questa base: sto con chi sta dalla parte della libertà, della democrazia, dei valori occidentali ed europei.
L’incredibile paradosso che invece domina la situazione italiana è dato dal fatto che i democratici stanno con gli illiberali, a destra come a sinistra. Il Partito democratico è il caso più sbalorditivo di questa contraddizione. Un partito che ha nel suo dna l’europeismo, da Giorgio Napolitano a Romano Prodi, è testardamente alleato con una formazione come quella di Giuseppe Conte che negli anni ha imbastito relazioni di vario tipo con la Russia di Vladimir Putin e l’America di Donald Trump, cioè i campioni del nuovo imperialismo supportato dal regime dispotico del primo e dall’autoritarismo del secondo. Inoltre è alleato con i tardo-bertinottiani di Alleanza Verdi e Sinistra che, nel nome di una farlocca idea di pace, ritornano alla vecchia casa massimalista del «non aderire né sabotare» che tanti guai provocò cento e più anni fa.
A differenza di tanti leader democratici coraggiosi del passato, Elly Schlein non sembra afferrare questo spirito del tempo né cogliere l’urgenza della chiarezza. Quindi addirittura preferisce Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni all’europeismo di Carlo Calenda e – ebbene sì – di Antonio Tajani (e finanche di Guido Crosetto, che incongruamente si trova a fare parte di un governo incerto e ondivago).
Il problema è che non solo Schlein, ma tutto il gruppo dirigente che la circonda, è imbevuto di una cultura che, in certi frangenti, è portata a mettere tra parentesi la portata valoriale della politica: e quello dei giovani del Nazareno è probabilmente il riflesso di una malintesa idea di sinistra per la quale si può passare sopra qualunque cosa in omaggio alla necessità, o convenienza, politica.
Si tratta di quel relativismo etico che nel Novecento ha portato tragedie nel campo stesso della sinistra e che si salda con un certo tipo di pacifismo che confonde la pace con l’essere lasciati in pace. Forse ha ragione Angelo Panebianco a prevedere «convergenze che oggi sembrano inconcepibili», ma più che ipotizzare governi di unità nazionale si tratterebbe di unire gli europeisti contro i sovranisti: e se avesse coraggio il Pd dovrebbe aprire un discorso nuovo con Azione e intrattenere un rapporto diverso con Forza Italia, anche per incunearsi, come si diceva una volta, nelle contraddizioni del governo.
Antonio Tajani andrebbe sostenuto contro Salvini, chiedendo alla presidente del Consiglio di scegliere chiaramente il ministro degli Esteri rispetto a quello dei Trasporti. Forse questa potrebbe essere la proposta dei riformisti a un gruppo dirigente immobile. Si tratterebbe insomma di fare politica. Precisamente quella che al Nazareno non mostrano di saper fare.