
Immaginiamo di non avere più a disposizione un buon olio d’oliva extravergine italiano sulla nostra tavola. Immaginiamoci di fronte allo scaffale di un supermercato o di una bottega gastronomica, costretti a scegliere tra un prodotto italiano a un prezzo (davvero) da gioielleria e uno comunitario (spagnolo o tunisino che sia) a un prezzo accessibile. Quanti di noi potrebbero permettersi un extravergine d’oliva italiano se davvero il prezzo fosse vicino a una giornata di stipendio per un impiegato o un giornalista? E quanto andrebbe a scadere la qualità della vita per chi oggi è abituato all’alta qualità della produzione oleicola made in Italy?
Sembra uno scenario paradossale, eppure potrebbe non essere un’ipotesi troppo surreale. Perché il prezzo dell’olio extravergine italiano al cento per cento è sempre più alto. Di mezzo ci sono il cambiamento climatico, la siccità, la difficoltà nel reperire manodopera, l’abbandono delle zone olivetate che già oggi riducono la produzione, ma in prospettiva futura il rischio è che il portafoglio degli italiani diventi troppo “leggero” per potersi permettere un extravergine d’oliva italiano. L’oro verde della Puglia o delle colline del Chianti Classico, del Garda o della Sicilia sembra infatti essere entrato nei radar dei consumatori americani e asiatici più evoluti e questo – in tempi di scarsa produzione – potrebbe generare una spinta inflattiva capace di metter fuori gioco i consumatori italici. I quali, per paradosso, finirebbero per consumare olio spagnolo o tunisino o turco mentre i buyer tra Stati Uniti e Giappone e Brasile si accaparrano il “lusso oleico” di quello prodotto nel Belpaese.
Olio extravergine d’oliva italiano, prezzi in crescita
Lo scenario è vagamente distopico e sicuramente futuribile, perché al momento tutti possono permettersi un buon olio evo italiano. Eppure non tutti lo cercano, lo desiderano, lo valutano per quello che è: un alimento prezioso per la salute, un pezzo cruciale della dieta mediterranea, un ingrediente essenziale per trasformare un ottimo piatto di pesce o di carne in un’esperienza superiore.
Ancora oggi il concetto stesso di “olio d’oliva” è vagamente percepito nei suoi contorni. Ci sono troppe sfumature nelle indicazioni di produzione e una marea di etichette più o meno confuse nel divario che passa tra vere eccellenze nutraceutiche e il lampante (che sempre olio d’oliva sarebbe, pur se difettoso, troppo acido e inadatto al consumo umano). Eppure, proprio mentre sembra crescere la consapevolezza nel consumatore (e, lentamente, anche nella ristorazione) della differenza qualitativa dell’extravergine italiano, i numeri del borsino prezzi e le statistiche di mercato indicano una tendenza inflattiva che può essere un bene o – sulla lunga distanza – un pericolo.

Guardando ai dati presentati da Ismea in occasione della fiera Sol2Expo a Verona, si scopre infatti che il prezzo dell’extravergine di oliva italiano alla produzione non è mai stato così alto, arrivando a 9,23 euro al litro nel periodo tra ottobre 2024 e febbraio 2025 (+1,6 per cento rispetto all’anno precedente), mentre i principali competitor hanno visto crollare le quotazioni: -39 per cento la Spagna, -33,5 per cento la Grecia e -40,6 per cento la Tunisia.
I prezzi sono legati ai quantitativi prodotti (perché l’Italia ha registrato un -26 per cento di prodotto, scivolando dal secondo al quinto posto nella graduatoria mondiale dei produttori per volumi), ma allo stesso tempo confermano un nuovo assetto della domanda. Infatti, stando ai dati dell’Osservatorio Sol2Expo-Nomisma presentati a Verona, l’export di extravergine di oliva dall’Italia in 160 Paesi oggi corrisponde al 65 per cento del valore ed è in espansione: tra gennaio e novembre 2024 ha registrato performance sopra la media in Germania (+58 per cento), Corea del Sud (+141 per cento), Australia (192 per cento) e Messico (99 per cento contro 82 per cento).
Crescita globale del consumo di olio d’oliva
Il posizionamento dell’olio extravergine di oliva italiano si inserisce nel più ampio scenario di mercato dell’olio d’oliva (genericamente inteso), che in vent’anni ha visto il consumo mondiale crescere da 2,7 a 3 milioni di tonnellate, denotando tassi di incremento più rilevanti nei Paesi extra-Ue che hanno visto aumentare il loro peso dal 28 al 57 per cento. Il consumo è perciò aumentato nei mercati non “tradizionalmente” produttori mentre è diminuito in Italia, Spagna e Grecia. Tra i top market di consumo, è cresciuta la domanda negli Stati Uniti (+35 per cento tra il 2014 e il 2024) e in Brasile (+42 per cento), ma anche in Sud America e Asia.
Al Sol2Expo di Verona è emerso il “buon proposito” di trasformare la spinta inflattiva generata dalla crisi produttiva dell’olio italiano in un’occasione di riposizionamento verso l’alto. «In questo periodo così movimentato per il mercato – osserva Denis Pantini, responsabile Agroalimentare di Nomisma – l’auspicio è che il consumatore italiano acquisisca una maggior consapevolezza sul valore reale dell’olio extravergine di oliva, riconoscendolo come un alimento principe (con la A maiuscola, considerate le sue proprietà salutistiche e organolettiche) della dieta mediterranea e non un semplice condimento o ingrediente da utilizzare in cucina».

Se però la caccia all’alta qualità oleicola italiana coinvolgerà i sempre più numerosi consumatori appassionati da Germania e Svezia, ma anche gli emergenti da Stati Uniti e Giappone o Corea, inevitabilmente la competizione sul prezzo potrebbe farsi dura per gli italiani.
Anche per questo, il ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste ha deciso di concentrare attenzioni crescenti sul comparto e ha costituito un tavolo di filiera dell’olio. La prima riunione ufficiale si è tenuta a Verona, nell’ambito della fiera Sol2Expo, e le priorità delineate dal sottosegretario Patrizio La Pietra sono proprio un incremento della produzione nazionale del 25 per cento nei prossimi sette/dieci anni e un sostegno alla filiera per valorizzare qualità e consumi.
